Università degli Studi di Milano

Cosa significa oggi confrontarsi con il reale? In che modo l’esponenziale crescita dei mezzi di riproduzione della realtà ci può permettere di instaurare un dialogo autentico e fecondo con ciò che osserviamo attraverso la mediazione di uno schermo? Può la narrazione agire come strumento di elaborazione delle immagini documentarie?

È imminente l’apertura della terza edizione del festival “Visioni dal mondo, Immagini dalla realtà“, ospitato quest’anno anche da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. In rassegna verranno proiettati documentari italiani e internazionali che si concentrano su temi di attualità, su differenti visioni del mondo, incontri e scontri di culture; i film selezionati rivolgono l’attenzione alla possibilità di un dialogo interculturale istituito attraverso l’uso delle immagini. Ciò ci offre l’opportunità di fare alcune brevi considerazioni sulle domande proposte.

Sguardo, dialogo, racconto: il cinema documentario lega i tre aspetti, che concorrono a rendere le immagini “attive”, connotate eticamente, promotrici di un pensiero. Occorre anzitutto fare una distinzione di base tra le possibilità riproduttive della macchina e quelle produttive dello sguardo del documentarista che le seleziona. Gettare uno sguardo sulla realtà significa aprirsi alle possibilità produttive dell’immagine; produzione che va di pari passo con l’elaborazione di ciò che viene osservato. Se la macchina elabora dei dati, l’autore che sta dietro ad essa “elabora” nel senso psicoanalitico del termine: dipana, svolge, interpreta. Se lo schermo riflette la realtà, l’autore riflette sulla realtà, penetrando con il suo sguardo un flusso di immagini registrate, una uguale all’altra. L’oggettivo del dato, perciò, si fonde al soggettivo dello sguardo.

Immagine tratta dal film Accidental Anarchist in programma l’8 ottobre alle 15.30 in viale Pasubio 5 a Milano

 

In questo modo il cinema documentario è portatore di un’apertura del reale: moltiplicando le sue interpretazioni, offrendone diversi percorsi di senso, ne arricchisce le possibilità. Lo sguardo, interrogando il presente attraverso le immagini, dà vita a un’inchiesta sul reale, a un’interrogazione che getta un ponte tra il nostro modo di osservare la realtà e quello degli altri. L’immagine documentaria, nell’orizzonte autoriale, non è dunque mai neutra, ma sempre orientata. Orientata in senso politico, etico, culturale. L’immagine è mossa ora da un fine, non è più una materia inerte che si limita a replicare mimeticamente la realtà in copie infinitamente riproducibili. Il documentario si pone quindi come strumento critico del reale, dialogando costantemente con le immagini e i suoi interlocutori1.

La dimensione dialogica che si instaura tra le immagini e l’autore, e tra l’autore e il suo pubblico, risponde già in parte riguardo le possibilità di una comunicazione autentica con ciò che osserviamo attraverso la protesi dello schermo. La contemporaneità ci ha abituato, a ritmi sempre più elevati, a una fruizione pressoché istantanea di immagini provenienti da ogni parte del mondo. I nostri occhi possono protendersi virtualmente verso ogni direzione, ma cosa significa accedere autenticamente alla realtà che lo schermo ci pone davanti? Ancora una volta grazie alla mediazione ulteriore dello sguardo dell’autore, alla chiave interpretativa proposta assieme alle immagini, è possibile entrare in contatto con un’altra cultura, un altro pensiero, filtrato attraverso la visione di chi quella realtà l’ha vissuta, indagata, elaborata. L’oggettività riproduttiva viene contaminata dalla soggettività produttiva del documentarista, e la volontà di raccontare, di comunicare una realtà, ci permette un avvicinamento all’immagine.

In questo senso, la dimensione della narrazione può aprire alla comprensione dell’elaborazione attuata dall’autore. Il racconto svolge qui il compito di un processo argomentativo, costruito attraverso la selezione e il montaggio delle immagini che il mezzo aveva semplicemente immagazzinato. L’autore non vuole offrirci ogni cosa, indiscriminatamente, ma vuole dirci qualcosa.  In altre parole, attraverso il racconto il documentarista traccia un percorso guidato per far emergere la realtà da lui osservata e renderla immediata per il fruitore.

Lo sguardo del documentarista non solo può offrire un’interpretazione e interrogazione del presente, ma potrà fornire, retrospettivamente, gli strumenti per una ricerca futura. Il documentario, e la chiave interpretativa che porta con sé, si farà perciò documento per comprendere una realtà distante oltre che spazialmente,  temporalmente. Uno sguardo che parla al presente, ma che parlerà anche al futuro.

 


 

 

1 Sulla dimensione soggettiva e orientata dell’immagine filmica rinviamo a F. Rossin, Cinema e storia. Immagine d’archivio e uso politico nel cinema documentario, Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano 2016. (http://fondazionefeltrinelli.it/schede/ebook-cinema-e-storia-9788868352776/).

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