L’ecomuseo è la “nuova forma di museo” che, agli inizi degli anni Settanta, si presenta sulla scena museale dapprima come nome, nel 1971, poi come progetto di “museo del territorio” e infine come una realtà che, nel corso degli anni successivi, si diffonde dalla sua patria d’origine, la Francia, a molti altri paesi di tutti i continenti.

Dalla metà degli anni Settanta in poi si sono moltiplicate sia le proposte di apertura e integrazione del museo al territorio, nella forma del museo “diffuso” o dei “musei del territorio”, sia le pratiche di valorizzazione partecipata del patrimonio locale, dalla ricerca alla museografia, dal recupero delle tradizioni alla cura dell’ambiente.

È un fenomeno sociale e un moto spontaneo che ha un rapido e intenso sviluppo in tutta Europa, ma non solo in essa, che le istituzioni intercettano e sostengono per lo più a posteriori.

Come in molti altri Paesi, in Italia si manifesta tanto con la nascita di una moltitudine di musei locali di stampo etnografico, quanto attraverso la riproposta di feste tradizionali, la riscoperta di cibi e culture alimentari “tipiche”, la riabilitazione delle lingue minoritarie, le ricerche sul patrimonio naturale e culturale. Una vasta e variegata attività di recupero della cultura materiale e della memoria, rurale e urbana, i cui protagonisti operano in modo volontario e militante, a titolo personale e collettivo, con o senza l’aiuto delle istituzioni pubbliche e in una dimensione per lo più locale. La tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale cessano così di essere funzione esclusivamente pubblica e limitata alle sole emergenze storico-artistiche, dando spazio a una visione sempre più allargata del patrimonio culturale e la cui responsabilità e affidata all’intera società, in sintonia con l’affermarsi del principio di sussidiarietà e della forme di “cittadinanza attiva”.

Il crescere di quest’iniziativa dal basso, che agisce in autonomia rispetto ai poteri politici e culturali, afferma il primato della comunità rispetto al potere tanto nell’individuazione del patrimonio quanto rispetto ai modi per conservarlo e trasmetterlo, assegnando alle istituzioni un ruolo di servizio e il compito di interpretare e realizzare i bisogni e le aspettative della comunità. Propone un modello democratico e partecipato di gestione dei beni pubblici e comuni che in Italia, nonostante sia stato elevato a principio costituzionale nel 2001, fatica ad affermarsi e a fare breccia tanto dal punto di vista istituzionale e normativo quanto dal punto di vista della cultura dei decisori e degli apparati pubblici.

Nonostante queste resistenze questa prospettiva inizia a essere riconosciuta come nuova frontiera della democrazia anche da un punto di vista culturale e patrimoniale, e ha ispirato alcuni trattati internazionali. Due in particolare: la Convenzione europea sul paesaggio del 2000 (Convenzione di Firenze, 2000), che nel definire paesaggio “una determinata parte di territorio, cosi come e percepita dalle popolazioni”, assegna loro un ruolo primario nella sua identificazione, e ancor più la Convenzione di Faro del 2005 “sul valore dell’eredità culturale per la società” (Convenzione di Faro, 2005)

che considera l’eredità culturale un diritto e una risorsa la cui responsabilità e affidata ai cittadini prima ancora che alle istituzioni. Partendo dalla constatazione che l’“eredità comune europea” è costituita innanzitutto “dai diritti dell’uomo, dalla democrazia e dallo stato di diritto”, la Convenzione di Faro propone di considerarla come “un insieme di risorse ereditate dal passato che le popolazioni identificano, indipendentemente da chi ne detenga la proprietà, come riflesso ed espressione dei loro valori, credenze, conoscenze e tradizioni, in continua evoluzione” e che “comprende tutti gli aspetti dell’ambiente che sono il risultato dell’interazione nel corso del tempo fra le popolazioni e i luoghi”.

È una visione del patrimonio che supera tanto la dimensione nazionale entro cui il patrimonio culturale è stato considerato nella modernità quanto la distinzione fra patrimonio materiale e immateriale. Ma è soprattutto una visione che afferma il diritto all’eredità culturale come parte del diritto stesso a partecipare alla vita culturale, una responsabilità individuale e collettiva che pone la conservazione dell’eredità culturale e il suo uso sostenibile al servizio dello sviluppo umano, della qualità della vita e della costruzione di una società pacifica e democratica, nel quadro di processi di sviluppo sostenibile e di rispetto della diversità culturale.

È una nuova prospettiva per la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale che fa tesoro delle logiche partecipative degli anni Settanta e che, nel nuovo scenario globalizzato e tecnologico di inizio millennio, le ripropone come modello per le stesse politiche pubbliche. Tutte da ripensare e rivedere, dunque, assegnando alla partecipazione dei singoli e delle comunità un ruolo primario, estendendo la logica ecomuseale all’insieme delle forme e dei modi di individuazione e gestione dell’eredità culturale.

Daniele Jalla
International Council of Museums (ICOM)

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