Ricercatore Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Il volume Fabbriche globali. Un confronto fra Torino e Detroit di Andrea Signoretti presenta una comparazione fra due fabbriche del settore della fornitura auto, collocate appunto a Torino e Detroit, appartenenti alla stessa multinazionale americana ed impegnate nella produzione dei medesimi manufatti.

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La metodologia d’indagine ha combinato diverse tecniche di raccolta dei dati costituite da osservazioni etnografiche, interviste a manager, rappresentanti sindacali e lavoratori, ed un questionario distribuito alla forza lavoro di entrambi gli stabilimenti. Tali dati sono stati integrati anche dall’analisi dei contratti collettivi di lavoro e dei documenti aziendali. Una ricchezza di informazioni che ha consentito di ricostruire in profondità le relazioni di lavoro nei due stabilimenti, e che è stata resa possibile dal soggiorno continuato dell’autore in entrambe le fabbriche ogni giorno, per circa tre mesi.

Signoretti porta alla luce quali sono le conseguenze che i processi di globalizzazione, in un settore fortemente internazionalizzato quale quello dell’auto, esercitano sulla quotidianità dei lavoratori, ma anche delle aziende, dei manager e delle rappresentanze sindacali, in due differenti contesti istituzionali e culturali.

Si scoprono così due microcosmi sociali molto lontani fra loro. In America sono più numerose le donne alla linea di montaggio, laddove la fabbrica torinese è al mbaschile. Ciò è possibile in virtù di un grado più alto di tecnologia che caratterizza la produzione negli Stati Uniti, tale da consentire un minore sforzo fisico al lavoratore. Ma l’intensità del lavoro è maggiore a Detroit, dove fra un’operazione e l’altra passano meno secondi.

Per quel che riguarda la qualità del lavoro, invece, le differenze non sono notevoli: il lavoro alla linea resta di valore qualitativo modesto, anche se chi lo svolge cerca di sottolineare il rilievo del proprio apporto. È l’effetto della “produzione snella”, che dà all’operaio la possibilità di essere maggiormente informato: ciò permette un aumento della sicurezza del lavoro e una riduzione notevole degli infortuni.

Il divario più significativo sta nella situazione retributiva, che riconosce ai lavoratori americani un netto vantaggio. Hanno salari che li collocano nel ceto medio, di cui si sentono parte, mentre i loro colleghi italiani ricevono paghe più basse. Di sicuro però questi ultimi hanno più tutele, che discendono da regole fissate a livello nazionale. Negli Stati Uniti, invece, si bada soprattutto al guadagno: non a caso le ore di straordinario sono numerose e frequenti, bene accolte dai lavoratori per il margine di guadagno in più che garantiscono.

Al contrario, in Italia, vi è resistenza, soprattutto da parte sindacale, agli straordinari. Ma non si pensi che il clima d‘impresa in America sia meglio disposto verso il sindacato rispetto all’Italia. Semmai, è vero l’opposto: nel racconto di Signoretti, sono i manager italiani ad avere rapporti più distesi e normali coi rappresentanti sindacali, mentre a Detroit si cerca di contenere il più possibile i contatti con l’ancora influente United Automobile Workers of America (Uaw). Negli Stati Uniti la conflittualità è fortemente delimitata, ma quando si manifesta è più forte e radicale che in Italia, dove invece i sindacati cercano di attutire le conseguenze produttive degli scioperi.

Dove invece sembra esserci una progressiva divergenza è nell’impiego sulle due sponde dell’Atlantico del lavoro atipico, soprattutto nella forma dei contratti di somministrazione. Nel caso americano i lavoratori atipici sono poco presenti ma anche significativamente meno tutelati, meno costosi rispetto ai lavoratori regolari nonché esclusi dalla rappresentanza sindacale. Nello stabilimento italiano i lavoratori atipici rappresentano una parte consistente della forza lavoro ma sono anche maggiormente tutelati dalle organizzazioni sindacali. Queste differenze nell’impiego dei lavoratori atipici sono legate alle diverse risorse istituzionali a disposizione delle organizzazioni sindacali nei due contesti e alla diversa flessibilità assicurata dal personale assunto a tempo indeterminato. Nel complesso, i lavoratori precari risultano un perno fondamentale di un modello produttivo fondato sulla flessibilità e sull’adattamento rapido alle dinamiche di mercato, dei cui frutti tuttavia non godono nella stessa proporzione dei lavoratori stabili, del management e degli azionisti.

Mario Perugini
Ricercatore di Spazio Lavoro, un progetto di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

5/11/2015


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