LUISS Guido Carli

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La comunicazione politica è stata spesso declinata (dai media ma anche da molti studiosi) come mero insieme di tecniche e strumenti per le strategie di propaganda. D’altra parte anche diversi settori della politica non sono riusciti a sfuggire dalla banale sovrapposizione “comunicazione politica = propaganda”, privilegiando la dimensione verticale della comunicazione (la logica della trasmissione che presiede alle campagne elettorali) a quella orizzontale della relazione e del dialogo. Non stupisce, quindi, che i partiti “tradizionali” abbiano continuato a considerare la comunicazione come mera variabile interveniente e non come dimensione che struttura la relazione. In altri termini, non sono riusciti a pensare alla comunicazione come dimensione analitica (di fianco a quella organizzativa) per una ridefinizione dei corpi intermedi.

Il successo della comunicazione politica come insieme di ricette facili si è incrociato con alcuni elementi di “crisi” delle democrazie contemporanee. Possiamo individuarne almeno cinque:

  1. crisi di credibilità delle istituzioni democratiche, percepite come inadeguate nel “frame” sociale rappresentato dalla crisi economica globale;
  2. delegittimazione sociale delle forme “tradizionali” della rappresentanza (partiti di massa e/o d’opinione, sindacati, forme istituzionalizzate dell’associazionismo e, in genere, quelli che vengono definiti “corpi intermedi”); sarebbe peraltro utile abbandonare l’espressione “corpi” – che richiama a una visione funzionalista della politica – a favore di termini più neutri (“agenti intermedi”?);
  3. accentuazione dei processi di cartellizzazione e presidenzializzazione dei partiti ed emersione di franchise parties, funzionali alla concentrazione di potere nel leader, che diventa il terminale di gruppi di interesse e stabilisce una relazione con l’elettorato solo nella cornice definita dai media (producendo spesso, peraltro, una deriva anti-egualitaria della democrazia);
  4. egemonia della “ideologia” neo-liberista, che determina uno strutturale processo di commodification dei processi democratici, con la prevalenza di un’idea di governance basata sull’efficienza temporale e sulla valutazione delle policies a breve periodo, a discapito di un’idea progettuale di government (in quest’ottica, anche lo sviluppo – auspicabile – dell’open government rischia di diventare funzionale a logiche di commercializzazione della cittadinanza e rischia di costituire un modello culturalmente opposto a quello della democrazia partecipativa);
  5. incremento delle istanze partecipative “dal basso”, che si manifestano sia nelle forme del richiamo populistico alla delegittimazione delle forme organizzative (“democrazia della negazione”, delegittimazione sistematica dei meccanismi di agency) sia nell’impegno di cittadini per una democrazia partecipativa (movimenti sociali, esperienze di cittadinanza attiva, etc.).

Dovremmo poi aggiungere un deficit formativo (che in Italia si è tradotto nella sostanziale marginalizzazione sociale della scuola) e un sistema dei media tendenzialmente conformista e scarsamente plurale. In questo scenario, i media digitali finiscono per enfatizzare gli “effetti strutturali” della comunicazione politica, già evidenti con lo sviluppo e l’affermazione del broadcasting (personalizzazione, spettacolarizzazione, winnowing effects, etc.) e le forme della mediazione e della rappresentanza perdono importanza a favore delle strategie di rappresentazione.

Un’occasione perduta. I media digitali (i social media, le piattaforme di partecipazione, etc.) potrebbero infatti giocare un ruolo importante nell’attivazione di una democrazia capace di coniugare pratiche di partecipazione e deliberazione con i processi della democrazia rappresentativa.  La comunicazione potrebbe costituire un asse strategico per incrementare la sensibilità, l’informazione e l’azione all’interno delle piattaforme partecipative. Ma – ridotta a technicality – la comunicazione perde il suo potenziale democratizzante e finisce per assumere valore solo come strumento di costruzione del consenso. L’anestetizzazione della comunicazione (anche in ambito accademico) si rivela così per essere un ulteriore strumento nel processo di negazione della dimensione egualitaria della democrazia.

Michele Sorice
Professore di Democrazia deliberativa alla LUISS “Guido Carli”.
Honorary Professor alla University of Stirling (UK)

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