Ricercatrice Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Sabotaggio” è una parola che è entrata nel lessico quotidiano, eppure in pochi si ricordano che è una parola strettamente legata alla relazione tra tecnologia e lavoro. All’epoca della Prima rivoluzione industriale, quando il “nemico” erano le macchine a vapore, gli operai francesi mettevano gli zoccoli (sabots, in francese) negli ingranaggi, per evitare che le macchine rubassero loro la possibilità di continuare a fare il proprio mestiere, ormai reso obsoleto dallo

sviluppo tecnologico. Il fenomeno del sabotaggio può essere utile come chiave di lettura delle più recenti cronache di conflitto tra tecnologia e lavoratori: si prenda ad esempio tutta la vicenda Uber. Eppure, il modo in cui la rivoluzione digitale ha impattato sul lavoro non è solo linearmente negativo, ma caratterizzato da una profonda ambivalenza.

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Internet ha rivoluzionato il concetto stesso di luogo di lavoro, offrendo alle imprese più illuminate la possibilità di implementare sistemi di organizzazione flessibile e favorendo la conciliazione della vita lavorativa con quella privata. Ne sono un esempio le giornate del lavoro agile, promosse dal Comune di Milano: l’ottimizzazione dell’uso delle tecnologie ha permesso di ridurre gli spostamenti casa/lavoro, riducendo il traffico e facendo guadagnare circa due ore al giorno a ciascun lavoratore.

D’altro canto, la domestication pervasiva ha travolto ogni separazione tra tempi di lavoro e tempi di vita. Sempre guardando oltralpe, un rapporto realizzato da Bruno Mettling per la Ministra del lavoro francese Myriam El Khomri suggerisce il diritto alla disconnessione come principio basilare per salvaguardare il diritto del lavoratore al tempo libero. La dipendenza delle email non è però il risultato solo di comportamenti opportunistici delle imprese: l’esserci online è effetto anche di meccanismi di auto-sfruttamento del lavoratore stesso – una disponibilità totale al lavoro che è funzione dell’ambizione e della competizione sempre più agguerrita per le occupazioni più prestigiose e meglio remunerate.

Tuttavia, gli effetti della cosiddetta Terza rivoluzione industriale non si limitano a incidere sulla qualità del lavoro del singolo lavoratore. Influenzano anche il sistema produttivo più in generale: già teorizzato da John Maynard Keynes nel 1928, il fenomeno della “disoccupazione tecnologica” si lega all’uso massiccio di strumenti tecnologici in grado di sostituire la capacità di lavoro dell’uomo, senza essere in grado di creare sufficienti alternative per i lavoratori in esubero. Le tecnologie digitali stanno progressivamente erodendo le mansioni di medio e basso livello ad alta routine: dai cassieri, ai postini, ai taxisti. E’ notizia di questi giorni che nella prefettura di Kanagawa in Giappone si sperimentano i taxi senza guidatore, mentre Apple e Google stanno lavorando ai primi prototipi di auto elettriche intelligenti.

Pensando al nostro presente, emerge un inquietante parallelismo tra gli “zoccolatori” della Prima rivoluzione industriale e le lotte dei lavoratori odierni: impotente di fronte alle grandi trasformazioni della storia, il singolo assiste all’inarrestabile obsolescenza delle competenze e delle conoscenze. L’Unione Europea suggerisce che l’unico modo di sfuggire a questo ineluttabile destino sia aumentare quanto più possibile il capitale umano delle nuove generazioni, perché sappiano governare più che subire i necessari cambiamenti che saranno loro richiesti nel corso della loro carriera lavorativa. Ma non basta: bisogna anche creare le condizioni perché questi lavoratori più preparati e necessariamente più ambiziosi siano in grado di trovare un’adeguata collocazione lavorativa. Le tecnologie fanno al caso nostro: diffonderne un loro uso intelligente nel sistema produttivo è già una prima strategia per aumentare quei good jobs di cui il nostro paese ha bisogno per uscire dall’impasse della crisi.

Lara Maestripieri
Ricercatrice di Spazio Lavoro, un progetto di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

 

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