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«Le future generazioni di nuove tecnologie e macchinari smart miglioreranno sempre di più le nostre condizioni di vita e ci consentiranno di vivere nel confort o porteranno con loro una società sempre meno equa, con posti di lavoro sempre meno retribuiti o addirittura inesistenti?»

Questo è l’interrogativo da cui parte Jeffrey Sachs nel suo articolo apparso oggi sul Boston Globe. E nel tentativo di fornire delle valide risposte, l’autore propone un’interessante riflessione analizzando quelli che sono stati gli effetti socio-economici sulle popolazioni durante le fasi della rivoluzione industriale e della più recente rivoluzione smart.

In questo senso il progresso tecnologico ha certamente prodotto una società più ricca ed avanzata, ma allo stesso tempo sta continuamente riorganizzando le possibilità di redistribuzione e i nuovi assetti tra “vincitori e perdenti”, tra inclusi ed esclusi, favorendo principalmente quelli con il più alto livello di istruzione e formazione, con competenze gestionali, legate alla finanza e ai sistemi informatizzati e tecnologici.

Agli stessi temi è dedicato il numero settimanale di Internazionale, che pubblica un approfondimento sul rapporto tra la gestione tecnologica e smart di alcune aziende e le dirette conseguenze sulle condizioni lavorative dei dipendenti. Uber, Deliveroo e molte altre, infatti gestiscono i lavoratori attraverso delle app per smartphone – sostenendo che essi siano più obiettivi ed efficienti dei dirigenti in carne ed ossa – e adottando quel paradigma di servizi, prodotti e competenze che fa riferimento a quella che viene chiamata gig economy. Ma in realtà queste modalità altro non fanno che aumentare lo sfruttamento e il precariato, polarizzando sempre di più il gap tra manager e collaboratori.

Nel weekend è iniziata anche la protesta dei lavoratori di Foodora, la App di consegna di cibo a domicilio, i cui dipendenti lamentano condizioni di precariato, a cavallo tra un rapporto di collaborazione e un rapporto da dipendenti vero e proprio, di lavoro sottopagato, e allo stesso tempo una richiesta di flessibilità – basata sul lavoro on demand, che impone di essere costantemente a disposizione – e una temporaneità a cui si accompagnano condizioni di vita sempre più instabili.

Sembra quindi che sotto il grande cappello della sharing economy, delle opportunità offerte dal nuovo che avanza e dalle nuove tecnologie applicate al mondo lavorativo, della sostenibilità e del lavoro dinamico, fluido e più di tutto flessibile, e di servizi migliori e più economici, si celi invece tutta la contraddittorietà di un mondo del lavoro sempre più caratterizzato da condizioni di sfruttamento e precariato.

In quest’ottica, argomenta Sachs nel suo articolo, è strettamente necessario invertire il paradigma e far sì che siano le future generazioni di nuove tecnologie e macchinari smart a lavorare a supporto dell’uomo e del suo benessere, piuttosto che lasciare che l’uomo si metta a servizio delle macchine e dei pochi che controllano i sistemi operativi e gestionali.

Questi temi si trovano al centro dei dibattiti da qualche tempo ormai. Per tentare di integrare queste nuove dinamiche in modo sostenibile all’interno delle nostre società, Sachs ci invita a riflettere su tre punti in particolare, relativamente al rapporto tra percorsi di carriera e percorsi di vita. Primo, se alcune posizioni lavorative scompariranno dal mercato del lavoro, altre di nuove verranno create, implicando la necessità di formare nuovi profili coerenti con le competenze richieste dall’economia e dal mercato. Secondo, è necessario essere preparati a una sempre maggiore flessibilità dei lavoratori, che cambieranno posizioni con molta più frequenza rispetto al passato, estendendo e allungando la fase di formazione e acquisizione di nuove competenze e rinnovandosi in cerca di una possibile collocazione, lavorativa ma anche personale. Terzo e ultimo, l’introduzione delle nuove tecnologie potrebbe consentirci di avere più tempo libero da dedicare alle nostre passioni e alla nostra formazione, e di precisare meglio il nostro ruolo all’interno della società.

> LEGGI L’ARTICOLO INTEGRALE SU “THE BOSTON GLOBE”

Ilaria Giuliani
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

10/10/2016

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