Ricercatrice Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

La partecipazione è uno dei tratti costitutivi della cittadinanza, così come l’hanno disegnata più di due secoli di pensiero e di pratica della democrazia, dalla Rivoluzione francese in qua. Se la cittadinanza, infatti, coincide con la presenza degli individui nello spazio pubblico, quella presenza per essere rilevante ha bisogno dell’esserci, dell’agire insieme, entro un comune orizzonte di esperienze, di problemi, di aspirazioni. È solo attraverso la partecipazione che si genera la “massa critica” capace di incidere sulle priorità, sulle parole d’ordine, sui progetti di futuro dell’intera comunità dei cittadini.

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La storia della festa del Primo maggio è una storia di partecipazione, e non soltanto perché la sua nascita si colloca su di un cammino che vede i lavoratori assumersi collettivamente la responsabilità di lottare per vedere riconosciuti i propri diritti. Il Primo maggio è infatti anche un terreno fondamentale per osservare l’evoluzione dei modi con cui la partecipazione si declina nella dimensione della cittadinanza: linguaggi, strumenti, simboli di questo esserci non sono sempre gli stessi, cambiano con il trasformarsi della società, con l’aggiornarsi delle gerarchie di rilevanza, con il prender piede di nuove forme di comunicazione.

L’idea iniziale fu che il Primo Maggio dovesse essere come una rassegna delle forze rivoluzionarie del proletariato, un vero e proprio sciopero generale di un giorno, fatto con intendimenti antiborghesi, e per affermare nel tempo stesso, oltre che il diritto a tutto il benessere e a tutta la libertà per i cittadini del mondo, anche per rivendicare la soddisfazione di bisogni più immediati e di conquiste parziali, prima fra queste la giornata di otto ore. […]. Oggi, all’opposto, tutti le danno ben diversa importanza. Le attribuiscono il carattere di una festa qualsiasi, come tutte le altre, quasi fosse una nuova domenica aggiunta alle altre cinquantadue dell’anno; ma nessuno pensa più al suo lato e alla sua origine rivoluzionaria. Lo si vede infatti: perfino al borghesia, la più intelligente e furba, ci si è accomodata e fa vacanza, andando a fare qualche scampagnata, chiudendo gli opifici ed i negozi, non pubblicando i giornali, vestendosi anche lei per qual giorno a festa. […] Questo povero Primo maggio sorto come un vessillo da barricate, fiammeggiante e svolazzante al vento in tutta la sua grandiosità, a mano a mano si è venuto ripiegando su se stesso, rimpicciolendosi, raddolcendo le tinte, smussando le asprezze, permettendo infine di poter essere accettato, così monco ed imperfetto, da coloro stessi contro cui era stato levato un giorno come arma efficace di combattimento (Luigi Fabbri, Questioni urgenti, 1907).

Al netto delle preoccupazioni dell’anarchico Fabbri in merito alla tenuta di una carica rivoluzionaria che egli vede minacciata dalla parlamentarizzazione del conflitto sociale e dalla mediazione sindacale, queste parole sono utili a esplorare il Primo maggio come momento di partecipazione, nelle sue varie sfumature.

Da un lato, emerge in modo molto chiaro come al Primo maggio sia connaturata l’idea della lotta di classe: partecipare vuol dire in questo senso dare un segnale di forza, essere contro un nemico – individuato da linee di demarcazione di classe – per legittimare se stessi nel proprio percorso di emancipazione, autodeterminazione e, in estremo, dominio. Sotto le spinte delle grandi disuguaglianze generate dalla Seconda rivoluzione industriale, in un mondo sempre più “piccolo” grazie ai nuovi mezzi di trasporto e di comunicazione, strumenti rodati di rivendicazione collettiva dei lavoratori come lo sciopero vengono pensati in grande e all’ennesima potenza: il Primo maggio nasce nel 1889 come astensione generale dal lavoro di tutti gli operai del mondo. Allo svuotamento simbolico dello spazio della fabbrica e all’abbandono della produzione, corrisponde l’occupazione fisica dello spazio pubblico, con la forza del gruppo e dei suoi numeri, con gli slogan che esprimono motivi e obiettivi della lotta, per la prima volta su una scala che si prepara a diventare globale. Con intensità diverse e con molteplici prospettive di rivendicazione, questa dimensione partecipativa è talmente radicata nel Primo maggio da essere ancora oggi riconoscibile.

Dall’altro lato, c’è l’idea della “festa”, con i suoi molti livelli di significato. C’è innanzitutto un retroterra “antropologico” – di lungo periodo – che è quello della grande manifestazione popolare: il corteo del Primo maggio è una sorta di “carnevale del lavoro”. Una volta all’anno, per una giornata, i subordinati prendono il controllo e connotano l’intero spazio sociale con i propri gesti e le proprie parole. Il Primo maggio è creatività popolare, sovvertimento dei normali ritmi del lavoro che genera una sregolatezza feconda di “nuovo”, di sogni, di futuro.

A un livello diverso, poi, la festa del Primo maggio è il rito collettivo “moderno”, la celebrazione di una religione civile il cui senso primario si esprime nell’essere insieme, nel riconoscersi non tanto per via di un comune nemico, quanto perché si è figli della stessa storia, indirizzati su uno stesso cammino, armati delle stesse domande. Nel celebrare il proprio essere comunità, al contempo si commemora: ci si guarda indietro per confermare punti di riferimento ideali, esempi di valore da seguire, e per fare bilanci rispetto alla strada percorsa.

È lungo questa linea evolutiva che il Primo maggio ha potuto adattarsi alle trasformazioni della società tra XIX e XXI secolo e aprirsi a diventare non più soltanto la “festa dei lavoratori” ma anche la “festa del lavoro”. Se già a inizio Novecento Fabbri poteva riconoscere – e giudicare, dal suo punto di vista, severamente – l’anima trasversale di una celebrazione nata sulle barricate della lotta proletaria, il nostro attuale partecipare al Primo maggio è il risultato di quella premessa. Di più: messi di fronte al tema del limite delle risorse, degli equilibri globali della ricchezza, dell’incredibile impatto della tecnologia sulle dinamiche produttive, partecipare al Primo maggio oggi vuol dire farsi carico delle domande di questo incerto futuro per provare a dare delle risposte.

Valentina Colombi
Ricercatrice dell’area Cittadinanza europea – Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Di seguito, tre immagini tratte dalla biblioteca di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli:

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Consigli di lettura

IL PRIMO MAGGIO NEL PATRIMONIO DI FONDAZIONE GIANGIACOMO FELTRINELLI

Le immagini che seguono sono tratte dal patrimonio documentale della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.

Sono immagini dedicate al Primo maggio, al momento in cui si celebra la Festa dei lavoratori. Nel corso della storia, però, più che un momento di festa in senso proprio, il Primo maggio ha rappresentato il momento in cui portare avanti le necessarie lotte per la rivendicazione dei diritti sociali e politici e l’occasione per mostrare la forza e il grado di coscienza raggiunto dai lavoratori, il loro passaggio da oggetto a soggetto della propria storia. Un passaggio costantemente insidiato da altre forze storiche, come viene mostrato dalle immagini che seguono: dall’iniziativa dei sindacati brasiliani che agivano ancora sotto la cappa della dittatura militare, alle lotte del movimento operaio tedesco, durante il tragico primo dopoguerra.

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Approfondimenti

 

Fondazione Giangiacomo Feltrinelli propone alla cittadinanza di Cammino-Popolare_nlvivere il Primo Maggio insieme, con una camminata civile e una performance collettiva.

Vi aspettiamo alle 17.30 in viale Pasubio 5 a Milano.

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