Ricercatore sociale e project manager freelance

Ci sono gli ultimi che nessuno conosce e gli ultimi che qualcuno ha visto, avvicinato, studiato, raccontato, difeso. Nella società disneyzzata c’è chi volge lo sguardo verso contesti e luoghi meno comuni e più feroci, (come canta Fabrizio de André in Amico fragile  che richiedono uno sforzo per essere compresi, una strategia e talvolta qualche rischio per essere avvicinati. Perché? Per raccontare qualcosa che non entra nei discorsi autoreferenziali dell’aperitivismo professionale. Per una bizzarra volontà di giustizia che spinge all’utopico e paradossale intento di svelare quello che molti non sono interessati a sentire.

Per alcuni rappresentare è, prima di qualsiasi altra cosa, dar voce e immagine a chi non ha strumenti e capitale sociale per rappresentarsi da solo, è incunearsi nella camicia di forza mediatica per ribadire un diritto ad esistere, mai scontato; per altri è semplicemente riprodurre la propria posizione di potere, riprodursi. Nessuno può farne a meno, perché il rischio è la non esistenza. C’è una continuità logica e sostanziale fra l’essere visibile, almeno a una parte della società, e quel rappresentare che è “parlare o agire per conto di qualcuno” (Pitkin, The Concept of Representation), un atto politico in sé perché richiede una reazione, una risposta.

Ripensavo a tutto ciò in questi giorni in cui ricorre l’anniversario della morte di Giulio Regeni, assassinato mentre lavorava a una ricerca sui sindacati indipendenti egiziani, e i pensieri sono scivolati indietro nel tempo,  ad altre persone, a  Ilaria Alpi e Miran Hrovatin uccisi a Mogadiscio mentre indagavano su un traffico internazionale di rifiuti tossici, ad Antonio Russo, torturato e ammazzato in Georgia mentre documentava la guerra cecena per Radio Radicale. Si è detto giustamente che i rischi per chi fa giornalismo d’inchiesta non debbano essere necessariamente gli stessi di un ricercatore, ancor meno di un dottorando. Ciò che accomuna queste persone però è la volontà di rappresentare qualcosa non a sufficienza raccontato, qualcosa che merita di emergere agli occhi, di essere compreso e spiegato con rigore e dedizione nonostante e a causa del controllo violento di territori e corpi.

È la violenza arbitraria del potere che ordina, condanna, tace, depista e non si fa giudicare.  Rappresentare è democrazia, è il confine che divide chi sta dentro da chi sta fuori, segna la differenza fra vite che hanno voce e quelle condannate al silenzio. Oggi come ieri ci sono contesti di lavoro (e non solo) in cui, “rappresentare”, “rappresentarsi”, significa rischiare. Accadeva a fine ‘800, nei monti Appalachi, ai minatori sindacalizzati uccisi da killer (thug nello slang americano) assoldati dai proprietari delle miniere di carbone (Alessandro Portelli, America Profonda), ai braccianti sostenuti da Danilo Dolci nella Sicilia del secondo dopoguerra; accade oggi, ai migranti sfruttati nelle campagne di Rosarno e di Castelnuovo Scrivia, ai milioni di lavoratori dell’economia informale, agli operai della logistica, agli ambulanti egiziani studiati da Giulio, ai migranti schiavi impiegati nelle grandi opere edili in Qatar (Revealed: Qatar’s World Cup ‘slaves’, The Guardian), agli operai delle fabbriche cinesi (Mingwei Liu & Chris Smith, China at Work, 2016) e l’elenco potrebbe continuare a lungo.  Si chiama diritto alla rappresentanza ed è qualcosa che manca, là fuori, e colloca tutti questi soggetti aldilà del confine invisibile fra chi ha cittadinanza sociale e chi no. Intanto dagli schermi, come canta Dente, guardiamo la guerra… chi la vince e chi la perde non ci importa più di tanto/basta che si veda bene.

 

rappresentanza
Robert Kennedy, Congresso contro il razzismo, 1963

Paolo Borghi
Università degli Studi di Milano-Bicocca


Approfondimenti
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VOICES: LIBERTÀ È RICERCA 

Lettura pubblica collettiva in onore di Giulio Regeni

Con contributi di Salvatore Veca ed Elena Cattaneo

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