Intervista ai ricercatori di ADAPT a cura di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

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È impossibile non comunicare, ma non è certo facile comunicare bene: ancor più quando si parla di lavoro. E il sindacato, corpo intermedio per eccellenza, al crocevia di cambiamenti epocali, ha il dovere e la necessità di non perdere terreno, di governare al meglio le nuove sfide della comunicazione.

Ma qual è lo stato dell’arte? Ne abbiamo discusso con Francesca Brudaglio e Francesco Nespoli, studiosi di comunicazione d’impresa e tematiche del lavoro, ricercatori e comunicatori di Adapt, Associazione per gli Studi Internazionali e Comparati sul Diritto del Lavoro e le Relazioni Industriali.

Mai come oggi il mondo del lavoro è frammentato in una miriade di comunità professionali. Qual è la sfida dei sindacati in termini di comunicazione? Come i sindacati dovrebbero modulare il proprio messaggio sui diversi pubblici professionali?

F. B. – Il sindacato dovrebbe riuscire a utilizzare la comunicazione come uno strumento di partecipazione, di accesso ad un’informazione che consenta una costruzione condivisa di una visione della rappresentanza. Per farlo, la sfida sta nel realizzare una comunicazione bidirezionale.

Nell’era del web 2.0 i lavoratori non sono più spettatori/lettori passivi, ma possono generare contenuti e risposte. Il sindacato deve prestare una rinnovata attenzione alla fase di ascolto (follow up); e attraverso un attento monitoraggio delle conversazioni attivate sui social network e sul web, ha la possibilità di accedere a nuove conoscenze, indicazioni importanti per verificare l’efficacia delle sue politiche. Questa fase di lettura dei c.d. big data è pressoché inesplorata dal sindacato.

F.N. – Oggi non comunicare è come non esistere, ma mantenersi credibili è una questione di contenuti, non solo di canali utilizzati. Questo vuol dire realizzare una comunicazione sostenibile, che non guardi solo alla stretta necessità di presidiare il dibattito pubblico e di aggregare consenso nel breve termine, ma che esprima coerenza tra le azioni e i programmi.

Quali sono le più recenti strategie comunicative dei grandi sindacati italiani? Sono al passo coi tempi? Qualche esempio?

F. B. – Il versante datoriale, ad onor del vero, è quello che registra maggiori resistenze e ritardi. Ma le associazioni di rappresentanza degli imprenditori stanno recuperando terreno. Ad oggi la best practice è rappresentata dal sistema confindustriale: Federmeccanica, ad esempio, sta facendo un grande lavoro con Twitter per cambiare l’idea del valore della rappresentanza e, in generale, l’immagine della meccanica. Confindustria, invece, che si è aperta ai social network con grande ritardo, è scesa in campo con un “bouquet di strumenti”, da Facebook a Snapchat, ognuno utilizzato con strategia; ha anche avviato un “coordinamento comunicazione” informale con il gruppo Blu Community, che mette assieme tutti i responsabili interni della comunicazione digitale e social con l’intento di costruire una policy condivisa.

In questo senso, un altro buon esempio arriva dal progetto promosso da ADAPT e co-finanziato dalla Commissione europea FAYP – Fostering AgriCulture among Young People che mostra l’impegno delle associazioni datoriali per lo svecchiamento dei modelli comunicativi nel settore agricolo.

F.N. – Per quanto riguarda i sindacati, se guardiamo alle vere e proprie mobilitazioni condotte sulla rete, non possiamo certo dirci al passo con l’esperienza internazionale. Siamo alle prime sperimentazioni di nuove forme di rappresentanza. Molti sindacati sono alla ricerca di una nuova narrazione. È il caso, ad esempio, della Fp Cgil Nazionale che ha sfruttato la forza delle immagini per raccontare il proprio cambiamento attraverso un fumetto e un video, o ha adottato un nuovo linguaggio fatto (anche) di foto e immagini come parte integrante della propria azione sindacale.

Non mancano anche operazioni che sfruttano la rete e gli smartphone per offrire servizi, come l’App ABC dei diritti della Cgil Nazionale  e l’App Sinda Care per la lettura delle buste paga della Cisl Nazionale.

L’impressione, però, è che ci sia un deficit di comunicazione, soprattutto in alcuni specifici settori. Ad esempio nel campo del terziario avanzato, più che i sindacati sono le libere associazioni di freelance a porsi come soggetto interlocutore. Perché?

F. N. – Il sindacato ha un grosso problema con la terziarizzazione dell’economia, perché la sindacalizzazione è molto più difficile nel settore dei servizi, sia per ragioni di contesto lavorativo, sia per ragioni identitarie dei lavoratori che più difficilmente si riconoscono accomunati dall’appartenenza a una grande realtà produttiva. Ma per i lavoratori resta sempre possibile riconoscersi in una professione, in un mestiere, o nelle sue modalità di svolgimento, mentre il modello del sindacato italiano è organizzato in base ai settori produttivi. È quanto insegna proprio il caso dei freelance ed è quanto ha convinto parte dal sindacato ad aumentare i suoi sforzi in favore del lavoro autonomi, come dimostrato dalla recente inaugurazione dell’esperienza di Vivace! promossa dalla Cisl. Lo stesso è accaduto da tempo negli Stati Uniti, con la Freelance Union.

F. B. – Ogni problema può essere visto come un problema di comunicazione, sia sul lato dell’ascolto, sia sul lato del messaggio. E quello del sindacato nei settori avanzati è un problema su entrambi i versanti. Il sindacato fatica a parlare il linguaggio dei lavoratori della conoscenza perché fatica ad incontrarli, conoscerne i bisogni, ascoltarne le voci.

È vero, le uniche organizzazioni a sostegno dei lavoratori che nell’epoca Renzi sono state in grado di avanzare con qualche successo delle rivendicazioni non sono state i sindacati, bensì le associazioni dei lavoratori autonomi (Acta, Confassociazioni, Cna…). Questo successo è passato anche da un più pronto adattamento alle dinamiche comunicative, ai nuovi luoghi del confronto. Se il governo seguiva la via della disintermediazione dei corpi intermedi e degli organi di informazione, sulla strada dei social media ha comunque ritrovato i lavoratori autonomi.

In questi giorni si è molto parlato di morti bianche: gli ultimi casi riguardano Giacomo Campo, Antonio Alleovi e Abd Elsalam Ahmed Eldanf; ma da gennaio a luglio 2016 si contano 562 morti sul lavoro. Questi eventi ci ricordano che il lavoro è ancora una dimensione fatta di corpi, di vite in carne ed ossa, che non si riduce a una prestazione immateriale e cognitiva. Che idea vi siete fatti delle categorie con cui il discorso pubblico parla e discute di lavoro: riusciamo ancora a dar conto della pluralità di forme e di esperienze che la parola “lavoro” esprime?

F. B. – Assolutamente no. Io credo che il dibattito pubblico sconti un ritardo di comprensione dei fenomeni della grande trasformazione che il lavoro sta attraversando. Perché la terziarizzazione dell’economia non ha significato la scomparsa delle occupazioni cosiddette “manuali”. Bensì si è innescato il processo largamente riconosciuto della cosiddetta job polarization: le figure professionali che scompaiono più velocemente sono quelle mediamente specializzate, mentre si mantiene più stabile il numero di lavoratori occupati in mansioni routinarie e difficilmente rimpiazzabili con la tecnologia. Aumenta invece la domanda di lavoratori altamente qualificati, che sappiano gestire tali tecnologie. Sono questi lavori che restano più esposti a rischi professionali elevati e che oggi, in un mondo tecnologicamente avanzato dovrebbero creare ancora più sconcerto.

Parlare di sicurezza sul lavoro oggi vuol dire parlare di prevenzione, di formazione, di riabilitazione, di responsabilità, insomma di una complessità che dovrebbe imporre un certo sviluppo descrittivo negli organi di informazione. Il tema della soluzione o delle possibili soluzioni è invece sempre più assente. Pensate solo all’ultima riforma sul lavoro, il cosiddetto Jobs Act. Ha portato sulle prime pagine dei giornali tutti gli aspetti del lavoro: costo, durata, protezione dalla sua perdita e così via, tranne quello della protezione dai suoi rischi.

F. N. – Il dibattito pubblico è inoltre appiattito su una discussione che rappresenta ancora il lavoro come un fenomeno formato da “posti” da “occupare” e che pertanto può essere misurato secondo le rilevazioni statistiche e i dati istituzionali, il cui uso, almeno da un anno questa a parte è peraltro particolarmente contestato. È comprensibile che sia così in condizioni di perdurante stagnazione economica. Tuttavia il problema della mancanza di lavoro e della scarsa competitività italiana sono una questione di saperi e di competenze della produzione, delle quali molto raramente si sente parlare. Se il mercato si è fatto ormai cangiante e schizofrenico rispondere ai bisogni e ai desideri che questo esprime è evidentemente una capacità creativa, che risponde più al modello dell’uomo artigiano che al modello dell’industria di massa.

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