Ricercatore
Antropologa culturale

La città come misura della modernità europea, come protocollo d’economia lungo reti e traiettorie che conducono fuori dall’Europa, negli altri continenti. La città come strumento entropico della conflittualità e quale luogo della governamentalità delle soggettività insubordinate e dissentite. La città, ancora, come disseminazione, tra pubblico e privato, della memoria collettiva, ma anche come silenzioso procedere dell’oblio e delle pratiche di dimenticanza, come archivio di ricordi ‘incarnati’ che ridisegnano i territori a partire dalle posizionalità dei soggetti. La città è tutto questo, e tanto ancora. Lo sguardo critico sulla città (Lefebvre 1967) permette di elaborare un modello interpretativo al ‘negativo’, ossia capace di mettere in evidenza continuità e discontinuità tra passato coloniale e condizione postcoloniale. Facendo saltare i dispositivi che regolano la linearità e i sistemi di coerenza della cultura delle nazioni europee – e determinando quindi fratture, squarci e discontinuità che fanno emergere linguaggi ibridati e meticci – questo approccio è particolarmente interessante per comprendere forme di resistenza all’interno dei confini d’Europa.

‘Faire la ville’, fare la città, secondo l’antropologo Michel Agier è il processo complesso e mai finito che realizza il «diritto alla città» qui e adesso attraverso pratiche controverse e minori, le quali acquistano significati radicali perché evocano il desiderio e il piacere della creazione del sogno, virtuale o ideale, della città (Agier, 2015). Tra di esse vi è, senza dubbio, l’occupazione dello spazio, la creazione di percorsi e di traiettorie che ricalcano, eludono o attraversano altre traiettorie, antiche, dimenticate e nascoste tra il reticolo di strade della città, tra i «frammenti e luoghi [che] scompongono la totalità invisibile della grande città permettendo di dargli un’altra forma, sensibile, fondata sull’esperienza, quella di un ologramma personale che consente, in ultima analisi, un’identificazione al nome del luogo, identificazione molteplice prima di essere comune» (Agier, 2015: 37-38).

Guardare alle periferie significa osservare la città nel suo spazio più giovane. Spostare l’attenzione dal centro ai margini in cui il sogno, la città pensata, ha preso forma in tempi più recenti. Fuori dalle antiche mura, lontano dai salotti cittadini, esiste uno spazio che, frammento dopo frammento, è stato conquistato in un tempo più vicino a quello presente ma, paradossalmente, meno vivo nella memoria di chi lo spazio urbano lo vive e lo attraversa quotidianamente. ‘Interland’ era una categoria usata, per la prima volta in Libia, per descrivere le aree periferiche della colonia: il termine, negli anni Cinquanta, fu usato in Italia per marcare il crescere della città dai suoi confini più estremi. Se il centro è il luogo simbolico di attrazione e gravitazione della popolazione, con un moto temporale circolare e scadenzato proprio del farsi della storia, nella periferia – sebbene progettata dal centro – germinano spazi interstiziali capaci di accogliere post-memorie del colonialismo e racconti di diaspore che rimettono in discussione la geografia del passato e la storia degli spazi nazionali, continentali e urbani.

Giovani e dalla memoria spesso obliata, gli spazi delle periferie sono “segnati” meno in profondità dal procedere del racconto del passato e del futuro. Spazi conquistati da sogni recenti e percorsi di traiettorie frammentarie, le periferie fanno fatica a essere riconesse alla storia della città e a trovare riconoscimento nella memoria condivisa della comunità. Non di meno sono spazi di produzione di nuove socialità, in cui memorie e linguaggi antichi e nuovi vengono risemantizzati, accolti dal centro, rielaborati e rimandati indietro. Spazi in cui i «ritmi» della città (De Boek 2015; Chambers 1985) a volte dissentono da quelli delle vie centrali, le periferie sono il vero reame del ‘faire la ville’, ossia quel processo che permette alla città di sopravvivere (Agier 2015). Ma sono anche il luogo della contraddizione,quindi del conflitto e della rivendicazione che eccedono e contrastano la logica della norma e del diritto (Harvey 2012). Indagare le periferie torinesi significa allontanarsi dalle piazze dai nomi altisonanti, dai viali alberati e dalle rive del Po per addentrarsi in mondi che conservano storie e ne producono, costantemente, altre che danno senso e forma alla città e alla comunità che la abita, ma anche che mostrano modi altri di significare lo spazio urbano e i linguaggi della città.

Le periferie offrono l’occasione di cogliere all’interno delle narrative e degli spazi della «città panorama» i passi, le memorie, i nomi e il mutamento costante della sua controparte «abitata» (De Certeau, 1980). Mutamento, spazio, nomi: la memoria va ricercata nel cuore del centro urbano dove inciampa nelle traiettorie che conducono alle periferie attraverso documenti e indizi di vario genere custoditi negli spazi del centro, come in quelli dei margini. Se le mappe i documenti conservati nell’Archivio Storico della città di Torino sono utili nel far luce sul procedere dell’occupazione dello spazio e del mutamento delle sue funzioni e della sua natura dall’epoca romana ad oggi, altri archivi aprono squarci sulle memorie “altre” che da tempi non sospetti connettono la città con l’Oriente (Said 1978), con spazi “altri” per definizione. I fondi della Biblioteca Reale (Triulzi 1989), le collezioni etnografiche di Palazzo Madama, del Museo di Antropologia ed Etnografia dell’Università di Torino, dell’Istituto Missioni Consolata, del Museo delle Arti Orientali, così come gli archivi del Museo di Antropologia Criminale Cesare Lombroso, costituiscono un archivio diffuso in città in cui risiede la memoria di un interesse per l’alterità, e per l’Africa in particolare, che ha caratterizzato Torino sin dai primissimi entusiasmi coloniali della seconda metà del XIX secolo. Ma non solo archivi e musei. In epoca crispina e, poi, giolittiana fino ai primi anni del governo fascista, Torino è alla ricerca di un nuovo ruolo nazionale dopo il trasferimento della capitale. La città si propone come capitale dell’innovazione attraverso le esposizioni, spazi e luoghi rappresentativi della società torinese in trasformazione. Vero e proprio rituale commemorativo, le esposizioni svolgono un ruolo di collante e di recupero della memoria per la comunità cittadina (e nazionale). Tra il 1884 e il 1928 “esposizioni” di vario genere celebrano le invenzioni scientifiche e il mito dell’Italia moderna attraverso la messa in scena delle civiltà. In questi eventi, l’Africa e la colonia costituiscono un nucleo essenziale della rappresentazione tanto delle retoriche politiche quanto della politica commerciale e coloniale del Paese. Mentre la città cresce e sposta sempre un po’ più in là i propri confini, in centro viene “fondata” la memoria del rapporto di Torino con la colonia che oggi ritroviamo, viva ma nascosta e silenziosa, nei quartieri periferici e che rivive tanto nei nomi delle vie, quanto nelle traiettorie che ha portato nuovi torinesi ad abitarle.

Divisa in ventitré quartieri e otto circoscrizioni, Torino si sviluppa secondo spazi delimitati dai grandi viali e dal fiume Po. Guardando la mappa cartografica della città si nota come monumenti e grandi piazze polarizzano lo spazio urbano. Lo sguardo dell’osservatore viene condotto verso il centro, lasciando i quartieri periferici ai margini dell’immagine classica della città. Se i monumenti, le piazze e i grandi viali risultano essere i luoghi topici della memoria storica della città, i reticoli di vie che riempiono gli spazi tra questi veri e propri poli conservano anch’essi tracce indelebili della storia sociale di Torino. La divisione in quartieri avvenne nell’Ottocento secondo una logica geometrica che non seguiva quella, forse più immediata, che identificava e distingueva gli spazi della città tra quelli all’interno e all’esterno delle mura, creando una gerarchia netta tra il centro città e le sue periferie. A una divisione in vere e proprie fette, gli spazi urbani furono oggetto, nel 1858, di una rivisitazione della numerazione. L’operazione di “riordino” delle vie urbane procedette dal centro, identificato in piazza Castello, verso l’esterno e divise la città in quattro grandi compartimenti secondo le quattro grandi arterie che partono dalla piazza più centrale.

Ma si dovettero aspettare gli anni Cinquanta e il boom economico per assistere a processi di occupazione e ri-semantizazione consistente di spazi che videro mutare la propria natura, la propria funzione e le pratiche e i discorsi di cui erano – e sono – oggetto. La collina oltre il Po divenne allora area residenziale, mentre l’aperta campagna che circondava Torino fu investita sia dallo sviluppo industriale sia dalla parola d’ordine dell’epoca: “costruire”. Corso Francia fu una delle direttive principali su cui la città oltrepassò le antiche mura e crebbe verso occidente, prendendo il posto dei campi e dei cascinali di memoria medioevale. La “strada di Francia”, sin dalla sua creazione per editto regio nel 1711 fu palcoscenico dello sviluppo commerciale e industriale del capoluogo torinese e asse viario fondamentale che connette Porta Susa e, immettendosi nella via Dora Grossa (oggi via Garibaldi), piazza Castello, con le periferie occidentali. Dall’apertura della metropolitana, il corso è percorribile anche sottoterra e una delle ultime fermate prima del capolinea è il motivo per cui la ricerca riguardo memoria coloniale conduce ai quartieri periferici in questa parte della città.

Rivoli, Montegrappa, Pozzo Strada, Massaua, Marche, Paradiso: le sei stazioni della metropolitana di corso Francia presentano un’unica, evidente e indelebile, sbavatura. Piazza Massaua è come un nome mal pronunciato nella toponomastica torinese. Si confonde con via Cardinal Massaia, si chiude con un dittongo a cui non siamo abituati. Come per piazza Bengasi, l’accento è ambiguo e, come per piazza Stampalia, il suono lascia interdetti. Poco lontane da piazza Massaua, alcune vie portano altri nomi che connettono gli spazi urbani a suoni e memorie lontani: via Mogadiscio, via Cirenaica, via Eritrea. Nominare oggetti e luoghi è sicuramente parte del processo del ‘faire la ville’. La toponomastica della città è una cartina al tornasole delle memorie nascoste o esplicitate che riecheggiano nei percorsi urbani. I nomi dei luoghi, spesso mutati nel tempo, guidano l’osservatore attento come i sassolini di Pollicino connettendo la memoria cittadina a quella della nazione nell’oltremare e lasciando meno obliati alcuni dei loro frammenti.

Come è facile prevedere, i toponimi torinesi fanno riferimento in massima parte a figure al passato risorgimentale e alla casata reale dei Savoia, seguono artisti, santi e personaggi storici italiani e non. Molti i nomi di partigiani e martiri della Resistenza, segno che nel secondo dopoguerra è avvenuto un ripensamento dei modelli di riferimento nella costruzione dell’identità nazionale che ha avuto espressione anche nelle nuove dedicazioni degli spazi della città.

Presumendo la dimensione profondamente relazionale e sociale dello spazio urbano, è intuibile che la toponomastica conservi e celi tracce della memoria e delle relazioni che hanno abitato lo spazio “nominato” e praticato dagli abitanti della città. Secondo questa prospettiva, l’elenco viario torinese appare essere un archivio di memorie conservate, stratificate e spesso obliate

La storia coloniale italiana trova, a dire il vero, poco spazio nella toponomastica torinese dei giorni nostri. Ma alcune tracce dell’entusiasmo coloniale ottocentesco, prima, e del ventennio fascista, dopo, ancora rimangono nei nomi dati ai luoghi della città. Piazza Massaua e piazza Bengasi, così come via Tripoli o via Mogadiscio, sono alcuni esempi della memoria coloniale conservata nello spazio urbano.

Riferimenti bibliografici

Agier M., 2015, Anthropologie de la ville, Presses Universitaires de France, Paris.

Chambers, I., 1985, Urban Rhythms: Pop Music and Popular Culture, Macmillan, London.

De Boeck, F., 2015, «“Divining” the City: Rhythm, Amalgamation and Knotting as Forms of Urbanity», Social Dynamics. A Journal of African Studies, 41:1.

De Certeau, M., 1980, L’invention du quotidiane. I Arts de faire, UGE, Paris.

Harvey, D., 2012, Rebel Cities. From the Right to the City to the Urban Revolution, Verso, London – New York.

Lefevbre, H., 1967, Le Droit à la ville, Seuil, Paris.

Said, E. 1978, Orientalism, Penguin, New York.

Triulzi, A., (a cura di), 1989, L’Africa dall’immaginario alle immagini: scritti e immagini dell’Africa nei fondi della Biblioteca Reale, Torino.

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