Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Il decadente mondo di ieri nel cinema cangiante del nuovo mondo di oggi

 

Ad essere sinceri, credo che il suo mondo
sia svanito molto prima che lui vi entrasse.
Ma, devo dire, ha senz’altro prolungato
l’illusione con infinita grazia.

Zero Mustafa

Serviva, forse, il cinema di Wes Anderson, surreale per gli espedienti tecnici; anacronistico per il montaggio delle temporalità della storia; e, a suo modo, ermeneutico, per il tema dell’intellettuale contemporaneo in convalescenza dalla crisi nel Grand Budapest Hotel tra le vertiginose montagne di un est europeo da cartolina; serviva, dunque, proprio questo cinema per riuscire a visualizzare la fine intermittente del XX secolo europeo: la scena finale di una pellicola straordinaria, caduta e poi riemersa casualmente dall’oblio della memoria.

Serviva, forse, anche l’anno giusto per poter attualizzare il punto di vista del Nuovo Mondosu quel «luogo comune» di allora, quando gli Stati Uniti scoprivano e riscoprivano il Vecchio Mondo, sbarcando militarmente sul terreno europeo battuto dalle guerre contemporanee. Siamo ora su quello spartiacque temporale: un secolo dall’inizio della prima guerra mondiale e dal genocidio degli Armeni; settant’anni dall’inizio della fine della seconda guerra mondiale e dall’apertura dei campi; vent’anni dal genocidio del Ruanda, limitrofo nei tempi a quello di Srebrenica nella Bosnia-Erzegovina. E, soprattutto, l’anno esatto del riaprirsi della faglia di guerra ucraina nel terreno orientale comunitario della nuova grande fortezza Europa.

Il tempo che si dispiega nel racconto in digressione di Zero Mustafa, l’anziano proprietario dell’hotel, alla controfigura britannica del vero scrittore asburgico travolto dalla crisi, lo Stefan Zweig di Estasi di libertà (1982), è, infatti, un tempo storico postumo e contemporaneo: trascorso ma narrato al presente della coeva era post-sovietica; dilatato e accelerato tra la noia della scialba vita quotidiana del “dopo-impero” e i flashback sgargianti della memoria vivida del “c’era una volta”. È anche un tempo permanente in senso meteorologico: congelato nel paesaggio invernale; perenne come la neve sulle vette aguzze, tutte ugualmente inquietanti, su cui sembra incombere la catastrofe definitiva. Su quella coltre bianca, la storia tende il suo filo rosso intorno al plotzigzagante della vicenda: l’assassinio di una vecchia e ricca contessa e la successiva, rocambolesca contesa per l’eredità. E come accade spesso nel corso degli eventi del XX secolo, la storia corre sui binari del treno, parallelamente ai confini nazionali, pericolosamente prossima ai fronti su cui si schierano gli eserciti armati.

È nell’espediente del viaggio in treno dei protagonisti del racconto, il concierge dell’hotel, Monsieur Gustave – il vate della civiltà imperiale asburgica in decadenza, della sua futilità ingenua e della sua sonnambula cecità di fronte ai segnali della catastrofe – e il suo garzone, il giovane Zero Mustafa, che si dispiega l’andare e tornare, il divenire e il ri-venire della storia europea contemporanea ai margini degli eventi narrati: quella delle conflagrazioni mondiali e della fine del mondo di ieri.

Gli elementi della grande trasformazione ormai avviata sul crinale scivoloso del lungo inverno della guerra europea ci sono tutti.Cause e effetti s’intrecciano pericolosamente: il pretesto dell’assassinio che scatena la guerra fra i pretendenti, mentre uno scenario bellico ufficiale già si prefigura nella chiusura della frontiera; gli accordi segreti che disgregano la federazione interna alla Patria europea; la mobilitazione generale e le diverse alleanze costituite per interesse. Piani e strategie evolvono: l’ombra oscura del sobillatore e persecutore da cui si origina il movimento paramilitare nero delle ZZ (vedi SS); la strategia del sospetto e l’internamento dei soggetti pericolosi nel Check-point 19, un po’ campo di concentramento, un po’ muro di Berlino; il salvataggio operato da un’alleanza internazionale di albergatori, mezza Società delle Nazioni, mezza Croce Rossa a forte connotazione americana, che aiuta a compiere il rocambolesco ma non risolutivo salvataggio di ciò che resta del mondo di ieri – un immaginario dipinto lezioso e barocco cui il rimpiazzo dell’opera provocatoria di Egon Schiele fa da specchio di bellezza decadente.

E infine, la conclusione aperta sul passato: il secondo viaggio in treno dei due, di nuovo sullo stesso binario di confine, la stessa linea-faglia sotto la bianca terra contesa di nessuno, su cui sono gli eserciti schierati a segnare la frontiera. Ed è il passato a dichiararsi tale nel bianco e nero che fa da didascalia al finale: il chiaroscuro tra il vecchio mondo in frac di Gustave, morente illusione di se stesso, l’elegante divisa imperiale sostituita da una più marcata uniforme nera, e la neve bianca su cui si stagliano nettamente i fronti della guerra in corso.E sul futuro: la trasformazione del Grand Budapest Hotel asburgico in un avamposto di regime, l’hotel Europa che diventerà fortezza di controllo nella contrapposizione dei blocchi durante la Guerra Fredda.

Infine, una conclusione aperta sul presente nefasto: lo smottamento della storia ancora sulla faglia ovest-est della guerra Ucraina/Russia, surreale e anacronistica ripetizione del ‘14.

 Surrealismo e anacronismo sono, per la verità, le categorie proprie del XX secolo, quando artisti e letterati, storici e intellettuali, con le loro visioni e previsioni, hanno tentato di dare forma, figura, senso all’inenarrabile, all’inimmaginabile, persino all’invisibile della realtà, delle sue repentine, fantasmagoriche trasformazioni. Così, in verità, l’«occhio alla camera» dell’americano Anderson sul declino del Grand Budapest Hotel-Europa non è poi così surreale né così anacronistico, e quella immaginaria, ma non improbabile, Repubblica di Zubrowka, più che una bizzarra visione cinematografica hollywoodiana, può ben essere la cartolina cangiante della storia di un secolo che emerge dal buio dell’oblio nella luce intermittente della testimonianza di chi l’ha vissuta e dei lampi di guerra di chi la vive ancora.

Il sole splendeva forte e intenso.
Tornando a casa osservai d’un tratto davanti a me la mia ombra,
così come vedevo proiettata l’ombra dell’altra guerra dietro la guerra presente. […]
Ma ogni ombra in fondo è anche figlia della luce
e solo chi ha potuto sperimentare tenebra e luce, guerra e pace,
ascesa e decadenza, può dire di avere veramente vissuto.

Stefan Zweig, Il mondo di ieri. Ricordi di un europeo (1942)

Erica Grossi
Ricercatrice del progetto “La Grande Trasformazione – 1914-1918


Approfondimenti

CLICCA QUI e scopri lo speciale Che cos’è la Patria? pubblicato per  “La Grande Trasformazione – 1914-1918”, un progetto di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

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