Come nacque, grazie a Darwin, la possibilità di studiare e pensare la natura liberi da dogmi

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Prima di Darwin, prima che questo pacato signorotto inglese di campagna scrivesse L’origine delle specie (1859) e approfondisse nel corso di tutta la vita i temi legati all’evoluzione, non erano molte le alternative per chi si avvicinava allo studio della natura. Il mondo era un rompicapo che anche logicamente non ammetteva facilmente soluzioni differenti rispetto a quella – di antica tradizione – che prevedeva un Dio creatore che aveva messo in essere le cose così come apparivano. Tutto convergeva verso quest’unica soluzione: c’erano animali e piante perfettamente adattati al loro ambiente, organi anatomici che operavano di concerto all’interno dei corpi garantendo la salute, c’era il lento sollevarsi e ritirarsi delle maree, i cicli delle stagioni, l’avvicendarsi monotono delle generazioni e il movimento costante e infallibile degli astri: una danza immobile del tempo che ripeteva ogni cosa sempre uguale a se stessa. L’assenza del cambiamento, la negazione della storia.

Se si ammetteva che il mondo non avesse un senso non c’era neppure una domanda da porsi; ma se si volevano trovare dei nessi tra le cose, delle spiegazioni che dessero conto dei motivi che avevano portato il mondo ad essere proprio così e non altrimenti, l’unica soluzione plausibile era riconoscervi un demiurgo, un essere pensante che aveva dato forma alla natura seguendo un suo progetto preciso, magari in parte oscuro, ma comunque riconoscibile. Era quasi scontato, con questi presupposti, che il progetto avesse come scopo una qualche posizione privilegiata per noi umani.

È in questo che Darwin risulta uno dei pensatori più rivoluzionari di ogni epoca, non solo per le scienze del vivente, ma anche per la visione moderna della laicità del pensiero.

In natura vi sono specie discrete di animali e vegetali. Da secoli venivano studiate e classificate, veniva posto un confine tra le forme, ad esempio dove finiva il gatto e iniziava la tigre, per intenderci. Il dibattito sui criteri della classificazione era acceso, ma la distribuzione discreta delle forme sul territorio era messa in dubbio da pochi e anche in questa si poteva riconoscere un disegno. Poi, certo, i singoli esemplari non sempre erano perfettamente in linea con la teoria; c’erano le mostruosità, i deformi, le vie di mezzo, ma erano cose che venivano interpretate come degenerazioni mondane delle forme perfette create ab initio.

Fu Darwin a rovesciare questa antica interpretazione, con una mossa del cavallo applicata alla natura che si dimostrò gravida di incredibili conseguenze e fece di fatto irrompere la laicità nella natura. Le singole forme non “ideali”, le caratteristiche anatomiche non “pure”, tutto ciò che non si inquadrava perfettamente nel piano preciso della creazione e che fino ad allora era stato messo ai margini dell’indagine scientifica in quanto considerato “aberrante”, poco rappresentativo e ininfluente, fu posto da Darwin esattamente al centro della sua ricerca.

Quelle impurità, nel suo lessico, divennero “variazioni”, sulle quali la selezione naturale poteva operare, mettendo in moto, per così dire, la natura dall’interno, con leggi sue: variazione e selezione dell’ambiente. Senza variazione la selezione non avrebbe potuto esistere (come scelgo tra due forme uguali?), ma con la variazione non avrebbe potuto non mettersi in moto. Cambiamento e storia entravano così nella natura e i nessi tra le cose diventavano profondi, storici, radicati nella struttura stessa della materia vivente.

Michele Luzzatto

12/02/2016

 


Approfondimenti

micheleMichele Luzzatto (1965), Dottore di Ricerca in Biologia evoluzionistica, lavora dal 1997 nel settore editoriale. Attualmente è editor per la Saggistica dell’editore Bollati Boringhieri di Torino. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Darwinismo, in Laicità. Una geografia delle nostre radici, a cura di G. Boniolo (Einaudi, 2006) e Preghiera darwiniana (Raffaello Cortina, 2008).

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