Simon Fraser University

In previsione di una riorganizzazione globale e digitale della società, l’educazione è fondamentale per la coesione e la stabilità sociale. Il tema delle forme e delle pratiche educative risulta quindi fondamentale per il nostro successo collettivo in un futuro che si preannuncia jobless.

La questione centrale è: possiamo pensare e agire in maniera più assertiva per generare i cambiamenti necessari, come agenti e architetti di possibili scenari futuri?

Un microcosmo di questo dibattito si trova nelle riflessioni in corso sul valore dell’università nella società moderna e sul valore di un’istruzione universitaria per gli studenti nell’età dell’informazione. Jon Steinberg, ex Presidente e Chief Operating Officer di Buzzfeed, mise notoriamente in discussione l’utilità di un’istruzione post-secondaria, sostenendo che un diploma universitario rappresenta “molto debito e non necessariamente un insieme di abilità”. La critica di Steinberg venne respinta dall’autore dello stesso articolo, che promuoveva invece la ricchezza e la produttività di esperienze educative face-to-face, definendole inadeguatamente “soft skills”. Queste due prospettive non si escludono a vicenda e devono essere considerate come descrizioni ugualmente valide e co-determinanti dei cambiamenti necessari per darci chance di successo nei vari livelli di una società jobless.


Formazione aziendale

I futuri scenari educativi devono essere guidati dalla pertinenza, e le istituzioni educative devono essere re-immaginate, sia nei contenuti che nella pedagogia, per anticipare e adattarsi a tutti i possibili sconvolgimenti economici o sociali che dovessero verificarsi. Questo suggerisce di rivolgere l’attenzione educativa non sulle competenze tecniche, ma sulle capacità sociali, così come sulla necessità di dare la priorità ai principi e alle pratiche che preparano gli studenti al lavoro, al tempo libero e al loro esercizio della cittadinanza, oltre i limiti della tecnologia.

C’è una sorta di ironia nell’idea che il reset educativo che sto proponendo, in grado di affrontare la creazione del cambiamento anziché la reazione al cambiamento, possa trarre ispirazione da alcune teorie e pratiche educative eccezionalmente importanti, ma del passato. Consolidati e rodati principi di apprendimento esperienziale, di agency e di azione, di problem-solving collaborativo e di cittadinanza devono essere gli elementi costitutivi di un qualsiasi reset educativo.

Stanley Arnowitz ha sostenuto che l’educazione dovrebbe preparare uno studente “affinché diventi un ‘cittadino’ informato, in grado di partecipare alla presa di grandi e piccole decisioni pubbliche che riguardano sia il mondo, nel senso più ampio del termine, che la vita quotidiana” (2008). In termini pedagogici, coltivare una cittadinanza informata significa apprendere, attraverso l’auto-riflessione, la creatività e la partecipazione. 

Paulo Freire ha osservato che “insegnare non è trasferire la conoscenza… ma creare le possibilità per la produzione o la costruzione di conoscenza” (1998: 30). Freire vede gli studenti come agenti e protagonisti nella loro educazione e nell’illuminazione finale. John Dewey ha suggerito che gli approcci pedagogici più “in-scolastici” possibili sono gli approcci pedagogici del futuro. In altri termini, un’educazione guidata da ciò che Dewey ha definito “situazioni empiriche”, ossia un richiamo straordinariamente lungimirante per una consonanza tra le pratiche pedagogiche e la vita sociale e culturale di studenti al di fuori dell’istituto, nel cosiddetto “mondo reale”. Dopo una serie di colloqui con numerosi studenti, Henry Jenkins, studioso dei media digitali, ha sintetizzato “quello che abbiamo sentito è che i giovani hanno avuto una vita intellettuale e creativa più ricca al di fuori della scuola che al suo interno. Le cose che hanno imparato e le cose di cui si interessavano avvenivano alla fine della giornata scolastica”.

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