Ricercatore sociale e project manager freelance

Le parole entrano nei discorsi prima di essere comprese nel loro senso profondo che è appropriazione sostanziale e coscienza collettiva dei fenomeni a cui si riferiscono; i fenomeni mutano, insieme ai termini stessi, nel volgere di poco tempo, soprattutto nel contesto dell’economia digitale. Capita così che anche in Italia da un anno a questa parte il dibattito pubblico sulla Gig Economy, “l’economia dei lavoretti” fondata sui servizi on-demand erogati da lavoratori-folla (i cosiddetti crowdworkers), stia conquistando spazi di visibilità, in rete e nei media tradizionali; da molto più tempo invece milioni di persone in tutto il mondo lavorano, acquistano e rastrellano competenze sulle piattaforme digitali di intermediazione. L’economia “uberizzata” in molti casi, va detto per uscire dalla spirale del “sempre nuovo”, non fa altro che organizzare economie e pratiche che in parte esistevano anche prima della rivoluzione digitale quando avevano però dimensioni più contenute o informali.

L’arcipelago delle piattaforme di intermediazione on-line, variegato e in continua evoluzione, mette in contatto produttori e consumatori, oppure committenti di servizi e freelancer intesi in tutte le possibili e flessibili accezioni che il termine può avere, dal lavoratore saltuario al professionista, dagli  amanti della bicicletta [e dei gas di scarico?] che vogliono guadagnare anche un piccolo stipendio – come direbbe Foodora con un pizzico di ipocrisia – ai creativi che nei periodi di scarso lavoro integrano le loro entrate partecipando a concorsi in cui  due su cinquanta ricevono un premio in denaro.  Da  una parte c’è qualcuno che chiede, dall’altra qualcun’altro che risponde alla richiesta, in mezzo un algoritmo che  organizza, controlla, calcola e valuta in modo imparziale – almeno in apparenza – chi merita di continuare a lavorare e chi no; il committente paga, non sempre, non tutti. Per un’accurata descrizione dei meccanismi organizzativi e valutativi degli algoritmi rimando all’accuratissimo articolo di Sarah O’Connor “When your boss is an algorithm” pubblicato sul Financial Times.

Possiamo individuare due tipologie di piattaforme.  Le prime intermediano servizi di trasporto, consegne a domicilio, pulizia, dogsitting e altre incombenze quotidiane: le americane Taskrabbit, Uber e UberEats, le tedesche Foodora e Helpling (pulizie), le inglesi Deliveroo e Justeat. Chi svolge il lavoro è un autonomo, cioè si sobbarca il rischio d’impresa (e che impresa andare contromano nelle strade trafficate del centro!) nella maggior parte dei casi è pagato a cottimo, se si ammala o fa un incidente sono tutti fatti suoi, è proprietario degli strumenti di lavoro (computer, smartphone, auto o bicicletta) se lavora male o non rispetta tempi e regole viene espulso temporaneamente dalla piattaforma dal capo-algoritmo; non a torto qualcuno ha parlato di caporalato 2.0. Nella seconda tipologia invece collochiamo tutte le piattaforme di servizi richiesti ed erogati online. In alcune, ad esempio Amazon Mechanical Turk i crowdworkers, prevalentemente statunitensi e indiani, competono per svolgere micro-attività (HIT-Human Intelligence Tasks) pagate uno o due centesimi di dollaro, ad esempio scrivere la didascalia di un’immagine o classificarla.  Altre piattaforme offrono servizi di scrittura testi, traduzioni, survey, ricerche web, produzione e gestione dati come nel caso di Clickwork; altre ancora, GreatcontentTextbroker, sono  specializzate in servizi editoriali (scrittura di testi originali per blog, siti e riviste, traduzioni, editing); altre piattaforme, ad esempio la tedesca Jovoto, sono specializzante  nel settore del design e della creatività. Infine ci sono piattaforme che vendono prestazioni professionali di diverso tipo, segretari virtuali, assistenti alle vendite, consulenti, informatici ed altre centinaia di prestazioni professionali  erogate a distanza (es.: Upwork).

La Gig Economy corre più veloce delle regole che spesso rincorrono cambiamenti epocali del lavoro, della produzione, del consumo. Resta da comprendere fino in fondo quali siano le ricadute positive che quest’economia sia in grado di sviluppare nel medio e lungo periodo. Sono chiari i vantaggi per i committenti: competenze e professionalità di tutti i tipi, alte e medio basse, reperibili a basso costo su scala globale. Discorso analogo per i consumatori: costi bassi per servizi di ogni genere. Quali invece i vantaggi per la società nel suo complesso? La Gig Economy sarà in grado di conciliare flessibilità, competizione, innovazione continua e customizzazione di prodotti e servizi con i più elementari principi di sostenibilità sociale che si traduce anche in quelle minime tutele in grado di contrastare il lato oscuro della razionalità economica? Intorno agli algoritmi, anch’essi prodotto del lavoro umano, la Gig Economy resta pur sempre un fatto sociale che coinvolge le persone. Gli attori che la alimentano e la controllano sono molti ed ognuno è la tessera indispensabile di uno stesso puzzle:  i lavoratori, quelli di Uber, Foodora, Deliveroo che scioperano perché sfruttati oltre il limite del sopportabile e quelli di Amazon Mechanical Turk che si organizzano in una contro-piattaforma (Turkopticon) per condividere valutazioni sulla reputazione dei clienti; i funzionari delle istituzioni nazionali e transnazionali che dovrebbero negoziare le condizioni fiscali e i vincoli in base ai quali le grandi piattaforme di intermediazione operano sui loro territori e generano profitti; i membri delle organizzazioni (sindacati, cooperative, associazioni) che sostengono i lavoratori-folla (segnalo la recente iniziativa del sindacato tedesco IG-Metall: Fair Crowd Work Watch)  e li organizzano perché possano lavorare in condizioni più dignitose come nel caso della cooperativa Smart Belgio, che negozia contratti commerciali con Deliveroo e Take it Easy  garantendo ai biker delle consegne a domicilio una paga fissa minima per le prime tre ore di lavoro e fornendo loro un supporto importante nell’interlocuzione con l’azienda. Attori non secondari ovviamente, umani anch’essi, sono i manager delle piattaforme digitali che devono rispondere alle aspettative dei grandi investitori, dei clienti e dei lavoratori (si spera). Infine i giornalisti (segnalo i numerosi articoli di Roberto Ciccarelli su Il Manifesto, Furiadeicervelli, Che Fare), attivisti e ricercatori (es: l’Osservatorio Europeo sul crowdsourcing e l’iLabour Project dell’Oxford Internet Institute) che hanno il potere e la libertà (in molti casi) di mettere a nudo,  valutandone impatto e ricadute, le realtà taciute dalle narrazioni più edificanti e fideistiche sul progresso tecnologico. I pezzi del puzzle ci sono tutti, ognuno è indispensabile, la volontà di comporlo va trovata, è un fatto e un dovere sociale se di società ancora si può parlare.

Paolo Borghi
Università degli Studi di Milano-Bicocca

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