Ricercatore sociale e project manager freelance

I bisogni di rappresentanza dei professionisti indipendenti (i cosiddetti I-Pros) sono ormai entrati a far parte del dibattito pubblico, seppur in modo frammentato e carsico, passando da momenti di significativa visibilità mediatica a periodi in cui il silenzio prevale su una categoria di lavoratori che godono solo marginalmente delle protezioni sociali garantite ai lavoratori standard. La progressiva emersione dei problemi vissuti dai professionisti indipendenti, e in particolare di quelli più giovani, ha generato ricadute positive anche all’interno delle organizzazioni sindacali, in particolare nella CGIL, favorendo la percezione che la condizione dei professionisti indipendenti vada affrontata con urgenza.

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Nel campo della rappresentanza di questa categoria di lavoratori, prevalgono tuttora dinamiche contrastanti tra mire egemoniche, dinamiche competitive e prove di cooperazione. Alcuni segnali di collaborazione fra soggetti fortemente in contrasto nel recente passato – facciamo qui riferimento, ad esempio, alla CGIL e a Re.Re.Pre. (Rete dei Redattori Precari) – sembrano delineare una nuova fase caratterizzata da sperimentazione di alleanze inedite e da una volontà di definire linguaggi e pratiche comuni necessarie alla costruzione di coalizioni più stabili e trasversali di quelle sperimentate in passato.

Sembra infatti ormai essersi consolidata la prima fase del processo di rappresentanza dei professionisti indipendenti, quella in cui alcuni gruppi e organizzazioni pioniere si fanno carico della gravosa ed ignorata necessità di raccogliere le istanze e i bisogni di queste nuove figure professionali. Il consolidamento della prima fase e l’emersione, nel dibattito pubblico, delle problematiche professionali vissute dagli I-Pros, permette il graduale passaggio ad una seconda fase in cui si sperimentano alleanze inedite e tentativi di costruire coalizioni in grado di avere un peso significativo nell’interlocuzione con le istituzioni.

In questa fase, le strategie oscillano fra tentativi di costruire i presupposti per una rappresentanza inclusiva e  proposte che sembrano guardare maggiormente agli interessi di categoria o addirittura delle associazioni di professionisti, anziché ai professionisti.

È questo il caso controverso della legge 4/2013 (“Disposizioni in materia di professioni non organizzate”) fortemente voluta da alcune organizzazioni e valutata negativamente da molti osservatori perché rappresenterebbe un tentativo di definire un sistema “para-ordinistico” aprendo un mercato della formazione e delle certificazioni delle competenze professionali ad esclusivo vantaggio delle associazioni di professionisti riconosciute dal Ministero dello Sviluppo Economico. Questo nuovo mercato renderebbe meno interessante per le associazioni l’attività di rappresentanza su cui non ci sono margini di lucro, vanificando in questo modo gli sforzi fatti fino ad ora per aggregare una categoria di lavoratori, quella dei professionisti indipendenti, dai tratti fortemente individualisti.

Paolo Borghi

24-12-2015


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