Ogni anno si ha notizia, in tutto il mondo, di eventi disastrosi che assumono proporzioni catastrofiche per l’estensione delle aree colpite e per il numero delle persone coinvolte; anche in Italia terremoti, alluvioni, inquinamenti e frane sembrano avere assunto gravità sempre più impressionante. Il buon senso e la comune esperienza dicono che qualcosa nel sistema di prevenzione non funziona, che necessitano miglioramenti radicali e principi nuovi che governino le normative sui rischi determinati dalle catastrofi ambientali. Viene il dubbio che un altro Vajont, un’altra val di Stava o una nube tossica come a Seveso possano ripetersi. In effetti parrebbe facile rispondere: chi ha operato in questo campo sa che, dagli anni del Vajont, ci separano decenni di accurato e persistente impegno da parte di governi, enti pubblici e privati, ricercatori e volontari della Protezione Civile, di magistrati e tecnici che hanno stabilito rigorose normative anche in adempimento all’esperienza internazionale e alle regole stabilite dall’Unione Europea. Ma una risposta del genere suonerebbe, ai più, come troppo generica.

Allora entriamo un po’ nel problema e consideriamo prima quello che è stato fatto realmente. Ripercorrendo la storia, vediamo che per vent’anni almeno, a partire dall’inizio degli anni 80, si è provveduto a redigere carte nelle quali erano designate le aree assoggettabili a disastri naturali capaci di portare grande danno: per le alluvioni e i terremoti la cartografia delle aree sismiche e dei fattori di sismicità è completa; per le frane, che sono eventi che richiedono indagini lunghe, dettagliate e costose, sono stati realizzati grandi progressi e vi è una buona copertura del territorio nazionale; per gli inquinamenti delle acque a dell’aria siamo a una fase di analisi e studio che sta gradualmente portando a una buona conoscenza sulla maggior parte delle aree più colpite.


19 luglio 1985. Ore 12:22. Nella miniera di fluorite di Prestavèl in val di Stava cedono improvvisamente due bacini di decantazione.
L’onda che si viene a creare colpisce a circa 90 km/h, la piccola frazione di Stava, nel comune di Tesero


Negli ultimi anni prima e dopo il 2000, il lavoro fatto si è travasato dal livello regionale a quello comunale e provinciale, tanto che chi deve costruire un edificio o un insediamento industriale trova presso gli uffici comunali le indicazioni di base per una progettazione razionale. Sono stati redatti e vengono continuamene aggiornati i piani di gestione delle risorse naturali, censimenti accurati della distribuzione dei centri di pericolo (es. delle industrie le cui produzioni possono danneggiare l’ambiente). Ai Comuni e agli Enti sovracomunali è stata demandata la realizzazione di carte del dissesto idrogeologico e del rischio per gli insediamenti abitativi. Gli Enti hanno costituito archivi dei dati ambientali che consentono loro di affrontare i problemi in breve tempo grazie una visione sinottica degli elementi quantitativi necessari.

Si è pervenuti in sostanza a un impianto della gestione dell’ambiente perfettamente adeguato nelle linee generali alle indicazioni della Comunità Europea e alle necessità dello sviluppo urbanistico, industriale e agricolo. Per concludere: nessuno di questi elementi esisteva, se non in forma embrionale e sostanzialmente poco utilizzabile ai fini progettuali, all’epoca dei disastri menzionati all’inizio (Vajont, val di Stava, Seveso).

Una cartografia dei dissesti come quella oggi esistente garantisce che la grande frana del Vajont sarebbe stata individuata; con il censimento delle industrie a rischio, ora esistente, l’ICMESA di Seveso sarebbe stata sottoposta a sorveglianza continua. Le analisi di rischio idrologico ad oggi compiute fanno capire che l’area colpita dall’alluvione di Stava sarebbe stata circoscritta e monitorata. In teoria quindi oggi non si potrebbero ripetere i disastri elencati nella domanda iniziale.

Ma allora perché abbiamo avuto i terremotati dell’Aquila, l’inquinamento industriale delle falde acquifere del Veneto, le frane di Genova, la valanga di Rigopiano?

La risposta, che un po’ sfugge a chi si cimenta da poco con questi problemi, è invece sotto gli occhi di coloro che seguono questi eventi da decenni: spesso la buona volontà dei tecnici degli enti locali non è sufficiente a gestire problematiche per le quali sono necessarie conoscenze rilevanti e multidiscipliari. Non si tratta solamente di incapacità di gestione di problemi già evidenti, ma dell’incapacità di prevederli prima che si manifestino (a questo proposito, forse è utile citare Donald Rumsfeld, che, a proposito della guerra in Iraq, parlò degli “unknown unknowns”, cioè delle cose che non si sa di non sapere).

Abbiamo un’importante base di conoscenze scientifiche e di specialisti di grande livello, a cui potrebbe essere affidato un piano nazionale di contenimento dei rischi. Le conoscenze acquisite a partire dal 1975 sono il risultato di un programma svolto da Regioni ed Enti ministeriali. Il programma era guidato dal CNR e da istituti universitari ed era finalizzato proprio alla realizzazione degli interventi di protezione civile. La struttura è stata collaudata con successo e ha svolto gran parte del lavoro di base di cui sopra: sarebbe facile ripristinarla, chiedendole di identificare i criteri per realizzare le opere necessarie a limitare i rischi, a partire dai più urgenti.

Nei contesti legati ai rischi ambientali, è sempre più diffusa la coscienza dell’interrelazione tra svariati aspetti che compongono la complessità del nostro mondo. Sarebbe oltremodo utile che, nella gestione di tutti questi aspetti, siano coivolti esperti che fino ad ora sono spesso esclusi o relegati a ruoli marginali. Si parla di biologi, statistici, legali, economisti e informatici, solo per fare alcuni esempi.

Per definizione, il rischio non è mai nullo; nei contesti, come quelli legati al territorio, in costante mutamento e di cui non si conoscono tutte le caratteristiche (né i “known unknowns” – le cose che si sa di non conoscere – né, tanto meno, gli “unknown unknowns”), questo è tanto più vero. Giganteschi passi in avanti ci separano dalla catastrofe della val di Stava. Occorre continuare a mettere a frutto le conoscenze acquisite e renderle disponibili agli Enti di controllo e, più in generale, a tutti i soggetti coinvolti. Occorre che, sempre meno spesso, si senta dire “non sapevo che sarebbe potuto accadere”.

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