di Michael Bernstain
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Per anni il computer è stato uno strumento per facilitare il lavoro, ma oggi questo ruolo è in profonda trasformazione. Il computer non è più solo il nostro strumento per compiere un lavoro, ma sta diventando uno strumento che ci dà lavoro. Questo significa che un algoritmo potrebbe diventare il nostro prossimo capo, o almeno il soggetto che stabilisce l’organizzazione del nostro lavoro. Provate a chiedere ad un autista Uber, a cui un software indica dove deve andare e quando. O provate a chiedere ad un lavoratore che utilizza la piattaforma Mechanical Turk di Amazon, che esegue il proprio lavoro a cottimo. Già oggi i professionisti del marketing, i programmatori, le collaboratrici domestiche, alcuni tipi di impiegati, i performer e altri tipi di figure sono disponibili on-demand e accessibili attraverso algoritmi e applicazioni. Il lavoro è diventato digitale e in rete. Ogni lavoro che oggi è fatto al computer potrebbe essere svolto in remoto dai membri di una “crowd”.

Gli economisti hanno stimato che circa il 20% del lavoro, negli Stati Uniti, potrebbe essere fatto in rete, pari circa a 45 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Ora, immaginati tra dieci anni. Ti alzi, accendi il computer dal tuo spazio di co-working e accedi al lavoro. La piattaforma di lavoro richiama le tue capacità e abilità (ad esempio, nella produzione di video), e quindi ti collega immediatamente ad un team di altri esperti sparsi nel mondo. Non hai mai incontrato gli altri membri del team, ma li contatti tramite Skype, utilizzi Dropbox e una stanza virtuale di lavoro. Una settimana dopo, la piattaforma ti connette con un team differente per collaborare ad un altro documentario. Un anno dopo sei all’interno di una organizzazione digitale che ha centinaia di dipendenti ma non un sede fisica.

Il nostro gruppo di ricerca al dipartimento di Computer Science dell’Università di Stanford ha costruito degli strumenti e un’infrastruttura digitale per creare questi “flash team”. Sebbene oggi i lavori in crowdsourcing maggiormente pagati consistono in piccoli compiti (come ad esempio in Mechanical Turk) o per singoli contractor (come ad esempio in Upwork), abbiamo dimostrato che le tecnologie digitali potrebbero creare dinamicamente dei team di lavoratori esperti e rendere il loro lavoro più efficiente.

Ciò pone alcune questioni. Ad esempio dobbiamo capire quale sia l’equivalente digitale dei sindacati, specialmente in un mercato del lavoro in cui i contratti durano qualche ora e le persone vi entrano ed escono continuamente. Con il nostro gruppo di Stanford, assieme anche all’Università della California abbiamo costruito un software che aiuta i lavoratori di Mechanical Turk a perseguire un’azione collettiva, ma la strada è costellata di fallimenti. Se avete almeno una volta provato a raggiungere una decisione tra 100 persone utilizzando solo l’email, potete capire quanto tutto questo sia difficile.

Michael Bernstein

*L’articolo originale è apparso con il titolo “The Future of Work: Working for the Machine” su Pacific Standard

6/11/2015


Approfondimenti: photogallery storica

L’uomo e la macchina nella grande fabbrica sono i protagonisti della gallery che presenta tre imprese tra le più significative del secolo scorso: Breda, Innocenti, Olivetti. Dalle lavorazioni più grossolane fino alla meccanica di precisione si intravedono due manufatti che hanno segnato un epoca: la Lambretta, artefice della prima motorizzazione di massa del Secondo dopoguerra, e le macchine per scrivere Olivetti, sintesi tra le più alte del design made in Italy.

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