Ricercatrice in Comunicazione presso Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

 

Non è facile comprendere la complessità dei fenomeni migratori che interessano oggi l’Europa e le loro reali ricadute, ma sembra chiaro che nel corso degli ultimi due decenni abbiamo assistito a un peggioramento delle condizioni di accoglienza dei migranti e dei richiedenti asilo e a una incapacità di trovare una «soluzione europea» – evocata da più parti al vertice informale del 24 giugno a Bruxelles tra stati membri della UE – rispetto a una condizione definita di “emergenza” che dura da troppo tempo. La terza edizione dell’Atlas de migrants (2017), di prossima uscita in versione ridotta in italiano, ci aiuta a conoscere l’evoluzione delle pratiche e delle politiche sviluppate dall’Unione Europea, dai paesi membri e dai “paesi terzi” che spesso hanno avuto come esito quello di contrastare il fenomeno migratorio contemporaneo invece che di gestirlo.

La migrazione e, in generale, la mobilità umana, è causa e conseguenza dell’orizzonte mondializzato e fenomeno strettamente legato ai movimenti del capitale e alla forma del capitalismo contemporaneo, strutturale a questa fase dello sviluppo globale. Prendiamo come riferimento i dati presentati nel Fact checking dell’ISPI. Ad esempio, la sola popolazione subsahariana, tra il 1990 e oggi, ha visto una crescita da 500 milioni a 1 miliardo; l’aumento dei flussi di migranti dalla regione è proporzionale a questi numeri, va di pari passo. Nel tempo sono cambiate le mete di destinazione. Se in passato era prevalente la tendenza alla migrazione interna al continente, negli ultimi anni il 25% dei migranti subsahariani ha raggiunto l’Europa.

“Aiutiamoli a casa loro” è stato fino ad ora uno slogan (elettorale) efficace all’interno della cornice discorsiva della destra populista, promosso come soluzione dal volto filantropico all’angoscia che accompagna la retorica dell’invasione. Ma è una strategia altrettanto valida per ridurre i flussi migratori dall’Africa verso l’Europa? Dipende, i dati e le analisi pubblicate dall’ISPI in realtà ci dicono che tra erogazione di fondi e investimenti e flussi migratori non sussiste lo stesso equilibrio dei vasi comunicanti. Piuttosto, sarebbero necessarie serie politiche di aiuto allo sviluppo, ma poi scopriamo che l’impegno collettivo dei paesi dell’Ocse in tema di aiuti allo sviluppo è rimasto invariato dal 2010 e che l’Italia invece ha apportato una drastica riduzione dei finanziamenti del 70% nel corso degli ultimi dieci anni.

fotografia di Andràs Barta

 

Ai confini dell’Europa lo scenario è radicalmente cambiato. Le cosiddette “primavere arabe”, poi la guerra in Siria e l’ascesa dello Stato Islamico, le ripetute crisi politiche, economiche e umanitarie in Mali, Niger, Sudan, Corno d’Africa e Africa Occidentale, la degenerazione politica e sociale della Libia del dopo Gheddafi hanno creato nuove emergenze e cambiato le rotte migratorie.

Seppur dal 2015 si possa parlare di un evidente aumento dell’immigrazione in Europa, attraverso il Sud del continente quindi anche dall’Italia, e nonostante il discorso pubblico, politico e mediatico, il termine “invasione” si rivela inappropriato. Dati alla mano, gli arrivi in Italia nei primi quattro mesi del 2018 sono diminuiti del 75% rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso. Sono dati relativi, visto che la stagione estiva è il momento dell’anno in cui si registrano più arrivi, ma comunque significativi. Di fronte a questo, i provvedimenti per la gestione dell’immigrazione adottati nei paesi europei sembrano del tutto scomposti. Il sistema degli hotspot e il progetto aggiuntivo di ricollocazione in altri paesi europei dei rifugiati e richiedenti asilo che presentavano domanda sul territorio italiano è stato un fallimento più che evidente. Solo il 4% dei migranti verso l’Europa che arrivano in Italia sono stati ricollocati in altri paesi (2015-18) e il finanziamento europeo alla voce “emergenza migranti” è meno del 2% di quanto speso dall’Italia.

Al di là dei soldi, in questa dimensione d’emergenza le persone vengono isolate o si disperdono sul territorio o vengono rese invisibili. In rari casi vengono riconosciute come soggetti di diritto. Il rapporto Nowhere but out di Diaconia Valdese, ASGI e OXFAM, organizzazioni che insieme ad altre ONG lavorano a Ventimiglia, documenta la violazione dei diritti dei minori da parte francese e italiana, la perpetrazione di pratiche illegali della polizia francese al confine, la palese violazione della normativa sull’asilo, il respingimento sistematico di chi prova a entrare, in particolare di tanti minori soli. Più di 18 mila sono stati dallo scorso anno i minori respinti in modo molto aggressivo dalla frontiera francese, in modalità lesive dei diritti dei ragazzi, prevalentemente tra i 12 a i 17 anni, che hanno attraversato l’Africa e il Mediterraneo e che hanno subito abusi nei luoghi di detenzione in Libia. In questo quadro, la Francia sembra non avere alcuna intenzione di rinunciare ai controlli alle frontiere, nonostante i termini previsti dal trattato di Schengen. L’Unione Europea non è incisiva. Soprattutto fino ad ora ha scelto di essere fortezza attraverso dispositivi di contenimento, l’inasprimento dei controlli e le politiche dei respingimenti dei singoli stati membri.

L’emergenza è quella democratica dell’Europa di oggi e appare sempre più evidente la convinzione di voler confermare il sistema degli hotspot e riformare il regolamento di Dublino puntando sempre di più all’esternalizzazione e alla delocalizzazione dei controlli, delegando la gestione della mobilità a paesi terzi, di origine e di transito, e spostando di fatto i confini dell’Europa sempre più a Sud.

Al vertice di Bruxelles del 28 e 29 giugno i paesi europei dovrebbero convergere e trovare un’intesa, è in gioco il futuro dell’Europa.

Abbiamo bisogno di risposte e di proposte plausibili, sensate e soprattutto umane.

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