Ricercatrice Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Reddito di base, di cittadinanza, di sussistenza, di inclusione. Sono solo alcune delle espressioni comunemente usate nel dibattito pubblico per indicare forme di sostegno o erogazione del reddito, variamente legate o slegate a: appartenenza ad una comunità/nazionalità, entrate esistenti/non esistenti indipendentemente dal reddito, varie tipologie di vincoli (età, situazione familiare, ottenimento di una posizione lavorativa ecc.). Mentre la discussione accademica ha raggiunto un soddisfacente stato di avanzamento, quella del dibattito pubblico sembra destinata a divenire sempre più confusa. Ad esempio, forme di sostegno al reddito collegate all’occupazione e all’occupabilità esistono già nelle tradizionali forme dei sussidi, così come quelle di contrasto alla povertà in quanto tale. Il reddito di base propriamente detto si pone su un altro orizzonte.

Philippe Van Parijs, da anni impegnato a discutere di quest’ultima prospettiva, sostiene che per esser definito tale, il reddito di base debba avere una fondamentale caratteristica di indipendenza da condizioni di occupazione, familiari e ulteriori vincoli. In questo modo, il rdb diventa non un “aiuto passivo” ma un elemento di solidarietà attiva fra lavoratori, attraverso la creazione di un fondo per coprire i rischi di anzianità, malattia, disoccupazione involontaria ecc. Funzionerebbe pertanto come un’asticella sotto la quale non si può cadere ma sopra la quale possono variamente coesistere redditi bassi, irregolari, percorsi di formazione, periodi di riposo ecc. Affinché raggiunga questi scopi il reddito deve divenire misura globalmente adottata.

Anche solo muovendo da questi presupposti, emerge con forza la concezione ambiziosa della tesi di Van Parijs, ma è altrettanto evidente che la discussione sul come attuare una misura simile è molto concreta e tutta inserita all’interno di un comune dibattito di policy-making: coinvolge le modalità di costruzione del consenso sociale intorno a questa opzione e la sua accettabilità morale, di costituzione di maggioranze politiche anche trasversali intorno al tema, di sperimentazioni pratiche e un procedere per tentativi (ad esempio è possibile prevederlo in vari “gradi”: una cifra più contenuta che consenta di mantenere l’universalità di buona parte dei servizi o una cifra importante che permetta di superare la soglia di povertà ma adottando dei criteri per accedervi ecc.).
Questo dibattito si svolge con grande coerenza in connessione proprio alla concezione del Professor Van Parijs, il quale saggiamente insiste sulla necessità di far progredire l’idea dell’opportunità dell’adozione del reddito di base tanto discutendone in accademia, quanto dando vita a mobilitazioni sociali e movimenti a favore di questa misura, sempre mantenendo un equilibrio fra avanzamenti concreti e sfera della visione idealistica.

Tuttavia, a dispetto del continuo richiamo a Thomas More e alla dimensione utopica, dall’intera discussione sul reddito di base, da qualunque angolazione essa sia approcciata, si deduce facilmente come questo sia una misura sostanzialmente compatibile con l’attuale sistema capitalistico, benché ne vada a correggere alcuni eccessi in termini di sperequazione relativa. Ovverosia, la sua introduzione originerebbe un elemento forte di redistribuzione che non necessiterebbe per essere attuato né di intaccare gli attuali rapporti di produzione economica (seppur andando a lenirne le peggiori emergenze sociali ad essi connesse), né mettendo in discussione il fondamentale rapporto fra sfera politica ed economica: l’economia permarrebbe, come nell’idea liberale, il polo della produzione privata di ricchezza e la politica quello della redistribuzione di una parte più o meno consistente di essa.

Immagine tratta dall’Utopia di Thomas More. Il volume fa parte del patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Per questo motivo, con i pro e i contro che la sua “compatibilità” comporta, l’annoso dilemma intorno al reddito, persino nella sua versione più “utopica”, non sembra essere la sua attuabilità ma la sua desiderabilità. Preferibile con certezza alla disoccupazione che si accompagna alla miseria, al lavoro povero e alla maggior parte delle forme di precariato o di sotto-occupazione senza paracaduti, non necessariamente attraverso di esso si occasionerebbe una società radicalmente differente o che rimetta in questione i valori fondanti del sistema vigente. La domanda fondamentale non si pone quindi tanto sul suo grado di utopismo, quanto su se questa forma di perequazione “ex-post” sia anche l’unica, oggi e domani, possibile.

La Fondazione ti consiglia
pagina 44964\