Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Prendendo spunto dalla riflessione condotta dallo storico del movimento operaio Sergio Bologna, le lotte del “lungo autunno caldo” – le quali hanno scosso il mondo del lavoro con più di 230 milioni di ore di sciopero nel settore industriale, segnando quella stagione come uno dei turning point dell’Italia repubblicana – necessitano di essere interpretate e indagate non tanto alla luce delle «forme di lotta adottate», quanto invece «per il senso di forte identità che la classe operaia di fabbrica ha saputo esprimere nei confronti del resto della società»1.

L’affacciarsi sullo scenario politico della classe operaia come soggetto con un’identità propria e condivisa non può essere compreso nella sua interezza se non si osserva quel fenomeno dall’angolo visuale dell’emersione di una determinata “cultura di classe”, di cui è testimonianza diretta la pubblicistica di fabbrica. In stretta continuità con la stampa periodica clandestina nel periodo del fascismo e della Resistenza2, i giornali di fabbrica rappresentano un importante strumento di «creatività operaia»3, attraverso il quale il soggetto della classe operaia si esprime, “prende parola”, ponendosi come mezzo di divulgazione complementare sia ai volantini, alle comunicazioni affisse in bacheca, alle assemblee organizzate, sia ai classici periodici di informazione. Nel 1969 i giornali di fabbrica assolvevano a una funzione di denuncia delle condizioni lavorative entro cui erano costretti a vivere gli operai: i ritmi di lavoro sempre più incalzanti, la precarietà dello stato di salute, il crescente sfruttamento perpetrato dai “padroni” sono solo alcuni degli aspetti che, puntualmente, tornano come leitmotiv nei giornali di fabbrica.

Tentando di inscrivere il fenomeno dei periodici di fabbrica entro un quadro più ampio, Ninetta Zandegiacomi evidenzia come il giornale di fabbrica fosse «la sede in cui si ricava dall’esperienza quotidiana la critica alla società, dove alla logica dello sfruttamento e agli strumenti, anche ideologici, dell’egemonia padronale si contrappone un umanesimo proletario che non è certo nato con i giornali dei consigli, ma in questi si esprime più liberamente»4; letti secondo questa prospettiva, i giornali di fabbrica risultano essere una fonte storica di cruciale importanza per chi voglia approcciarsi a quegli specifici contenuti ricercando quale fosse la percezione di un’epoca contraddistinta da mutamenti sociali, politici ed economici di vasta portata. Tenendo in considerazione queste peculiarità, non è un caso che i giornali di fabbrica ospitino spesso degli articoli in cui viene rimarcata con forza la necessità di ancorare la lotta nelle fabbriche alla lotta studentesca condotta nelle scuole e nelle università: un aspetto – quest’ultimo – che è sintomatico di quel bisogno, fraternamente condiviso da studenti e operai, di leggere in chiave critica la realtà che li circonda nell’ottica di invertire la tendenza, rompendo i meccanismi di e sfruttamento e assoggettamento all’autorità.


“In molte aziende i lavoratori hanno una propria stampa sindacale, attraverso la quale possono seguire tutto ciò che li riguarda, siano essi problemi di fabbrica o problemi più generali della società nella quale viviamo. A parte però alcune aziende, la maggior parte di questi periodici sono di questo o di quel sindacato, per cui il lavoratore è abituato a seguire un certo discorso per il semplice motivo che in queste aziende non tutte le correnti sindacali si sono date questo validissimo strumento di informazione. Un giornale con le carte in regola, fatto dai lavoratori, è quello nel quale i lavoratori possono identificare i loro problemi attraverso gli scritti che vi appaiono. Questa è stata la considerazione più valida che ha portato FIM – FIOM e UILM della FIAR – DEP a dare vita al giornale sindacale unitario “L’altra campana”. L’abbiamo chiamato così perché di campane (stonate) ne sentiamo in tutti i momenti e in tutti i luoghi, a cominciare da Teleradar, che per essere un periodico di informazione per i lavoratori della Fiar, non parla altro che di scarponi e lamette usate in vendita. Le altre campane sono la cosiddetta stampa “indipendente” troppo presa dai problemi della borsa e dall’Infelice Felice (per citare un caso) e la TV italiana, dove se per caso appare una manifestazione di studenti o di lavoratori, viene coperta con la scritta Interruzione Video e subito dopo mostrano le pecorelle. E dei problemi dei lavoratori chi ne parla? Non certamente questi mezzi di informazione e le poche che lo fanno li presentano in maniera distorta. Ancora una volta il compito spetta a noi. I problemi, le rivendicazioni, la libertà e la democrazia in fabbrica e nel paese, migliori condizioni di vita, tutto ciò insomma che riguarda i lavoratori, saranno gli argomenti che tratteremo sul nostro giornale al quale vogliamo che tutti i lavoratori diano il loro contributo per farlo sempre migliore, attraverso scritti, proposte, ecc. Dar vita a questo giornale unitario non ci è stato certamente imposto dall’alto per amore di unitarietà. È stata una esigenza sentita dai lavoratori del DEP, che in questi ultimi tempi hanno saputo rompere con una tradizione che li voleva ‘buoni esemplari non sindacalizzati’ per servire meglio il padrone. Non partiamo da zero. Dietro di noi abbiamo le recenti esperienze di lotta, abbiamo da poco tempo siglato un accordo aziendale, altre esperienze ce le faremo, e saranno esperienze che vedranno FIOM, FIM e UILM proseguire sulla via dell’unità in maniera compatta per non lasciar adito a false interpretazioni, se non da parte di qualcuno che ama definirsi indipendente. Vogliamo cambiare, avere nuovi rapporti all’interno dell’azienda, vogliamo la democrazia sul luogo di lavoro e nel paese, vogliamo che i lavoratori si sentano protagonisti della società. Vogliamo cambiare le strutture del paese e le cambieremo. La crescita dei lavoratori dipende da loro, da come sapranno usare gli strumenti che si sono dati faticosamente a prezzo di dure battaglie e sacrificio. Anche questo giornale è una conquista. Una piccola parte di una conquista che è la più alta e la più sentita da tutti i lavoratori: l’unità”5.


Note

  1. S. Bologna, Il “lungo autunno”: le lotte operaie degli anni settanta, in F. Amatori (a cura di), L’approdo mancato. Economia, politica e società in Italia dopo il miracolo economico, Annali della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, LI, 2016-2017, Feltrinelli, Milano, p. 111. ↩︎
  2. Cfr. S. Puttini, Giornali di fabbrica e stampa sindacale in Italia (1945-1980), Fondazione Giangiacomo Feltrinelli, Milano, 2013. ↩︎
  3. N. Zandegiacomi, Autonomia operaia: esperienze di giornalismo operaio, Bertani Editore, Verona, 1974, p. 10. ↩︎
  4. Ivi, p. 12. ↩︎
  5. Presentazione, in “L’altra campana: bollettino per i lavoratori della Fiar Dep a cura delle sez. sindacali az. FIOM – FIM UILM, aprile 1969. ↩︎
La Fondazione ti consiglia
pagina 64681\