Professore di Storia Internazionale al Centre d’Histoire di SciencesPo, Parigi.

La risoluzione del Parlamento Europeo “sull’importanza della memoria per il futuro dell’Europa” ha suscitato – in Italia assai più che altrove – polemiche aspre e denunce feroci. Non di rado basate su una lettura parziale, incompleta e assai approssimativa del documento, anche da parte di studiosi che nell’occasione sembrano avere dimenticato gli attrezzi del mestiere, su tutti l’attenta analisi di una fonte che problemi di certo ne pone, ma che è stata spesso rappresentata in modo a dir poco caricaturale. Tutto, troppo, è stato così ridotto alla equiparazione di comunismo e nazismo sotto la categoria onnicomprensiva (e di suo contestabile e contestata) di totalitarismo, utilizzato per denunciare e parificare l’esperienza storica della Germania hitleriana e quella dell’Unione Sovietica (stalinista e post-stalinista). Proviamo allora a vedere cosa dice la risoluzione, e come lo fa, per poi soffermarci sui suoi evidenti obiettivi politici e, infine, riflettere sui chiari limiti, e le molte criticità, di un’operazione di questo tipo.

Cosa dice il documento, innanzitutto. In estrema sintesi, cinque sono i suoi punti fondamentali.

Il primo è che le radici dell’Europa odierna, e del modello di unità europea che è infine stato realizzato, affondano nella Seconda Guerra Mondiale: nell’esperienza del conflitto, nel suo esito e nel suo retaggio.

Il secondo punto è che la sconfitta delle due grande minacce (e alternative) totalitarie – quella nazista e quella sovietica – ha in ultimo permesso l’affermazione di un’integrazione continentale nella quale centrali e fondativi sono la democrazia, il pluralismo e il rispetto dei diritti umani. La temporalità dell’affermazione di questo stadio unitario del corso della storia europea – terzo punto – è stato difforme tra la sua parte occidentale-atlantica, che ha cominciato a beneficiarne già con la fine della guerra e l’emancipazione dal giogo nazi-fascista, e quella centro-orientale, spartita tra i due totalitarismi a inizio conflitto, e poi occupata da quello sovietico fino alla fine degli anni Ottanta. Vittime primarie di questa doppia occupazione/oppressione sono stati Polonia e paesi baltici, esplicitamente menzionati in un passaggio della risoluzione (e d’altronde, nella drammatica conta delle vittime della guerra e di quel che ne seguì la Polonia può credibilmente rivendicare questo primato).


Nell’immagine, un’illustrazione di Gabriele Galantara per la rivista L’Asino conservata nella biblioteca di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

 


Quarto punto: la reiterata condanna di un revisionismo storiografico e politico che informa e qualifica i rigurgiti razzisti e xenofobi e che la risoluzione lega esplicitamente alla rivalutazione o minimizzazione dell’esperienza nazifascista (il punto 7 è molto netto e arriva a denunciare la “collusione di leader politici, partiti … e forze dell’ordine con movimenti radicali, razzisti e xenofobi di varia denominazione politica in alcuni stati membri”). Questa condanna del revisionismo è poi indirizzata anche verso la Russia, dove la riscoperta del secondo conflitto mondiale come grande guerra patriottica porta oggi a negare le responsabilità sovietiche nella spartizione della Polonia e nell’annessione dei Baltici o a “insabbiare i crimini del regime comunista”.

Quinto e ultimo: il documento celebra l’integrazione europea come risposta alle due guerre mondiali e ai totalitarismi, e presenta l’ultimo allargamento della UE a est come il ritorno “nella famiglia europea alla quale appartengono” dei paesi rimasti dopo il 1945 sotto la dominazione sovietico-comunista.

Ed è questo il primo, scoperto obiettivo politico e propagandistico della risoluzione: celebrare l’Europa unita e l’integrazione europea. Risposte – si afferma – pacifiche e democratiche, al male del XX secolo oltre che progetti costruiti su alcuni pilastri incontestabili: democrazia, diritti umani, primato dello Stato di diritto, rispetto delle minoranze. Contestuale è quindi l’uso della risoluzione contro i nuovi nazionalismi e l’eurofobia assai diffusa, soprattutto in alcune parti dell’Europa centro-orientale. Qui il corto-circuito che ha indotto taluni a presentare la risoluzione come una capitolazione al gruppo di Visegrad e ai nuovi nazionalismi dell’Europa post-comunista, quelli polacco e ungherese in particolare, è evidente e spiegabile solo con la mancata lettura del documento. Che – in modo binario e semplificato, certo – riafferma invece con forza un tratto qualificante l’ideologia europeista: il suo cosmopolitismo liberale e progressista contrapposto una volta ancora ai nazionalismi radicali e illiberali. Tra questi – ed è l’ultimo obiettivo politico – vi è ovviamente la Russia putiniana. Bersaglio esplicito della risoluzione, contro la quale viene utilizzata a più riprese la denuncia del totalitarismo comunista.

Di nuovo non vi è nulla di particolarmente radicale e la risoluzione si colloca nel solco di tanti documenti simili che il Parlamento europeo ha discusso e votato negli anni successivi all’allargamento a est (già nel 2008 dichiarò il 23 agosto “giornata europea di commemorazione delle vittime dello stalinismo e del nazismo”). Problematica però è l’operazione in quanto tale: la tendenza – ormai quasi istituzionalizzata – della politica e delle sue istituzioni a banalizzare e strumentalizzare la storia, spesso in nome della costruzione di una memoria condivisa e della retorica che ne accompagna simili operazioni. Memorie condivise che magari possono assolvere una precisa funzione storica in particolari snodi politici, ma solo laddove si limitino a offrire elementi vaghi e generali, evitando di scendere nel dettaglio di una storia che, nel momento in cui lo si fa, rivela subito la sua complessa e irriducibile opacità. Nelle sue poche pagine, la risoluzione inanella una serie di grossolanità ed errori da far balzare lo studioso sulla sedia. Traccia una linea secca, facendo partire questa storia di oppressione, riscatto e rinascita dal trattato Ribbentrop-Molotov e omettendo tutto quello che lo ha preceduto e in parte causato (in realtà i legislatori sembrano qui avere avuto un minimo di consapevolezza, tanto che nella versione inizialmente sottoposta all’aula si sosteneva che l’accordo avesse “causato” il conflitto, laddove il testo finale se la cava con un più anodino, e comunque discutibile, “spianato la strada/paved the way”).



Trattato Ribbentrop-Molotov


I popoli esplicitamente identificati come sole vittime – Polonia e baltici in particolare – furono in taluni passaggi carnefici, come molta storiografia (e, anche, cinematografia) da tempo evidenzia. La pace sociale e geopolitica dei primi decenni post-1945 deve non poco a una delle conseguenze più orribili della guerra e di quel che inizialmente seguì: la rimozione – per eliminazione o deportazione – di minoranze nazionali e religiose, e la costruzione di realtà nazionali omogene; la soluzione in altre parole della questione delle minoranze così centrale nella crisi europea tra le due guerre. L’integrazione europea ha rappresentato sì risposta al secondo conflitto mondiale e, a modo suo, alla stessa Guerra Fredda, ma la sue matrici sono state plurime, non necessariamente alte e nobili, e, soprattutto, non antitetiche al recupero della sovranità (e del potere) di uno Stato-nazione criticato e in una certa misura delegittimato nel periodo interbellico o, addirittura, alla preservazione degli imperi di alcuni dei paesi fondatori della CEE. Gli stessi diritti umani nella loro declinazione precipuamente politica e civile post-Helsinki/anni 70 pongono acuti problemi di cui lo storico è sempre più consapevole.

Tanti altri esempi, e ambiguità, potrebbero essere sollevati, inclusa una tendenza, in questo tipo di documenti e nella logica che li ispira, a ipostatizzare la storia: a credere di poterne arrestare il fluire, complesso e plurale, per catturare il momento in cui essa sembra finalmente offrirci lezioni chiare e finanche applicabili. Per provare a ribadire quel che mi capita di dire ai tanti studenti che seguono i miei corsi con l’ambizione in futuro non di studiarla questa storia, ma usarla come strumento di prassi politica: come comoda analogia, analitica e prescrittiva. Laddove la piccola e modesta lezione della storia è esattamente quella opposta: un monito a non cercare scorciatoie; a riconoscere la complessità di processi, eventi e attori di certo mai riconducibili dentro gli schemi – e gli elenchi – di una risoluzione parlamentare.

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