Direttore della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Proviamo a prendere sul serio le ragioni per cui la Sindaca di Lentate sul Seveso ha dichiarato di volersi prendersi un “anno sabbatico” e di sospendere così per quest’anno le celebrazioni del 25 aprile.

Prendere sul serio le sue dichiarazioni non significa condividerle. Implica confrontarsi con un sentire e un profilo di ragionamento diffusi nell’opinione pubblica del nostro Paese. L’idea che l’Anniversario della Liberazione sia una festa di parte o, come ha affermato il Ministro degli Interni, «un derby tra fascisti e comunisti». Il 25 aprile sembra essere diventato una questione di tifo, di rivalità tra curve, di faida tra ultras da cui prendere le distanze.

Vale la pena ricordare – a costo di impiegare più dei 280 caratteri di un tweet – che il 25 aprile è la Festa della Liberazione, non la festa della libertà. Non è un dato trascurabile, ma una distinzione importante: nei momenti di grande confusione e di smarrimento, è essenziale ricondurre le parole al loro significato e gli accadimenti al loro senso più profondo.

La Liberazione è il momento che ti chiede di esserci. Nessun bilancio del “dare e avere”, nessuna valutazione fatta solo sulla base della convenienza, nessun argomento cautamente razionale giustifica la scelta. Combattere e battersi per la libertà è un azzardo che sorpassa ogni attendismo, un appello che non ammette deleghe. Lo dice chiaramente Vittorio Foa: «Su un punto forse non abbiamo previsto male, è quando abbiamo affermato la necessità assoluta di partecipare alla lotta armata. Era dura la polemica contro il disimpegno, lasciare che angloamericani e russi risolvessero i nostri problemi. Sapevamo di non contare nulla sui destini militari, sapevamo che il nazismo sarebbe stato battuto solo dai grandi eserciti, ma sapevamo anche che dovevamo, come popolo italiano, partecipare alla guerra così come ci era possibile, cioè la Resistenza partigiana, per non essere tagliati fuori dalla storia».

Non essere tagliati fuori dalla storia, reagire all’impotenza, riscoprirsi soggetti e non solo sudditi plaudenti. La Liberazione come risultato della Resistenza è l’effetto di un impegno e di una convinzione. La convinzione, dice Giacomo Ulivi, che «il nostro interesse e quello della ‘cosa pubblica’ finiscono per coincidere». Un’adesione che nasce da un’urgenza e dà all’incombere di un tempo presente deciso da altri l’orizzonte progettuale del futuro: «Come vorremmo vivere, domani?». Una domanda che è un risveglio e non concede ritirate o scappatoie. «Non dite – prosegue Ulivi – di essere scoraggiati, di non volerne più sapere. Pensate che tutto è successo perché non ne avete più voluto sapere!».

Prendere in mano il proprio tempo a costo di sacrificare la vita. Ritrovare il coraggio e mettere a soqquadro certezze, consuetudini, credenze: «gli uomini della Resistenza» scrive Giacomo Noventa «avevano combattuto, prima ancora che contro il fascismo, contro se stessi. Avevano dovuto mettere un segno interrogativo o negativo a tutto ciò che avevano pensato essi stessi, rompere tutti gli schemi, sconvolgere le proprie abitudini di ragazzi o di uomini, i propri rapporti familiari, sentimentali e sociali, in una parola tutto il proprio pensiero e la propria vita».

La liberazione è la scossa che spalanca la possibilità di un’alternativa, l’atto che inaugura un nuovo rapporto con se stessi e prelude alla libertà.

Annuncia la libertà ma non coincide con essa. È una distinzione da tenere presente, perché è un attimo, nel momento in cui non siamo soddisfatti della libertà, avere la tentazione di voler ricominciare daccapo, tanto da precipitare a prima della liberazione.

Cosa distingue libertà e liberazione?

La liberazione è un processo di opposizione: significa battersi per eliminare la condizione dell’oppressione. La libertà è un processo di costruzione: implica un progetto, un modello di futuro, risponde a un modo di intendere la società, le regole, i rapporti tra le persone.

Può essere che oggi la parola “libertà”, proprio per il paradossale carico di vincoli, imperfezioni e incognite che comporta, abbia perso punti e consenso. Preferiamo la sicurezza alla libertà, rassicurazioni e certezze al rischio cui ogni scelta libera ci espone.

Può essere che la libertà, soprattutto se non si riesce a mettere a fuoco se stessi, a veder confermato e tutelato il proprio posto nel mondo, sia avvertita da alcuni come un vincolo, una nuova oppressione, una minaccia.

Ma quale rischio corriamo se ci sottraiamo alla nostra libertà e rinneghiamo quel momento che ne è condizione di possibilità, ossia il 25 aprile come fondamento etico della nostra vita democratica?

Rischiamo di perdere quel recinto all’interno e in forza del quale ogni confronto è non solo governabile, ma anche possibile. Rischiamo di giocarci ogni possibilità di crescita, ogni speranza in un mondo migliore di com’è. Il 25 aprile, aveva dichiarato nel 2015 il Presidente Mattarella in occasione del Settantesimo anniversario della Liberazione, ricorda ai giovani che «non è vero che siamo imprigionati in un presente irriformabile. La democrazia è proprio questo: l’opportunità di essere protagonisti, insieme agli altri, del nostro domani».

Come ha richiamato in tempi recenti lo storico Emilio Gentile, nella storia italiana quel confronto – la possibilità di essere insieme tutti protagonisti eppure diversi – ha avuto come precipitato la Costituzione e come luogo fondativo l’Assemblea Costituente. La Costituente, scrive Gentile, è quell’esperienza in cui «uomini e donne che militavano in partiti antagonisti, con grande senso di responsabilità di cittadini e competenza di giuristi, posero le fondamenta di una repubblica democratica alla quale affidarono il compito di consentire al popolo italiano ‘il pieno sviluppo della persona umana’».

Un progetto di futuro condiviso che partiva dal presupposto che la convivenza non risponde a un principio maggioritario, ma ha il suo sale nella garanzia che le minoranze non siano escluse e derubricate. Che il pluralismo sia il perimetro per ogni decisione possibile. Che il riscatto dall’oppressione autoritaria sia scintilla della democrazia.

È questo che festeggiamo il 25 aprile. Il presupposto per la libertà di tutte e di tutti. E non è solo una questione di commemorazione nostalgica, ma riconoscere con lo storico Enzo Traverso che le nostre democrazie possono «essere in pericolo» e che se il fascismo non è liquidabile solo come «una parentesi del XX secolo» non possiamo che «sperare che neanche l’antifascismo lo fosse».

Prendersi una pausa, andare in sabbatico, dichiarare che se ne può fare a meno vuol dire disertare il campo da gioco. Ritirarsi – spaventati e incattiviti – sugli spalti. Tagliarsi “fuori dalla storia” per ritrovarsi non solo meno liberi, ma anche più soli e più impotenti.


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Le immagini riproducono una selezione di foto private e personali di Pietro Secchia conservate nel Fondo a lui dedicato. Le foto raccontano momenti di vita partigiana, ritraggono volti, azioni e manifestazioni di popolo.


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