Ricercatrice Fondazione Giangiacomo Feltrinelli
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Note sul divorzio fra sapere e potere

Se si immagina uno spettro ideale i due opposti della mediazione e della disintermediazione, la scuola di partito si pone all’estremo opposto rispetto alla disintermediazione perché unisce nel medesimo sforzo tanto il polo della condivisione del sapere – quindi dell’approfondimento tematico e ragionato – quanto quello del soggetto collettivo stabilmente organizzato e gerarchico. La scuola di partito, almeno nella sua fondamentale aspirazione, evitava due derive che oggi inficiano largamente la qualità della democrazia: quella della tecnocrazia che sembra rinforzare una divisione netta fra “élites” che hanno accesso al sapere e chi non lo ha, e quella dell’antipolitica che contrappone coloro che sarebbero “casta politica” e coloro che sono esclusi dai processi decisionali, configurandosi come due facce della stessa mancata connessione fra “alto” e “basso”.

La tendenza alla tecnicizzazione della politica, connessa spesso all’idea che solo gli specialisti di un certo settore ne possano discutere e possano accedere alla sua gestione inerente, è connessa non solo con una generale tendenza all’iper-specialismo, tipica delle società contemporanee e frammentate, ma anche alla sempre più marcata divaricazione fra luoghi accademici e di produzione di pensiero e luoghi di decisione politica. Un “divorzio” consumatosi fra l’iper-specialismo dei primi e la mancanza di formazione accurata di coloro che abitano i secondi. Così si va approfondendo una situazione paradossale nella quale aumentano le conoscenze e il volume di dati e di indagini disponibili ma la stessa disponibilità non si traduce in diffusione fra coloro che vengono eletti.

Di più, oltre al tema delle conoscenze, la scuola di partito aiutava anche a far fronte ad un problema inerente le competenze del politico in senso ampio. Infatti, tutto il discorso della cosiddetta antipolitica si è costruito sull’idea che non vi fossero competenze specifiche richieste per ricoprire incarichi pubblici e d’altro canto che coloro che vi sono stati eletti non siano allo stesso tempo in grado di farlo con requisiti pre-politici quali la moralità, l’onestà ecc. Nell’aumento della distanza fra rappresentati e rappresentanti è completamente scomparsa la concezione della politica come occupazione che richieda alcune competenze specifiche o acquisibili con l’esperienza sul campo. Benché si trattasse di una “scuola”, il contesto partitico aiutava a concepire le competenze necessarie alla buona rappresentanza politica come un prodotto delle interazioni sociali, dell’approfondimento condotto in una dimensione comune, in termini di strumenti utili ad interpretare e (eventualmente) modificare la realtà circostante (dai sistemi internazionali alle vicende amministrative locali più quotidiane) e non in termini di “titoli” acquisiti formalmente. A questo proposito sembra opportuno richiamare la valutazione di Sebastiano Vassalli ne Questo terribile e intricato mondo (2008):

“Per trasformare in meglio quel tanto che si può c’è una via sola, purtroppo, e non è quella di far crescere il numero dei programmi di bella prospettiva, delle visioni complesse del mondo. È invece, quella di far crescere il numero degli uomini di buona volontà e di buon senso. Il resto o non si può, o è un finto fare e un vano chiacchierare”

In politica, anche la “buona volontà” è frutto di un ingaggio collettivo, altra cosa dalla spontanea adesione individuale a questo o quel valore morale.

D’altro canto, il tema della formazione del personale politico è stato del tutto accantonato nel dibattito pubblico sostituito dall’idea che la politica non debba avere una sua specifica “area di competenza” ma essere appannaggio della cittadinanza in quanto tale, un’idea che elimina a monte l’interrogativo su quali siano le possibili modalità di formazione della classe dirigente. Infatti, la patologica distanza fra eletti e costituency, fra classe dirigente e cittadinanza, non ha trovato come risposta egemonica una riflessione su come ricucire questo iato, ma proprio la concezione che la cittadinanza in quanto tale potesse essere trasposta tout court nelle istituzioni senza alcuna mediazione o formazione specifica. Non è un caso che Colin Hay nel suo Why We Hate Politics (2007) osservi: “Indeed, as we shall see, a crucial factor in the development of contemporary political disaffection has been the growing political influence of those for whom politics is, at best, a necessary evil.”

Parallelamente, il processo di privatizzazione della politica, delle sue fonti di finanziamento e delle modalità di gestione degli stessi soggetti politici (personalismo, ecc.) ha contribuito a non favorire l’apertura di quella discussione, facilitando invece lo spostamento dei luoghi stessi della formazione, quasi su modello aziendale, “esternalizzandoli”, “appaltandoli” (come successo anche per quanto concerne tutto quello che era l’apparato comunicativo e di “agitazione e propaganda”). Un volume di ricerca edito nel 2015 ha indagato cosa si stia sostituendo alle realtà delle scuole di partito; fin dal titolo il richiamo è evocativo: “I “nonluoghi” della formazione della classe dirigente e della decisione politica”. Al suo interno di particolare interesse è la riflessione di Francesco Marchianò intorno alla selezione delle élites nella post-democrazia. Ciò che si rileva è che i nuovi “nonluoghi” della formazione, sostituiti a quelli di partito, si collocano in un circuito esterno a quello del processo decisionale semi-istituzionalizzato, tra il proliferare di think thank orientati al policy making, finanziati da risorse private, e una costellazione di realtà di formazione collegate a singole personalità influenti e non dotate di valenza ideologica collettiva per tutto il soggetto politico.

Da ultimo, per nulla tuttavia meno rilevante, è infatti opportuno richiamare la funzione delle scuole di partito come luoghi della trasmissione ideologica. Una funzione a lungo discussa, spesso anche in rapporto ad un dibattito sulle ideologie che le ha considerate in termini eminentemente dispregiativi riferendosi al carattere totalizzante, di pensiero “precostituito” e ultimativo. Come ricordano i maggiori studiosi contemporanei delle ideologie, da Michael Freeden a Manfred B. Steger, questa accezione dispregiativa è solo una delle possibili adottabili per definire le ideologie e non certamente quella che meglio aiuta a comprendere i grandi processi di mutamento contemporaneo, i quali hanno numerosi risvolti e caratteri ideologici che, se non indagati correttamente, finiscono per agire indipendentemente dal volere e dalla coscienza critica di chi questi processi li subisce.

In questo senso, ci si può riferire a questa funzione come Alfio Mastropaolo ha osservato a proposito del contesto partitico novecentesco ne Il Ceto Politico, Teorie e Pratiche, (1996):

“Se la contrapposizione ideologica era la ragione di tutti i mali, come mai, è il caso di domandarsi, il sistema paradossalmente ha tenuto finché è durata, mentre si è verificato il collasso allorché la sua presa è venuta meno? [L’ideologia quindi] non divideva ma univa: o meglio, univa nello stesso momento in cui divideva”

A dispetto dell’uso dispregiativo del termine e del lungo dibattito sulla loro presunta fine, un mondo nel quale non si insegnano e non si imparano le ideologie non è un mondo nel quale le ideologie non ci siano ma uno nel quale non si sappiano riconoscere, discutere, modificare. Così, la scomparsa delle scuole di partito non ha lasciato il passo ad una contemporaneità più libera o meno dogmatica ma ad una moltitudine di individui privati di un luogo di riflessione e socializzazione che, con tutti i limiti di parzialità, burocratismo e verticismo che pure presentava, contribuiva a mantenere vitale il tessuto delle moderne democrazie rappresentative.

 

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