Università degli Studi di Firenze

Il libro di Chantal Mouffe “Per un populismo di sinistra” (Laterza, pp. 120, 2018) ha un merito su tutti: rendere immediatamente chiaro che non c’è un solo tipo di populismo e che questo va trattato spogliandolo di quell’alone di negatività che gli è stato attribuito, aprendo in tal modo ad una vera comprensione del fenomeno, oltrepassandone la stigmatizzazione. Siamo abituati a collocare anche i concetti e le categorie politiche secondo la dicotomia bene-male e, colpa dei politologi, dei sociologi e/o delle esperienze effettivamente realizzatesi negli anni, il populismo è per lo più conosciuto come un concetto negativo e i fenomeni politici etichettati con questo termine vengono automaticamente denigrati, dato che vi è la percezione che si tratti di un’accusa infamante.

Mouffe affronta in medias res il tema del populismo: l’egemonia neoliberale è stata sfidata dalle opposizioni sociali e politiche che, dal basso, hanno iniziato a germinare negli anni della crisi economica, a partire dal 2008, sull’onda del “momento populista”. Le politiche di lacrime e sangue prodotte dalle forze partitiche di destra e di sinistra come un male necessario e ineluttabile incontrano l’opposizione sociale dei movimenti anti-austerity e anti-sistema e di alcune esperienze istituzionali, Podemos in Spagna, Bloco de Esquerda in Portogallo, Syriza in Grecia, La France Insoumise in Francia, Die Linke e/o Aufstehen in Germania. Questi esperimenti testimoniano da un lato la crisi del sistema neoliberale e dall’altro l’apertura del momento populista. Egemonizzare il “momento populista” in corso significa catturarne le domande e capitalizzarne il disagio e il dissenso, consapevoli che è possibile un altro tipo di ordine egemonico all’interno della cornice liberaldemocratica (p.35).

Questa riflessione della Mouffe è importante non solo perché coglie la centralità del tema populista, ma anche perché apre ad altre due rilevanti considerazioni. La prima è che esistono diversi tipi di populismo e, segnatamente, uno di destra e uno di sinistra. Entrambi, sottolinea Mouffe (p.19), si propongono di organizzare le domande provenienti dalla società civile e rimaste inevase a causa della mancata responsiveness dei tradizionali attori politici, ma lo fanno articolando in maniera differente lo spazio politico, ovvero il “noi” e il “loro”. La seconda considerazione che viene stimolata è che l’assetto liberaldemocratico rimane il necessario punto di partenza. In effetti, il populismo potrebbe avere il merito di riportare al centro l’agone politico, ovvero le alternative, le scelte politiche, che nell’era della post-politica non hanno più colore e intensità differenti, ma si fondono in quella che viene fatta passare come l’unica strada percorribile: il neoliberalismo (p.21). La capacità di tessere una strategia egemonica populista di sinistra significherebbe essere in grado di radicalizzare i principi del regime liberaldemocratico, libertà ed eguaglianza, frenando gli aspetti più barbari del capitalismo neoliberale. Non, dunque, un cambiamento di paradigma, ma una risignificazione in senso radicale e autentico di quello democratico che comporti necessariamente un mutamento della struttura socio-economica accanto a quello dei principi politici. Il populismo di sinistra rappresenterebbe la via del riformismo radicale che, diversamente dall’opzione rivoluzionaria dell’estrema sinistra, si impegna a realizzare una rottura con il neoliberalismo non auspicando alla demolizione delle istituzioni liberali, ma accentuandone gli aspetti democratici. I

n sostanza, Mouffe vuole sottolineare che il populismo può rappresentare il dispositivo di resilienza (o di resistenza?) e la vera alternativa all’attuale ordine egemonico. A livello teorico-strategico, la riflessione della Mouffe risulta lineare, consequenziale e coerente, ma siamo sicuri che, una volta entrati nel pragmatismo della realtà, si riesca a sovvertire l’ordine economico esistente e a definirne uno nuovo e compatibile con le attuali istituzioni? Mouffe individua i passaggi che devono essere fatti per creare un populismo di sinistra (il metodo), ma non li compie (la sostanza). A ben vedere, il riformismo radicale o il populismo di sinistra si pongono come degli ibridi che possono avere un certo spessore dialettico, ma che attendono ancora di essere realizzati nonché pianificati, progettati e teorizzati davvero… Prassi-teoria-prassi!

 

Juan Domingo Peron, presidente argentino, uno dei leader politici più associati con le definizioni di populismo, parla davanti alla folla in Plaza de Mayo a Buenos Aires (Keystone/Getty Images)

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