Si conclude la seconda edizione del Jobless Society Forum, promosso da

Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

 

 

Oltre 300 persone, fra ospiti internazionali, mondo accademico e imprenditoriale, rappresentanti della sfera politica e cittadini, hanno partecipato ieri ad Altri lavori, altri lavoratori, la seconda edizione del Jobless Society Forum promosso da Fondazione Giangiacomo Feltrinelli. Una pluralità di voci e grande partecipazione hanno connotato questo momento di confronto internazionale sui temi del lavoro e della digital transformation, nella sede di viale Pasubio 5, a Milano.

 

All’iniziativa, moderata dal giornalista del Sole 24 ore Guido Romeo, hanno preso parte le voci più autorevoli in materia, come:

 

Susanna Camusso, Segretario Generale CGIL «La tecnologia non è autonoma e indipendente, si può governare con una attività chiamata politica. Il lavoro ha in sé la necessità di costruire delle regole, non c’è un giorno magico nel futuro in cui tutto sarà diverso. E qui risiede il ruolo della politica: monitorare che non ci siano disuguaglianze e ricostruire le forme di rappresentanza del lavoro, ma non in ragione della demonizzazione dei fenomeni precedenti, ma con l’idea che l’essere lavoratore viene prima del tipo di mestiere e delle modalità con cui lo si fa.  Per questo è necessario ragionare, sempre, in termini del diritto a essere rappresentati».

 

Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro e delle Politiche Sociali «L’innovazione e la tecnologia hanno sempre portato a una crescita dell’occupazione, lo dicono i dati: a oggi le imprese che hanno innovato sono quelle che hanno migliorato la competitività.  Questa trasformazione ha una duplice natura, da un lato ci sono le opportunità che portano ricchezza, dall’altra c’è la sfida sulla sostenibilità sociale di un nuovo sistema economico. Per questo è importante accompagnare le imprese verso l’innovazione, sia nel campo della manifattura, asset fondamentale italiano, sia nei servizi, come l’automazione e l’Internet of Things. Il passato non è passato, ma il futuro è già arrivato: i nuovi mestieri devono garantire capacità di sviluppo, dobbiamo promuovere il cambiamento senza lasciare nessuno indietro».

 

Harry Armstrong, Head of Futures Nesta Foundation «Come sarà il futuro del lavoro? Secondo i dati elaborati in Gran Bretagna il 65% dei bambini che hanno frequentato nel 2016 scuole primarie, farà un lavoro che oggi non esiste. Per questo dobbiamo educare i più piccoli all’apprendimento di competenze e conoscenze che li rendano economicamente attivi. Cosa dovrebbero studiare? Fluidità nelle idee, capacità di prendere decisioni, originalità e pensiero critico»;

 

 

 

 

La Jobless Society Platform è realizzata in partnership con

 

Antonio A. Casilli, Professore associato di Digital Humanities presso il Telecommunication College of the Paris Institute of Technology (Télécom ParisTech) «La centralità del gesto produttivo umano è irriducibile e rappresenta il motore per il funzionamento delle grandi piattaforme digitali. In quest’ottica, bisogna dunque parlare non di sostituzione ma di simbiosi tra gesto umano e operazione automatica. Quello che davvero sembra in pericolo non è il lavoro in sé, ma il suo inquadramento salariale. Si moltiplicano delle forme atipiche di lavoro precario, sottopagato, micro-remunerato, o gratuito. Contemporaneamente, si assiste alla dissoluzione delle categorie ereditate della cultura salariale del secolo scorso: l’impiego, la protezione sociale, il legame di subordinazione. Per aiutare il riassorbimento di questo squilibrio economico e culturale, è necessaria anche una regolazione pubblica che si appoggi sul riconoscimento del cambiamento radicale subìto delle attività produttive umane»;

 

Stefano Scarpetta, Direttore per Lavoro, Occupazione e Affari sociali dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico (Ocse) «Il vero punto non è quanti lavori scompariranno e quanti ne verranno creati, ma proprio quanta diseguaglianza sarà prodotta dall’innovazione tecnologica. La rivoluzione digitale premia chi ha competenze più elevate, lasciando indietro chi ha competenze più basse. Si crea quindi una frattura tra chi può accedere ai nuovi lavori ad alta competenza, alti salari e alte prospettive di carriera e chi non avendo queste skill sarà relegato nei lavori a bassa qualifica. Il nostro punto di vista è questo: i robot non portano necessariamente a una disoccupazione tecnologica massiccia ma a forti diseguaglianze. Assistiamo ormai a una forte polarizzazione nel mercato del lavoro».

 


 

Dieci i tavoli di lavoro che durante la giornata hanno discusso e preso in analisi altrettanti temi – competenze, culture, forme di welfare, mobilità professionali, mestieri, design, tecnologie, diritti, economie, forme di rappresentanza – per ripensare le sfide del lavoro nell’epoca delle macchine e dell’industria 4.0. Ecco una sintesi.

 

I tavoli del Jobless Society Forum:

 

    1. Tecnologie: se la tecnologia è uno strumento essenziale e strategico per la competitività del settore produttivo, occorre lavorare a un nuovo partenariato tra pubblico e privato, tra impresa e sistema scolastico, tra nativi digitali e professionalità basate su sistemi tradizionali. Solo così la tecnologia può rappresentare un motore di crescita e un vettore per costruire un nuovo patto sociale basato su democratizzazione, accesso e partecipazione quali nuovi capisaldi della cittadinanza digitale.
    2. Mestieri: alla difficoltà di creare modelli previsionali relativi alle trasformazioni del mondo del lavoro consegue la difficoltà strutturale di pensare percorsi formativi adeguati. A questo si può rispondere attraverso programmi di lifelong learning per imprese, dipendenti e singoli lavoratori, in un’ottica di ampliamento delle agenzie responsabili della formazione, nonché attraverso il sostegno allo sviluppo di “ecosistemi abilitanti” sul territorio capaci di valorizzare eccellenze e patrimoni locali e connetterli alla dimensione globale del mercato del lavoro.
    3. Economie: occorre ripensare le agende di politiche economiche indirizzandole al raggiungimento di obiettivi e strumenti che valorizzano la dimensione immateriale del benessere. Una risorsa inespressa che il settore pubblico non è ancora in grado di valorizzare sono i dati, le competenze e gli asset immobiliari che gli enti dovrebbero condividere per iniziative di interesse generale e sussidiarietà orizzontale. È necessario indirizzare gli strumenti finanziari e le istituzioni nel sostenere ecosistemi comunitari capaci di creare reti di valorizzazione di patrimoni e competenze come dispositivi di coesione e abilitazione di nuove progettualità locali. Il ruolo dell’educazione nella crescita dell’occupazione necessita un cambiamento di prospettiva verso politiche per la formazione attiva e volontaria: favorendo progetti sperimentali, esperienziali, di peering ed educazione tra pari.
    4. Competenze: è necessario implementare nuove forme di intermediazione tra sistema formativo e mondo del lavoro, incentivando l’apertura delle imprese verso pratiche di alternanza scuola-lavoro, trasferendo nella cultura aziendale le eccellenze dell’esperienza formativa, valutando e riconoscendo le competenze che si sviluppano al di fuori del sistema scolastico con l’obiettivo di trasferirle in moduli didattici, stimolando una domanda sociale e politica da parte della cittadinanza sul tema dell’educazione e delle competenze.
    5. Mobilità: si riscontra una mancanza di servizi e di ammortizzatori sociali che sostengano le fasi di transizione e aiutino, soprattutto i giovani, a gestire la mobilità professionale. Risulta pertanto prioritario investire nella formazione professionale continua, promuovere percorsi di mentoring in un’ottica di scambio generazionale tra giovani e over 50, potenziare per queste due categorie dispositivi che favoriscano l’entrata e l’uscita dal mondo del lavoro.
    6. Cultura: si riscontra un problema di riconoscimento sociale del lavoratore cultuale spesso legato a condizioni di lavoro ibride, tra innovazione sociale e culturale, tra informalità, grandi istituzioni e associazionismo. Occorre dunque ripensare alla sostenibilità di questi profili professionali definendo nuovi strumenti per la valutazione degli impatti, che non guardino solo a dati economici e quantitativi, ma anche qualitativi, al fine di facilitare anche la scalabilità dei progetti e il riconoscimento economico e sociale delle professioni cultuali.
    7. Design: le professioni del futuro hanno bisogno di un approccio flessibile, creativo e sperimentale, aperto ad una continua evoluzione: per questo è emersa l’opportunità di diffondere un approccio ispirato alla prassi multidisciplinare del design come apprendimento continuo applicato ai processi. Il designer si delinea come figura in grado di aiutare le aziende e le piccole imprese a ripensare il proprio modello di business nella gestione della complessità e a supporto della costruzione di scenari di futuro.
    8. Welfare: in un’epoca di frammentazione dello scenario lavorativo e di aumento di forme di lavoro non riconducibili a quelle tradizionalmente identificate con l’occupazione, occorre ripensare a modelli di welfare che tutelino il lavoratore, ma più in generale il cittadino in chiave universalistica, garantendo massima accessibilità alle tutele sociali, investendo sul territorio come luogo di espressione dei bisogni e ricomposizione delle diverse forme di welfare e valorizzando le diverse forme di cittadinanza attiva.
    9. Rappresentanza: alle tre macroquestioni identificate nella mancanza di universalità nelle tutele dei lavoratori, nella progressiva perdita di fiducia nelle tradizionali organizzazioni di rappresentanza, nell’assenza di coalizioni tra diverse forze e dunque nella partecipazione non strutturata dei lavoratori, si può rispondere con l’identificazione di tutele minime per chi lavora, a prescindere dalle categorie e dal contratto, e attraverso la fornitura di servizi per agganciare i lavoratori, stimolarne la partecipazione e favorire la formazione di nuove coalizioni. 
    10. Diritti: l’avvento del digitale sta cambiando il nostro modo di esercitare i diritti, per questo potremmo trovarci di fronte all’esigenza di ridefinirne i paradigmi, anche alla base di nuove esigenze di tutela che nascono da questo contesto – come l’hate speech, ovvero l’incitamento all’odio o il diritto all’oblio e alla disconnessione. Una delle soluzioni proposte è di creare o rinforzare i presidi culturali, per costruire una maggiore sensibilità sociale sui temi ed evitare eccessi normativi. Il cambiamento digitale non ha mutato profondamente l’esercizio delle nostre libertà, ma richiede una riflessione sui nuovi attori che influenzano la contemporaneità per includerli nei processi.

 

Il Jobless Society Forum, una selezione delle immagini dei lavori:

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