Scuola Normale Superiore di Pisa

Sin dalla sua effettiva realizzazione come unione monetaria, il dibattito sull’Unione Europea ha intrecciato la questione della democraticità delle sue istituzioni con la sua capacità di addomesticare il capitalismo. Se l’euro era infatti stato introdotto per creare un’unione monetaria che rispondesse alle sfide dell’odierna fase di globalizzazione, questa si legava a un processo neoliberale ben più ampio di erosione di quello che era stato conosciuto come “modello sociale europeo”. Un’analisi del progetto europeo che non si limiti al funzionalismo e all’efficienza delle proprie istituzioni, ma che lo definisca come progetto di emancipazione politica e sociale non può dunque che partire dai rapporti tra democrazia, capitalismo e lavoro.

Questioni che già avevano animato le elezioni europee del 2014, attraverso il vivace Streeck-Habermas Debatte[1], disputa che, tutt’altro che ristretta ai confini tedeschi, partiva dalla crisi del 2008 per rileggere il progetto politico europeo sin dalle sue fondamenta.

In attesa che si definisca la composizione del nuovo parlamento europeo, è utile riprendere i fili di un dibattito che a partire dal significato del progetto europeo vada al di là della questione del funzionamento delle sue istituzioni. Parlare di Europa oggi significa porsi il problema dei rapporti tra Stati nazionali, capitalismo e globalizzazione da un punto di vista assai particolare, quello di regimi politici dove il pluralismo democratico ha storicamente significato anche la costruzione di un modello sociale in grado di “imbrigliare” le tendenze oligarchiche del capitalismo. In questo, il modello sociale europeo era il risultato di una capacità di soggetti collettivi come il movimento dei lavoratori e delle sue organizzazioni di addomesticare le derive dell’“accumulazione capitalistica” – per dirla con Marx – e della “mercificazione” delle forme di vita, per dirla alla Polanyi.

Due autori che costituiscono l’impianto teorico da cui muove Beverly J. Silver, sociologa della Johns Hopkins University, autrice del libro Le Forze del lavoro. Movimenti operai e Globalizzazione dal 1870 ad oggi[2] e che animerà l’evento World Wide Workers del prossimo 28 Maggio 2019 dialogando con l’ex segretaria generale CGIL Susanna Camusso[3].

La prospettiva sistemica per economia-mondo che caratterizza Beverly Silver permette di leggere la congiuntura capitalistica e democratica odierna da una scala ancor più di longue durée e dove l’attuale fase di globalizzazione economica sembra svelare strutture – accumulazione e concentrazione della ricchezza – e dinamiche – intensione ed estensione del conflitto attorno alla sua redistribuzione – omologhe a quelle della fase di globalizzazione di fine XIX secolo[4].

Per questo una rilettura dell’avvento e della trasformazione dei rapporti tra capitale, lavoro e democrazia dalla costruzione europea in poi appare più che mai di attualità, anche ai fini di eventuali ipotesi di sviluppi futuri, di ritorno di movimenti di democratizzazione dell’economia che superino le attuali impasse del dibattito tra chiusura o apertura verso la globalizzazione.

Con l’avvento sulla scena mondiale delle politiche reaganiane e thatcheriane, la nuova ondata di globalizzazione economica degli anni Ottanta, ispirata alle dottrine neoliberiste ha nei fatti messo drammaticamente in crisi i regimi democratici occidentali. Con le enormi possibilità offerte dalle nuove tecnologie informatiche e di comunicazione, i flussi finanziari e la globalizzazione dei mercati hanno messo sotto scacco l’ordine politico-economico fino allora vigente nei principali Paesi Occidentali.

Se tale nuovo ordine ha posto fine a quelli che vengono definiti i “Trenta Gloriosi”, anni caratterizzati da un boom economico ed una ripresa delle economie dei maggiori Stati dell’Europa occidentale, l’estensione su scala globale del neoliberismo ha superato quello che era sino a quel momento considerato un capitalismo democraticamente addomesticato, in grado di coniugare accumulazione e redistribuzione sociale.

Diverse erano le forme e molteplici i processi di concertazione con cui, a seconda delle rispettive configurazioni nazionali, gli attori del pluralismo democratico si confrontavano. All’interno degli Stati-nazione, le rivendicazioni sociali e democratiche degli attori del conflitto – la classe operaia e le sue forme di organizzazione e rappresentanza – portavano in primis a forme di riconoscimento sociale e politico dei soggetti in campo, nonché a forme di redistribuzione economica e all’istituzionalizzazione di diritti sociali e civili su cui si erano retti i modelli più avanzati di democrazia.

Se in tale scenario lo Stato assumeva un ruolo di primo piano nelle politiche di redistribuzione e di regolazione fiscale, la nuova globalizzazione degli anni Ottanta ha scardinato tali equilibri.

Innanzitutto, la riduzione dei costi della manodopera attraverso la delocalizzazione delle imprese in aree del mondo in via di sviluppo ha riconfigurato una divisione internazionale del lavoro che ha segnato il declino di interi settori produttivi, drasticamente riducendo i lavoratori impiegati nell’industria nei Paesi occidentali. Un tale processo ha scompaginato un intero ordine sociale su cui la sinistra in particolare aveva costruito la sua identità politica in Occidente, mentre su scala globale si è assistito a tutt’altro che a una fine della classe operaia.

La crisi del mondo del lavoro e del proprio ruolo nelle economie e politiche occidentali ha portato in realtà a un aumento della stessa in Paesi altri, laddove non vi sono tradizioni democratiche e di diritti sociali così come sono state formulate nella storia dell’Occidente.

Proprio qui sta un paradosso e un nodo fondamentale della sfida tra capitalismo e democrazia nel nuovo mondo globalizzato.

Le teorie del capitalismo degli anni Ottanta, riguardanti il ruolo della conflittualità operaia nella democratizzazione dello Stato sono entrate in crisi nel momento in cui l’ammontare globale del lavoro operaio aumentava, in Paesi però di tradizioni e culture politiche che hanno seguito tappe diverse da quelle della storia occidentale.

In Europa e negli Stati Uniti, le teorie degli anni Ottanta e Novanta erano intente a dibattere su diversi temi che riguardavano la natura dell’ordine capitalistico, della sua tenuta e del suo rapporto con la società e le istituzioni democratiche.

Con la definizione di “Tardo capitalismo”, le teorie critiche – su tutte, quelle di eredità francofortese – tentavano dapprima di spiegare la perdita di conflittualità di categorie sociali tradizionali quali la classe operaia, per poi focalizzarsi sui nuovi soggetti critici (prima gli studenti e poi i nuovi movimenti sociali quali quello ambientalista e femminista).

Ma i diversi campi d’azione e gli oggetti di rivendicazione specifica dei nuovi movimenti erano in realtà un oggetto d’analisi locale dietro il quale il nucleo comune dei teorici critici di ultima generazione – quali Jürgen Habermas e Claus Offe – analizzava nella loro generalità sistemica le forme di critica alla razionalità strumentale del capitalismo ed in ultima, la possibilità di realizzare principi di razionalità superiore, quali appunto quelli finalizzati all’emancipazione e alla sua forma di compimento universale, ovvero la democrazia.

Con tali filoni critici dialogavano altre prospettive mainstream e d’approccio più funzionalista allo studio del capitalismo che si ponevano il problema di spiegare le diverse problematiche legate alla concorrenza ed all’efficienza del sistema economico stesso nelle sue varietà strutturali e culturali.

Il crollo del regime sovietico e i processi di transizione democratica dei Paesi dell’Est Europeo allargavano allo stesso tempo il campo d’indagine comparativa, soffermandosi sulle modalità di conversione di questi stessi Paesi all’economia di mercato.

In tale contesto, è emerso il dibattito sulle «varietà del capitalismo» riguardante il «centro» ovvero gli Stati Uniti d’America, i principali Stati Europei Occidentali e i Paesi dell’Est. Tra i modelli ideal-tipici, l’analisi si focalizza principalmente da un lato sui modelli anglo-sassoni, centro dei flussi finanziari globali e ideal-tipo di una politica economica deregolamentata, e dall’altro lato su quello tedesco che, specie a seguito della riunificazione delle due Germanie appare come il modello dominante nel continente, anche se più legato ad un sistema industriale manifatturiero e ad un sistema di relazioni industriali cogestite in cui Stato e sindacati istituzionalizzati giocano un ruolo importante nella concertazione[5].

Se la fine degli anni Novanta ha visto l’emergere di una critica alle distorsioni della governance neoliberista globale con il sorgere del movimento altermondialista di Seattle, con gli anni Duemila il progetto europeo che si è messo in moto dapprima con l’euro e l’unione monetaria ha lanciato la prima scommessa riguardante le possibilità e i limiti di una democrazia sovranazionale.

Un percorso però che è andato inevitabilmente incontro a numerose criticità, a causa delle difficili negoziazioni tra Stati caratterizzati da strutture economiche e pesi politici diversi, nonché a causa di lacune evidenti nell’architettura istituzionale. Con lo scoppio della bolla finanziaria americana del 2008, tali disfunzioni si sono acuite mostrando limiti che andavano ben al di là di mancanze specifiche nell’integrazione monetaria, fiscale o bancaria. Sono progressivamente emerse così frizioni tra competenze delle istituzioni europee e accountability dei governi nazionali, acuite da problemi ulteriori su fronti della politica comunitaria quali quelli dell’immigrazione e della sicurezza.

Tutto questo mentre, attraverso una lettura parziale dei trattati, i vincoli di bilancio europei diventavano uno strumento politico per legittimare le politiche di austerity a favore degli attuali attori dominanti in Europa mentre il discorso politico si riduceva ad una crisi del debito degli Stati sovrani, andando a colpire in particolare le economie del Mediterraneo.

Così facendo, il dibattito restringeva l’azione ad un dibattito politico sul breve termine, accantonando l’analisi delle cause strutturali della crisi, principalmente accelerate dalla crisi di natura finanziaria scoppiata negli Stati Uniti d’America.

Ulteriormente, il dibattito rimobilitava quadri di riferimento culturalisti e nazionalisti, vedendo nel ritorno alla sovranità dello Stato-nazione un’opzione non solo di restaurazione dell’efficienza ma dell’identità perduta. Tutto ciò era evidente in classi sociali che si erano ritrovate a pagare il costo di una crisi che aveva accelerato le tendenze critiche di una globalizzazione capace molto più di concentrare che non di redistribuire ricchezza. Da lì, l’apertura di mercati deregolamentati non poteva che creare tra le classi con minori risorse economiche e culturali una tendenza opposta, un desiderio di protezione sociale che è anche culturale.

Se la regolamentazione della finanza slegata dall’economia reale è stato certo un tema ampiamente affrontato da economisti di varia estrazione, da neo-marxisti a neo-keynesiani, alle scorse elezioni europee tali analisi non sembravano però incontrare forze progressiste in grado di raggiungere le istituzioni. Il panorama sembrava dominato per lo più dal business as usual, con qualche cenno secessionista, specie nel cuore dell’Inghilterra che da lì a qualche anno arriverà a proporre il referendum sulla cosiddetta “Brexit”.

È tuttavia proprio nei due Paesi occidentali dove più si è imposta l’influenza del capitale finanziario sull’economia e la società – gli Stati Uniti d’America e il Regno Unito – che si registrano negli ultimi anni alcuni tra i più significativi mutamenti della politica progressista. La ridefinizione ideologica e organizzativa di partiti come il Labour inglese e il Partito Democratico americano sono forse le esperienze più importanti per la ricostruzione della rappresentanza politica a sinistra assieme ai principali Paesi mediterranei – dalla Spagna al Portogallo alla Grecia – con l’eccezione però dell’Italia.

In tal senso, se fino ad ora le maggiori istituzioni statunitensi ed europee hanno evitato di contrastare strutturalmente il potere finanziario e le sue derive di speculazione, se gli stessi responsabili della crisi del 2008 – i giganti del neoliberismo di cui parla Colin Crouch[6] – sono usciti indenni dalla stessa, nuovi soggetti si iniziano a fare carico della sfida alla globalizzazione economica deregolamentata e porre il problema della redistribuzione.

Se la disputa sulle implicazioni di cosmopolitismo, nazionalismo o l’internazionalismo ha caratterizzato la storia della sinistra sin dai suoi albori, essa si è nuovamente acuita ai tempi nostri, laddove il capitalismo ha dato luogo a dinamiche incontrollabili di globalizzazione dei flussi finanziari, favorendo l’emergere di grandi oligopoli multinazionali, il fenomeno dell’offshoring e della grande evasione globale. Questo senza dare spazio ad una globalizzazione dei diritti, di fatto legittimando in ultima un drastico aumento delle disuguaglianze.

Tali dinamiche non sconvolgono gli equilibri solo tra Occidente e resto del mondo, ma generano nuove asimmetrie di potere in seno all’Occidente stesso. Il caso europeo è in tal senso esemplare. In tali squilibri, la crisi dell’integrazione politica, per usare le parole di Ulrich Beck, non favorisce l’avvento di una Germania europea, bensì di un’Europa tedesca[7], che impone la sua egemonia sui paesi mediterranei rendendoli una sua periferia.

È proprio su tale scala quindi che si gioca nuovamente la sfida tra capitalismo, lavoro e democrazia e all’interno del quale il progetto del vecchio continente, consapevole del suo ruolo nel mondo, deve ridefinirsi.


Note

[1] Dibattito che nasce nel 2013 a seguito della pubblicazione del libro di Wolfgang Streeck Tempo guadagnato. La crisi rinviata del capitalismo democratico (Feltrinelli Editore, Milano), a partire dalla disamina critica che ne fa Jürgen Habermas Democrazia o Capitalismo? Della miseria della frammentazione degli Stati-nazione in una Società-mondo capitalisticamente integrata, pubblicato in tedesco sulla Blätter für deutscher und internationaler Politik, n.5 del 2013

[2] Beverly J. Silver, Le Forze del lavoro. Movimenti operai e Globalizzazione dal 1870 ad oggi, Bruno Mondadori, Milano, 2008

[3] http://fondazionefeltrinelli.it/eventi/worldwide-workers/

[4] Tesi che appare pienamente corrispondere a quelle dell’economista francese Thomas Piketty nel già classico Il Capitale nel XXI secolo (Bompiani, Milano, 2017). L’argomento sviluppato con un’analisi macro-strutturale applicata alle maggiori economie mondiali da fine Ottocento ad oggi mostra come l’attuale assetto economico occidentale, dominato da una classe capitalistica che vive di rendita finanziaria, crei una struttura sociale e politica omologa a quella dell’Ancien Régime.

[5] Modello della Mitbestimmung (o cogestione) che è entrato in crisi con le riforme attuate sotto il governo Schröder e che hanno portato alla progressiva istituzionalizzazione di un sistema «dualistico» in grado di tutelare settori forti di specializzazione professionale che si traduce in una maggior organizzazione ed influenza negoziale, tanto quanto di relegare in un mercato del lavoro assai precario e poco tutelato lavoratori privi d’istruzione e competenze tecniche e spesso relegati a periodi prolungati di assenza di lavoro, con indennità residue strettamente controllate dallo Stato quali quelle messe in atto con strumenti che legano Minijobs e salario minimo, che costituiscono l’architettura del cosiddetto Modello Harzt IV.

[6] Colin Crouch, Il potere dei giganti. Perché la crisi non ha sconfitto il Neoliberismo, Laterza, Bari, 2012

[7] Ulrich Beck, Europa tedesca. La nuova geografia del potere, Laterza, Bari, 2013

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