Università degli Studi di Firenze

Se si consultano i dizionari, i termini “ribelle” e “ribellione” rimandano a qualcuno o a qualcosa che rifiuta obbedienza e sottomissione. Ma a chi potrebbero ribellarsi delle città?

Nel 2016 nasce l’idea di dare avvio ad un progetto, denominato appunto “le città ribelli”, che fosse in grado di unire sotto un comun denominatore tante città europee, stanche di obbedire alle politiche di austerità imposte dai governi centrali e dall’Unione Europea. Il progetto di mettere in rete città come Madrid, Barcellona, Cadice, Napoli, Atene, Bristol, Grenoble e Wadowice e Slupsk, ad oggi ha fatto perdere le sue tracce. Certo è che alcune di queste città, come le più note Barcellona e Napoli, provano ancora a fare un percorso di governo alternativo che, se da un lato è alimentato da una buona dose di autorappresentazione, dall’altro delinea un’alternativa praticabile della gestione del territorio, con il coinvolgimento attivo della cittadinanza, delle associazioni espressione della società civile, e dei movimenti sociali.

La città e il suo governo sono tradizionalmente il luogo politico più prossimo all’individuo, gli spazi nei quali la vita politica si organizza. Ma bisogna constatare che sono i primi spazi, quelli urbani, a subire i processi di depoliticizzazione, di spoliazione dei cittadini dei loro diritti fondamentali. La casa, il lavoro, la sanità e l’educazione sono servizi che, pur emanati dal livello centrale dello Stato, vengono attivati e gestiti a livello cittadino. Tuttavia, oltre al malfunzionamento o alla mancata attivazione di questi servizi pubblici (o beni comuni!), le città hanno progressivamente perso il loro ruolo di arene partecipative e deliberative. Per contrastare questo stato di cose, nel 2016 la rete delle città ribelli affermava di ribellarsi all’ordine mondiale che sradica la sovranità dal popolo, rendendolo de facto più suddito che cittadino, e nasceva con l’intento di contrastare questo modus operandi generale mediante la loro esperienza di riacquisizione di sovranità dal basso.

Barcellona, governata da una Piattaforma cittadina della quale fanno parte Equo (partito ecologista spagnolo), Guanyem (piattaforma politica a base movimentista), Podemos e altri collettivi e movimenti provenienti dalla società civile, è l’esempio più avanzato della tendenza municipalista che contrasta le politiche di austerità e di de-sovranizzazione. La città spagnola guidata da Ada Colau ha, infatti, messo in piedi una vera e propria gestione partecipata della città. Il volto politico di Barcellona sta cambiando sia grazie all’inclusione nella sfera pubblica di una serie di soggetti che prima ne erano esclusi o addirittura antagonisti, sia grazie alla spinta alla partecipazione della cittadinanza in generale. Esiste una piattaforma chiamata Decidim Barcelona nella quale, ad esempio, si può partecipare all’elaborazione del Plan de Actuación Municipal (PAM), un piano che si definisce all’inizio di ogni mandato e che delinea le linee di intervento e di azione del governo municipale. La squadra di governo elabora una proposta iniziale, ma il processo si apre alla discussione e alle proposte o modifiche, step ai quali tutta la cittadinanza è invitata a partecipare “per la costruzione collettiva di Barcellona”, come si legge sul sito della piattaforma.

Napoli è “la città ribelle italiana”, che sta sperimentando una forma di governo innovativa rispetto alle altre esperienze municipali della Penisola. Impossibile non pensare alla delibera sui beni comuni, emanata per il caso dell’Asilo Filangieri (delibera n. 446/2016), con la quale si procede alla “Dichiarazione d’uso civico e collettivo urbano” di uno spazio occupato che in precedenza giaceva in stato di abbandono e che viene riconosciuto come bene comune e, in quanto tale, restituito alla cittadinanza. Questa delibera ha rappresentato oltre che un precedente utilizzabile in altre esperienze di autogestione e riqualificazione di spazi abbandonati, anche una scelta politica caratterizzante per l’amministrazione De Magistris. Più soft l’intervento della giunta sulla partecipazione attiva della cittadinanza, alla quale è dedicata una sezione nel sito del comune di Napoli  e che contempla la possibilità di “adottare” una strada, un’aiuola della città o di utilizzare superfici urbane per realizzare scritte e murales, sempre con lo scopo di riqualificare spazi e beni comuni.

Sebbene ad oggi, dopo alcuni incontri tra i sindaci rappresentanti, non si abbiano più notizie della rete delle città ribelli, possiamo affermare che le esperienze di questi municipi rappresentano senz’altro uno slancio progressista, orizzontale e partecipativo, ma la perplessità di fondo, circa il portato radicalmente di rottura rispetto all’ordine economico-politico che dicono di impersonare, rimane: il municipalismo improntato ad una maggiore partecipazione e democrazia può essere vettore di un reale cambiamento politico? In fondo, ribellione è sinonimo di rivolta e non di rivoluzione…

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