All’inizio di questo millennio ¡Que se vayan todos! (che se ne vadano tutti!) è stato il grido che spontaneamente è sorto dalle strade di Buenos Aires per condannare e rifiutare una classe politica ritenuta responsabile del tracollo economico e sociale vissuto dall’Argentina. Un grido sicuramente di rabbia, forse anche di liberazione; comunque un grido di dolore. Quel sentimento di rifiuto è stato più tardi fatto proprio, in un contesto diverso, dai manifestanti spagnoli che alla Puerta del Sol di Madrid si sono chiesti: “perché si chiama democrazia rappresentativa se non mi rappresenta?”. In entrambi i casi ciò che emerge è la percezione, da parte dei cittadini, di un forte senso di lontananza e scollatura delle istituzioni, una sorta di divorzio tra il “popolo” e il “palazzo”.

È la sfiducia il segno distintivo della nostra epoca, delle nostre società?

Quando ad ogni elezioni, praticamente in quasi ogni angolo del globo (a partire dalle democrazie mature dell’Occidente europeo) il primo partito è quello di coloro che hanno deciso di non andare nemmeno alla urne per esprimere la propria preferenza è lecito interrogarsi sullo stato di salute della democrazia e, prima ancora, sul significato della parola “politica”.

Troppo spesso si dice “politica” e viene in mente innanzitutto il gioco dei potenti. Un’immagine smobilitante, che se da un lato dice molto sul senso comune, dall’altro lato non spiega in realtà niente di ciò che ci accade attorno e che ha un impatto rilevante sulla nostra vita quotidiana.

In realtà cos’è la politica dipende in gran parte da noi. La nostra indifferenza può certamente consegnare questa parola ai giochi di palazzo, a qualcosa di lontano. Ma le scelte che verranno compiute sul piano politico, quale che sia la nostra opinione e il nostro grado di presunta estraneità, avranno comunque un impatto determinante sulle nostre vite. Allora c’è un’altra possibilità, un’altra strada da percorrere: quella di tornare a vedere la politica come l’arte di gestire i problemi della comunità e di stare insieme. Di confrontarsi per costruire insieme il nostro futuro. Politica e democrazia sono oggi questo. Più che due grandi malati in costante binomio con la parola “crisi”, rappresentano la necessità di ricominciare a pensare e progettare il futuro.

Un futuro cosciente. Non il futuro del singolo, ma quello collettivo, fatto di noi. Per fare questa scelta, che è in fondo la scelta di essere cittadini non basta riaffacciarsi alle piazze, ritrovare il gusto del confronto e della discussione, oltre le urla sui social network e il rito dei “like” in cui si riconoscono piccole comunità di simili.

Occorre sapersi orientare nelle trasformazioni che riguardano la nostra società, nei cambiamenti che hanno già trasformato la dimensione politica. Aprirsi alla comprensione di fenomeni nuovi, di nuove realtà, di soggetti diversi e, soprattutto, alla voglia di partecipare alla ricerca di difficili possibilità. Possibilità che vanno studiate, immaginate, percorse, sperimentate insieme. Forse futuro è una parola plurale. Implica l’indagine severa della crisi della rappresentanza e dei processi di disintermediazione che segnano un passaggio d’epoca della nostra vita associata, non solo la fine del conosciuto, del consueto, del noto, ma anche l’inizio di un’altra fase che dobbiamo comprendere per investirci davvero e che non è già segnata. Per evitare di perdere quello per il quale in passato in molti si sono giocati tutto ciò che avevano. Per aprire ipotesi migliori. Forse il futuro si colloca al crocevia tra una sfida obbligatoria e una possibilità. Una possibilità che si nutre della spinta a individuare forme innovative di partecipazione dei cittadini alla vita pubblica, a interrogarsi sull’impatto e i caratteri di nuovi movimenti e fenomeni politici che si affacciano nell’epoca della disintegrazione delle identità collettive e di una società frammentata e mutevole. Sono possibili nuove identità collettive? Come si possono conciliare nuove esigenze di protagonismo dal basso con la necessaria saldezza delle istituzioni rappresentative? Come è possibile riattivare un circuito di scambio tra lo Stato e la società secondo modalità in grado di legittimare nuovamente la vita politica, i soggetti che vi agiscono e le scelte che vengono maturate? Forse futuro è il gusto di interrogarsi sui fenomeni e le realtà che ci stanno attorno. E’ essere insoddisfatti delle risposte, volere continuare a battere la strada della ricerca.

Forse futuro è una parola in equilibrio tra un presente sfuggente e l’orizzonte dell’utopia da cercare ancora, da inseguire sempre.

A cura di Spartaco Puttini
Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

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