Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Il pianeta ha sete, e i suoi bisogni stanno crescendo.

Secondo l’UN Water, organo di coordinamento delle Nazioni Unite sul tema delle risorse idriche, due miliardi di persone vivono in zone con un elevato “stress idrico”, un valore che aumenterà fino a quattro miliardi entro il 2030. Per dare un nome a un termine evocativo, con il termine stress idrico si identificano quelle aree in cui il rapporto tra l’acqua dolce totale prelevata e le risorse totali disponibili supera la soglia del 25%, cioè dove si consuma più di un quarto delle risorse rinnovabili disponibili.

Globalmente l’uso di acqua è cresciuto più del doppio rispetto alla popolazione a livello globale e le previsioni di consumo, secondo l’OCSE, aumenteranno del 55% entro il 2050 – guardando ai consumi personali e a quelli associati ai settori agricolo, industriale ed energetico.

 

Ma la foto del quadro generale non ci racconta tutto, e non ci racconta delle zone dove l’acqua assume il compito di confine naturale – oltre che di risorsa essenziale per la vita.


Specchi in comune

Le aree geografiche dove la governance dell’acqua è più complessa sono spesso i cosiddetti bacini idrici transfrontalieri, come i fiumi o i laghi che vengono condivisi tra diverse nazioni – e che spesso formano un confine naturale tra paesi.

Mappa dei bacini transfrontalieri mondiali individuati (Report TWAP, 2016).

Secondo lo studio TWAP (Transboundary Waters Assessment Programme) sviluppato dalle nazioni unite (UNEP-DHI), nel mondo sono presenti 286 bacini idrici transfrontalieri in 151 Paesi, che coprono il 62 milioni di km2 (il 42% della superficie terrestre) e le cui acque servono 2,8 miliardi di persone (il 42% della popolazione mondiale). Si tratta di luoghi chiave che, sempre secondo lo studio, sono da monitorare con maggiore attenzione. Comprendere il perché è intuitivo: queste risorse idriche possono essere soggette a diverse regolamentazioni nei Paesi confinanti che attraversano, e non mancano i casi di contrasto dovuti alle diverse destinazioni di uso e priorità di sfruttamento. La loro gestione è particolarmente importante e richiede un delicato coordinamento tra differenti enti politici, legali e istituzioni che – se non regolata da opportuni accordi internazionali – può portare a conflitti di vario livello, fino a vere e proprie guerre per l’acqua.

È possibile conoscere in anticipo quali saranno i luoghi maggiormente a rischio?

Lo studio TWAP prova a darci una risposta prendendo in considerazione fattori come lo stress idrico (quanto la risorsa è sfruttata e degradata), le potenziali minacce agli ecosistemi locali e l’impatto socio-economico dell’acqua nelle aree considerate, insieme alla capacità delle autorità locali di gestire queste problematiche. A questi dati “fotografici”, che riflettono l’istantanea del momento storico, i responsabili dello studio TWAP hanno aggiunto le proiezioni al 2050 relativamente all’aumento della popolazione locale, alla maggiore necessità di prelievi idrici e alla diminuzione delle risorse – spesso conseguenza diretta dei cambiamenti climatici.


Hot-Spots e conflitti

Sulla base di queste osservazioni, entro il 2050 sono stati identificati 4 hot-spots globali che includono i bacini idrici transfrontalieri del Medio Oriente, dell’Asia Centrale, Africa Meridionale e quelli del subcontinente indiano. Le previsioni mostrano uno scenario chiaro: alcune volte il fattore di stress principale sarà la diminuzione delle risorse idriche come nel caso dei bacini idrogeografici del Medio Oriente (Oronte, Giordano, Eufrate e Tigri), dove le risorse di acqua dolce diminuiranno del 25%. Negli altri hot-spots a rischio, invece, le risorse idriche disponibili dovrebbero aumentare (come nel caso dei bacini Gange, Brahmaputra e Meghna), ma l’aumento della popolazione e il conseguente incremento dei consumi per l’uso alimentare e industriale sarà ben più alto delle nuove opportunità offerte.

Mappa dei bacini transazionali individuati come hot-spots per il rischio di conflitti (Report TWAP, 2016). Nell’infografica soni riportati i maggiori fattori di stress, come la crescita di popolazione, l’aumento dei prelievi idrici e la disponibilità d’acqua previste per il 2050.

È importante sottolineare – come ricordato dallo stesso rapporto TWAP – che queste non sono le uniche situazioni potenzialmente a rischio, sebbene si tratti delle più “esplosive”. E il fattore più importante per valutare il livello di tensione rimane quello della governance, dove vengono analizzati tre indicatori specifici, come il quadro normativo (cioè l’esistenza di trattati nazionali e internazionali in linea con i principi del diritto internazionale), le tensioni politiche, e l’ambiente favorevole (cioè la capacità istituzionale di implementazione delle politiche cooperative a livello nazionale ed internazionale).


Il ritorno del lago d’Aral

Tra i bacini idrogeografici considerati in Asia Centrale sono presenti anche il Amu Darya e Syr Darya, fiumi affluenti nel lago d’Aral, tristemente noto per il ritirarsi delle acque dal 1950 ad oggi a causa dei forti prelievi idrici per le coltivazioni di comune. Se nel 1960 il lago d’Aral lambiva il Kazakistan e l’Uzbekistan, nel 2005 il bacino risultava separato in due tronconi dal volume molto ridotto, lasciando un grande conca depressiva e piena di sale al confine tra i due Paesi. Secondo dati aerei della Nasa, la superficiale del lago d’Aral si è ridotta del 75% in 50 anni. Anche in questo caso la situazione è complicata dalle diverse priorità di utilizzo dell’acqua, perché la coltivazione del cotone in Kazakistan, Uzbekistan e Tagikistan impiega una quantità di lavoratori cinque volte maggiore di quella che una volta era impiegata nella pesca, che peraltro era concentrata nei soli primi due Paesi. Inoltre, i terreni che le acque del lago hanno scoperto ritirandosi si sono rivelati ricchissimi giacimenti di gas naturale e un ritorno dell’acqua – in particolare sulla riva uzbeka – renderebbe complicato questo genere di attività.

Lago D’Aral: 1954, 2010, 2017. La parte orientale del lago, dopo essersi quasi prosciugata del tutto nel 2014, ha ripreso a riempirsi di acqua. Il troncone a sud, invece, rimane ancora per gran parte una distesa salata e tossica per l’uso massiccio, in passato, di fertilizzanti agricoli nella regione.


C’è però una buona notizia che riguarda proprio il Syr Darya: con la costruzione della diga Kokaral sul Piccolo Aral (il troncone a nord) finanziata dalla Banca Mondiale e terminata nel 2005, il bacino idrico è stato ricongiunto all’antico affluente Syr Darya. Sebbene il volume dell’affluente sia minore di quello originale, il progetto non sarebbe stato possibile senza una forte riduzione degli sprechi idrici che riguardando almeno tre Paesi diversi in modo da far arrivare al lago quanta più acqua possibile. Oggi il volume d’acqua del Piccolo Aral è cresciuto del 18% rispetto al 2005, anno di inaugurazione della diga.

Una vittoria importante della cooperazione internazionale, cui fa però da contraltare un futuro incerto. Secondo un recente studio del Politecnico di Milano, la fusione dei ghiacciai principali del Syr Darya, il complesso Tien Shan, a causa del cambiamento climatico, potrebbe mettere in crisi il volume idrico del fiume e un equilibrio faticosamente raggiunto tra gli Stati che ne condividono il percorso. Stretta tra interessi diversi e il futuro incerto legato all’andamento del clima, non ci rimane che augurare buona fortuna e lunga vita alla diplomazia dell’acqua.

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