Università dell’Insubria

Il 2019 è stato un anno di mobilitazione globale per l’emergenza climatica, con pochi precedenti negli ultimi 10 anni (quando le mobilitazioni avevano come obiettivo la guerra in l’Iraq). Il clima è tornato al centro della discussione pubblica e alcuni dei termini del discorso sono già notevolmente cambiati. I sondaggi mostrano come si sia rapidamente modificata la percezione comune, persino negli Stati Uniti d’America. In Europa ai risultati dei sondaggi si affiancano i risultati elettorali dei partiti verdi, sia nelle elezioni per il Parlamento Europeo (dove sono risultati la maggiore sorpresa) sia nelle elezioni per i parlamenti nazionali.

Uno dei messaggi più frequentemente ripetuti dai movimenti nati in questi mesi è: “ascoltate gli scienziati”. E gli scienziati hanno parlato chiaramente.

Nell’ottobre 2018 il Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Intergovernmental Panel on Climate Change – IPCC) ha pubblicato il suo quindicesimo rapporto speciale. Lo “Special Report on Global Warming of 1.5 °C” mostra come per raggiungere l’obiettivo minimo previsto dall’Accordo di Parigi (rimanere al di sotto dei 2°C di aumento della temperatura globale) sia necessario azzerare le emissioni nette zero globali attorno al 2070. In altri termini, entro cinquant’anni da oggi tutte le eventuali residue emissioni provocate da attività umane dovrebbero essere contemporaneamente rimosse dall’atmosfera (ad esempio attraverso campagne di imboschimento).

Per limitare l’aumento di temperatura al di sotto degli 1,5°C, l’azione dovrebbe addirittura essere più rapida. In questo caso, entro pochi mesi (attorno al 2020) le emissioni non dovrebbero più aumentare. Poi ogni decennio successivo si dovrebbero dimezzare in modo da virtualmente azzerarsi attorno al 2050.

Questi scenari sono stati tradotti in uno slogan impreciso ma forse efficace: nel 2018 ci rimanevano 12 anni per agire (e ne è già passato uno).

La necessità di accelerare l’azione è quindi fuori discussione. Mentre non c’è accordo su quale azione possa essere più efficace. Nel dibattito pubblico da una parte si promuove il cambiamento dei comportamenti individuali, dall’altra si sollecita invece l’azione di pressione su governi e grandi imprese per indurli a cambiare le loro politiche. In particolare si fa spesso riferimento al Carbon Majors Report 2017, uno studio che mostra come 100 aziende da sole siano responsabili del 71% delle emissioni globali di origine antropica. Si tratta delle grandi aziende globali attive nello sfruttamento delle risorse fossili, spesso aziende statali (come Saudi Aramco o National Iranian Oil). Ma si tratta di aziende che hanno fornito e tuttora forniscono le fonti di energia che alimentano i processi industriali, la mobilità, il comfort abitativo e persino le filiere alimentari di tutto il mondo. In qualche modo agiscono sulla base di un mandato collettivo: abbiamo bisogno di energia, a qualunque costo.

Applicando il principio delle “responsabilità comuni ma differenziate” (introdotto nel diritto ambientale globale a proposito delle responsabilità degli stati), potremmo dire che di sicuro le aziende attive nello sfruttamento delle risorse fossili hanno enormi responsabilità. In particolare ne hanno quelle che, pur perfettamente consapevoli dei rischi indotti da un aumento scriteriato delle emissioni, hanno finanziato per anni (e continuano a finanziare) campagne milionarie di controinformazione che costituiscono la base principale del cosiddetto negazionismo climatico.

Ma se si tratta di cambiare nell’arco di una generazione l’intero modello di produzione industriale e il sistema della mobilità oltre che le nostre abitazioni, le nostre città e il sistema della produzione alimentare (e questo solo per rimanere alle sfide principali) risulta evidente che davanti a questa sfida nessuno possa sentirsi escluso. E non c’è nulla che debba rimanere intentato.

Serve indirizzare la ricerca e la formazione verso le necessità della transizione, serve fermare da subito i finanziamenti alla realizzazione di infrastrutture per lo sfruttamento delle risorse fossili, serve un cambio deciso nelle politiche globali in tutti i campi e a tutti i livelli decisionali: dai consigli comunali e municipali alle grandi assemblee globali. E serve farlo all’insegna della giustizia climatica, come non smettono di ricordarci i movimenti globali.

È opportuno ricordare che gli obiettivi di riduzione delle emissioni dichiarati da ciascun Paese nel quadro degli accordi di Parigi nel 2015 (i cosiddetti Nationally Determined Contribution) dovrebbero portare a un aumento della temperatura globale di 2,9°C rispetto all’epoca preindustriale. Ben al di sopra degli obiettivi dichiarati.

 

In questo quadro potrebbe sembrare inutile e velleitario promuovere il cambiamento delle abitudini personali. Certo, pensare che attraverso piccoli gesti si possa vincere una sfida globale senza precedenti sarebbe quantomeno ingenuo. Ma il cambiamento degli stili di vita fa parte di un processo più ampio che alimenta i cambiamenti complessivi necessari. Votare con il portafoglio e disinvestire dalle fossili è importante almeno quanto votare alle elezioni e scendere in piazza per le proprie rivendicazioni.

Le azioni personali e quotidiane riportano la responsabilità dei destini comuni nelle mani di tutti i cittadini dopo che per un intero secolo è stata affidata alle grandi aziende eredi delle “sette sorelle“, come Enrico Mattei definiva le grandi compagnie petrolifere negli anni ‘50.

Le azioni personali e quotidiane danno forza alle alternative politiche mostrando da subito che un altro mondo è possibile.

Le azioni personali e quotidiane prefigurano un futuro desiderabile e “La conversione ecologica potrà affermarsi soltanto se apparirà socialmente desiderabile” ci ammoniva 25 anni fa Alex Langer.

 

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