Ricercatore Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Industria 4.0 e saper fare tecnico-specialistico: un binomio ineludibile

Sappiamo che la tecnologia sta attraversando una fase di accelerazione con cui il mercato del lavoro ha difficoltà a tenere il passo. La risposta a questa epocale trasformazione non è certo quella di fermare il processo: Industria 4.0 può essere una grande opportunità, ma richiede un salto culturale e una predisposizione al cambiamento capace di attraversare in maniera organica le imprese, i cittadini, le istituzioni e il sistema della formazione.

Industria 4.0 è una realtà complessa che a volte però, nel discorso pubblico, riceve un trattamento banalizzante. Non possiamo infatti pensare di poter affrontare questa rivoluzione facendo leva esclusivamente sulle soft skills o con la paura che sia la tecnologia a portare via il lavoro, perché in realtà è spesso la mancanza di innovazione tecnologica a far perdere quote di mercato e occupazione. Di fatto l’avvento della tecnologia altera, potenzia ed estende, almeno per quei lavori non ripetitivi, le competenze dell’individuo che Industria 4.0 richiede essere in primo luogo di natura specialistica.

Il saper fare tecnico-specialistico è infatti indispensabile per progettare e far funzionare le macchine così come per gestire e migliorarne l’efficienza e la produttività, oltre che per generare differenziali e innovazioni di prodotto. Essere competitivi in un mercato sempre più digitale significa infatti avere personale qualificato con competenze tecnico specialistiche funzionali a promuovere la produttività, l’efficienza e le innovazioni di prodotti e servizi.

Tuttavia l’attuale sistema di formazione fatica ad adeguarsi alle richieste del mercato del lavoro generando fenomeni di disallineamento di competenze tra chi offre e chi cerca occupazione. Come possiamo allora, a partire dalle specificità del territorio italiano, dare origine a un dialogo efficiente e virtuoso tra sistema scolastico e mondo del lavoro affinché le imprese possano beneficiare del potenziale umano e allo stesso tempo i lavoratori ricoprire posizioni lavorative che li soddisfino e siano in linea con le proprie expertise?

Partiamo dal riconoscere le peculiarità del nostro territorio


Da sempre il valore aggiunto e competitivo dell’Italia sui mercati esteri risiede nella qualità piuttosto che nella quantità. Il patrimonio di conoscenze e know-how specialistico trova sviluppo e insediamento nella realtà delle piccole e medie imprese che caratterizzano il tessuto imprenditoriale italiano, in quella che Arnaldo Bagnasco, esperto di sociologia economica, teorizza negli anni settanta come Terza Italia.

Alla tradizionale dicotomia fra Nord (o meglio Nord-Ovest) e Mezzogiorno, rispettivamente la Prima – quella delle grandi imprese – e la Seconda Italia – quella del sottosviluppo relativo dove l’economia si è disgregata e riorganizzata in dipendenza da esigenze esterne – egli contrappone uno schema tripartito. Nell’argomentazione di Bagnasco, la Terza Italia comprende le regioni del Triveneto (Trentino-Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia), le tradizionali regioni ‘rosse’ (Emilia-Romagna, Toscana e Umbria) e le Marche. La morfologia industriale di questi territori e la logica che la animano è tutt’altro subordinata rispetto allo schema fordista gerarchico e standardizzato, tantomeno appare residuale. Nella piccola e media impresa vengono infatti esaltate le reti e i rapporti orizzontali rispetto alle gerarchie verticali tipiche della logica fordista, valorizzando il ruolo delle istituzioni locali rispetto ai processi decisionali calati dall’alto.

È da queste costellazioni di piccole e medie imprese che nascono e prendono vita i distretti industriali, ovvero sistemi territoriali connotati da una forte specializzazione e da un sistema di infrastrutture economiche e sociali deputate al buon funzionamento delle istituzioni locali (amministrazioni, istituti di credito, università e centri di ricerca).

È proprio il capitale sociale, ovvero le relazioni intense che si sviluppano tra gli attori che abitano queste realtà territoriali (imprese, università, istituzioni e società civile) a rendere i distretti industriali – si pensi ad esempio al Distretto Biomedicale di Mirandola o al Distretto Motorvalley dell’Emilia-Romagna – le eccellenze del nostro tessuto imprenditoriale, a livello nazionale e mondiale. Un’elevata concentrazione di competenze e saperi in uno spazio geografico così ridotto consente infatti un processo di contaminazione e condivisione di know-how a beneficio della realtà distrettuale. E quando le imprese che vi operano si aprono nel confronti degli attori del territorio, in primis gli istituti di formazione, e collaborano con essi si produce quel valore aggiunto funzionale alla crescita e allo sviluppo economico.

Quando il capitale sociale genera crescita per il territorio

Oggi diverse imprese che operano in Industria 4.0 riconoscono la necessità di collaborare con le Università per innovare i curricula e i percorsi formativi all’insegna dello sviluppo di nuove competenze e professionalità. In questi termini, nel solco di un’epoca in cui i sistemi di formazione faticano a preparare i lavoratori del domani, le imprese giocano un ruolo fondamentale nel supportare i sistemi educativi nell’adeguarsi alle richieste del mercato del lavoro. Seppur spinte da dinamiche concorrenziali, le collaborazioni che le aziende attivano con le università generano un valore duplice per il territorio: da un lato il mondo del business ha a disposizione le competenze di cui necessita per continuare a produrre crescita e innovazione, dall’altro i sistemi di formazione si innovano nella loro offerta formativa e nei loro modelli di apprendimento adattandosi alle richieste del territorio.

È quanto successo con la nascita della prima università italiana dedicata all’automobile (Motorvehicle University of Emilia Romagna) voluta fortemente dalla Regione Emilia-Romagna, sviluppatasi a partire dalla collaborazione di quattro atenei di alta formazione – Università di Bologna, Università di Ferrara, Università di Modena e Reggio Emilia, Università di Parma – e le case motoristiche che abitano il Distretto della Motorvalley con l’obiettivo di formare e inserire nel mondo del lavoro i professionisti di Industria 4.0.

Dovremo aspettare un po’ di tempo per vedere i risultati e gli impatti generati a livello territoriale da questa rete di università, ma intanto non possiamo fare a meno di riconoscere e valorizzare le potenzialità di questo “distretto universitario” perché, a dispetto degli scenari pessimistici sul futuro dell’occupazione, significa che il lavoro umano conserva ancora una sua specificità.

Se dunque riconosciamo nel territorio le peculiarità del nostro Paese e le valorizziamo, se difendiamo il sapere tecnico delle realtà aziendali che lo animano e investiamo per accrescerlo ulteriormente, e se facciamo leva sulle relazioni sociali del territorio per promuovere pratiche innovative possiamo cominciare ad assecondare i cambiamenti in atto nel mercato del lavoro e dare una prima forma al futuro del lavoro.

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