Ricercatrice dell'area "Globalizzazione e sostenibilità" presso la Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Tra gli aspetti più interessanti emersi dal report NESTA La cura che cambia, impatti sistemici e maggiore sostenibilità delle policy sanitarie sono senz’altro i due orizzonti di lungo periodo che maggiormente motivano la sfida agli attuali approcci gestionali – pubblici e privati – in materia di salute, talvolta costretti in rigidi modelli e, spesso, contingentati in tempistiche di breve periodo entro cui dimostrare efficacia ed efficienza.

Mutamenti socio-demografici, tra cui l’allungamento dell’aspettativa media di vita ed il progressivo invecchiamento della popolazione, il ridimensionamento strutturale dei fondi pubblici a disposizione e la diffusione sempre più capillare di tecnologie con impatti oramai quotidiani nelle vite di tutti, rappresentano stimoli all’interno dei quali giustificare l’emergere di un nuovo modo di concepire le risposte sanitarie date da attori privati, pubblici e ibridi, secondo quanto concettualizzato nel modello cosiddetto “People Powered Health”, di matrice anglosassone, in Italia conosciuto come “Salute Collaborativa”.

Cardini di questo nuovo modo di intendere, progettare, applicare – e conseguentemente valutare –  i progetti e i modelli sanitari innovativi, sono la ricerca di approcci sperimentali – quindi l’apertura al nuovo e al non (già) codificato– la predilezione per le data-driven solutions – ossia evidenze, record e correlazioni digitali – la valorizzazione delle comunità come ambienti favorevoli al supporto e all’attuazione stessa di soluzioni sanitarie innovative. Cercando di fare ordine nell’astrattezza di un quadro in continua evoluzione, il report pubblicato da Nesta Italia orienta la sistematizzazione dei casi studio presentati attorno a tre caratteristiche: presenza di App&Device (i), dimensione People&Community (ii), modelli Open Care (iii).

Nel primo caso, sono tecnologie assistive, sensoristica, app e intelligenza artificiale a produrre dati sulla salute della popolazione, cruciali a livello di ricerca, management e policy, con conseguenze sociali immediate frutto di una maggiore accessibilità delle cure per soggetti svantaggiati più facilmente raggiungibili con soluzioni in formato digitale, e ricadute economiche positive frutto di una prevenzione finalmente pervasiva e capillare grazie ai digital device.

Non solo la tecnologia, però, può condurre verso l’innovazione dei modelli di gestione sanitaria ma anche la rilevanza (ri)data alle comunità, in primis alla famiglia dei pazienti, ad altri pazienti affetti dai medesimi problemi (peers) e all’insieme dei caregivers in senso più ampio, comprendente una prossimità di attori che possono migliorare non solo il tipo di fruizione dell’offerta sanitaria ma anche, entro certi limiti, la risposta dei pazienti, quando debitamente informati, coinvolti e affiancati da medici e tecnici sanitari.

Infine, l’accessibilità dei dati e delle pratiche virtuose, la cooperazione tra enti che hanno già avanzato proposte collaborative e la trasparenza nella gestione dei dati del cittadino contribuiscono ad un terzo tipo di innovazioni sanitarie collaborative che si fondano su approcci di progettazione ampiamente utilizzati in altri settori di ricerca sociale, quali la co-progettazione, il design-thinking, lo human-centered design e l’innovazione sociale.

L’interesse di attori privati, pubblici e ibridi verso questo tipo di approcci innovativi applicati al settore della salute va sostenuto continuando a diffondere metodologie, casi studio e modelli vincenti, il più possibile replicabili su vasta scala, in modo da produrre un sapere integrato e verificabile necessario a trasformare la frontiera in modello generalizzabile. Ad oggi, tuttavia, restano molte importanti questioni solo parzialmente risolte, tra cui i costi sottesi ai processi di familiarizzazione tecnologica di vaste parti della popolazione nazionale over 65, il ripensamento dei meccanismi finanziari a sostegno di tali modelli sperimentali, i cui tempi di rientro sull’investimento iniziale possono essere molto più lunghi della media, e poi questioni normative legate alla privacy e alla sicurezza dei dati che necessitano risposte pubbliche in tempi rapidi per ridurre una generale incertezza sui processi di accountability che, in un quadro di gestione della saluta aperto, partecipato e comunitario, rischiano di rimanere irrisolti.

Vale la pena di continuare a presidiare questa frontiera ben consapevoli del molto lavoro – di ricerca e di campo – che ancora attende chi crede e sviluppa l’approccio collaborativo in ambito sanitario.


Nota sugli autori


Il report “La cura che cambia” è stato scritto a valle di un lavoro di ricerca durato sei mesi, svolto da Nesta Italia in collaborazione con LAMA e WeMake, grazie al contributo di UniCredit.

Il report è stato scritto da Simona Bielli, Matteo Colombino e Marco Zappalorto per Nesta Italia, Serena Cangiano e Zoe Romano per WeMake, Elena Como per LAMA.

Nello specifico, le sezioni sul contesto e sul framework concettuale sono state curate da LAMA, le sezioni App & Device e People & Community da Nesta Italia e LAMA, la sezione OpenCare è stata curata da WeMake.

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