Ricercatore

L’articolo fa parte della Rassegna A cinquant’anni dallo sciopero nazionale per il diritto alla casa.


 Ieri e oggi


Sono passati 50 anni dal primo e unico sciopero generale per la casa. Nel 1969, il 50% degli italiani abita in affitto, Milano è cresciuta di oltre 400.000 abitanti in appena venti anni, nelle sue strade si parlano i dialetti di tutta l’Italia. La fabbrica è al centro della quotidianità, delle lotte e delle aspirazioni. Il 19 novembre di quell’anno, però, a Milano non si scende in strada solo per diritti e salario: la casa, il diritto all’abitazione, è il fulcro di una nuova mobilitazione e di conseguenza la città, il diritto ad abitarla degnamente. Sono gli anni in cui nascono i comitati territoriali: a Quarto Oggiaro viene fondata l’Unione Inquilini e si sperimentano i primi scioperi dell’affitto; nel quartiere Gratosoglio il tema della casa si fonde con le rivendicazioni per l’accesso ai servizi; nel quartiere Gallaratese cominciano le prime occupazioni abitative politiche e l’opposizione a piani speculativi. Equo canone, edilizia pubblica e dignità delle abitazioni sono le principali richieste di un movimento per il diritto alla città che portaall’approvazione di alcune leggi di rilancio delle politiche abitative nazionali, rimaste in gran parte sulla carta.

Sono passati 50 anni da quel primo sciopero. Solo il 20% degli italiani abita in affitto, a Milano quasi il 30% della popolazione. Nonostante il tasso di natalità negativo, la città è tornata a crescere lentamente, con un incremento di 83.000 abitanti in dieci anni, e nelle sue strade si parlano i dialetti di tutto il Mondo. La questione abitativa non riguarda più la maggioranza come nel ‘69, non riguarda apparentemente le tante famiglie che hanno acquistato la casa, non riguarda sicuramente quel 9% di popolazione che detiene oltre un terzo della ricchezza complessiva della città. Non c’è più, o meglio non si intravede ancora, quella alleanza che aveva messo al centro della propria mobilitazione la questiona urbana dell’abitare. Nonostante gli oltre 1.025 provvedimenti esecutivi di sfratto per morosità, i 2.845 sfratti eseguiti (+593% rispetto all’anno precedente) in tutta la provincia, le oltre 15.000 famiglie aventi diritto nella graduatoria per un’abitazione pubblica, questo 19 novembre 2019, la città non si ferma.

Documento tratto dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli


Nuovi protagonisti


È una domanda complessa quella di casa oggi: profili differenti, aspirazioni diverse, culture dell’abitare molteplici.
È una domanda giovane, che muove i primi passi verso l’autonomia, all’interno della città. Sono oltre 180 mila gli studenti universitari, di cui il 25% fuori sede, che vivono in subaffitto, spesso senza contratti certi, dove una stanza singola costa in media 575 euro mensili. Sono giovani e lavoratori con forme di contratto temporaneo (aumentati del 2% in un solo anno), con percorsi lavorativi intermittenti e incerti.

È una domanda di nuovi inizi di una popolazione straniera, oggi al 19% (+10% in 10 anni), la cui l’impossibilità di accedere a qualsiasi forma di abitazione è sempre più rilevante (il 58% dei senza fissa dimora è straniero). Traiettorie instabili che mostrano la fragilità di un’offerta abitativa fondata sull’accesso alla proprietà e di un mercato dell’affitto residuale e sotto pressione.

È una domanda in bilico, delle oltre 4.000 famiglie che vivono in occupazione all’interno di un patrimonio pubblico compromesso e inadeguato. È una domanda che unisce nello spazio urbano le nuove figure delle vulnerabilità con le forme classiche della povertà, disegnando geografie sociali riconoscibili là dove si concentra il patrimonio in affitto. Equilibri fragili, che possono mutare in processi espulsivi e sostitutivi. È una domanda frammentata, silenziosa, che ha difficoltà a riconoscersi e quindi ad avere voce.

Il MSI a Quarto Oggiaro. Documento tratto dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli


 Prospettive di un’alleanza per l’abitare


A 50 anni dallo sciopero generale per la casa è necessario tracciare un nuovo percorso che riconosca questa complessità e che sia al contempo ricompositivo, che costruisca cioè piattaforme trasversali superando il trattamento specialistico delle politiche. Una prospettiva d’azione che faccia leva sui territori, sull’esperienza delle persone, sulle reti locali e sulle forme organizzate della domanda, promuovendo alleanze con i settori dell’economia sociale della città. Dobbiamo immaginarci una proposta politica radicata nell’esperienza urbana, che abbia al centro l’affitto accessibile, anche attraverso politiche di socializzazione della proprietà privata, in particolare quella sottoutilizzata e dei grandi patrimoni. Un’alleanza che lanci una sfida alla struttura della nostra società urbana, polarizzata tra i gruppi che hanno potuto accedere alla proprietà nelle fasi di espansione e gruppi storicamente esclusi che si trovano oggi a competere con i nuovi profili della fragilità in un mercato dell’affitto insufficiente e inadeguato. Significa riportare il tema delle povertà al centro delle politiche abitative, ridiscutendo la vaghezza che nel tempo ha assunto il termine “sociale”, associato anche a forme agevolate di proprietà. Questa visione non può prescindere da un rinnovato investimento istituzionale sul patrimonio pubblico come risorsa per la città, a partire dagli 81 milioni di euro dei fondi ex-Gescal mai spesi da Regione Lombardia, dalle oltre 4.000 abitazioni pubbliche vuote, dalle mancate manutenzioni sul patrimonio. Allo stesso tempo è necessario ripensare gli strumenti di intervento e regolamentazione, anche sul patrimonio esistente, preservando le quote di affitto e sfidando le nuove economie del turismo spinte dalle piattaforme online. Un percorso complesso, che a Milano vuole dire aprire una discussione sulla necessità di un ruolo sociale delle grandi trasformazioni urbane: occasioni sprecate, così dovremmo cominciare a considerarle, degli interventi d’area degli anni 10, da CityLife a Porta Nuova. Un processo sicuramente ambizioso che ha bisogno di uscire dai confini cittadini, saper costruire alleanze, propagarsi, perché ci sia un nuovo investimento per l’abitare, a cominciare da un vero Piano Casa nazionale.

 

 

 

 

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