verriSon pochi di, che un filosofo venne a visitarmi per cercare il mio parere su un libro destinato da esso per pubblicarsi colla stampa. “Qual è il fine”, gli dissi, “amico, per cui volete andare al pubblico, ed aggiungere il vostro nome alla lunga lista degli autori? Dalla vostra risposta sceglierò la misura con cui stimare il merito dell’opera vostra”. “Io voglio”, mi rispose il filosofo, “farmi un nome presso agli uomini miei contemporanei, col mezzo del quale procurarmi la loro considerazione, che contribuisca al mio ben essere.” “L’impresa è difficile”, risposi io, “e voi sapete meglio di me quanta parte abbia il capriccio della fortuna nell’ accreditare un autore, o nel lasciarlo nell’ angolo polveroso d’ una stamperia esposto alle tìgnuole, ed alle maledizioni dello stampatore. Pure, leggete: poiché volete il parer mio, ve lo darò schiettamente”.

Allora il filosofo cominciò così:

“La politica sacrifica molte migliaia di vittime umane per disotterrare sino negli antipodi nuove rappresentazioni di valore, né altro effetto produce che quello di renderne l’uso più incomodo. Si cercano a dilatare i confini, né si riflette che la circonferenza è alla massa, come il quadrato alla radice. Non v’è armata che non si abbandoni alla fuga prima che la decima parte sia estinta; l’abito men fatto alla guerra è quello del soldato. Gli editti di alcuni sovrani di Costantinopoli su alcuni casi particolari, il parere di alcuni privati Romani, o di altri oscuri curiali, purché sieno morti, regolano la vita e le fortune.

L’amor del ben essere, più forte di quello della stessa esistenza, dovrebbe servire nel morale, come nella meccanica la gravità. Guai alla umanità se si eseguissero alcune teoriche dal volgo rispettate! I geni, e il volgo s’assomigliano più che i mediocri fra di loro, e l’uomo…”

“Basta cosi”, amico, gli dissi, “il vostro libro non vale un zero. Quest’opera o non sarà intesa, o lo sarà malamente, e consegnandola al pubblico non avrete il vostro intento: almeno vent’anni opere si fatte devono languire sconosciute, e devono passare per la trafila dell’indolenza, e del ridicolo per lo meno. Avete voi vocazione di passarvi?”

“No, davvero”, rispose il filosofo. “Ebbene, datemi adunque”, mi disse, “il parer vostro su un’altr’opera che ho in mente, poiché autore voglio essere, e autore applaudito”.

“Primieramente”, continuò il filosofo, “il titolo del libro sarà La Cucina Politica. Proverò al principio, che gli avvenimenti politici dipendono dagli nomini che gli trattano, cosa che nessuno potrà negarmi. Passerò in seguito a dimostrare, che gli uomini in gran parte dipendono dai loro attual umore, ossia dallo stato attuale del loro animo, or vigoroso e intraprendente, ora debole e timido; e confermerò con molti fatti storici la variabilità di quest’umore, per cui molti eroi in alcuni punti della lor vita sono stati uomini, e uomini meno che mediocri. L’umore farò poscia vedere come dipenda dallo stato della nostra digestione, e la nostra digestione dalla natura de’ cibi che si alimentano; e qui avrò campo di parlar molto di anatomia, e di fisica, con l’aiuto delle quali proverò il mio assunto.caffe

Da questi principi ne nasce dunque, che la massima influenza negli affari parte dalla cucina, e che da essa si spediscono come da ogni origine le più importanti decisioni. Questo sarà il soggetto della prima parte.

Nella seconda parlerò dei metodi di riformare la cucina, e rettificarla secondo le sane viste della politica; e primieramente, di destinare il cuoco ad ogni persona, che interessi il ben essere degli uomini a quest’ oggetto importante, colle istruzioni secreto ora di abbondare, ora di scemare le droghe, a misura che d’attività o di ponderazione fa d’uopo; passerò poi ad un’analisi chimica delle particolarità di esse droghe, delle erbe, delle diverse carni, e tutti in somma i materiati di cucina, e della influenza loro particolare a ciascuna sul nostro stomaco, e tutto ciò fondato sulle più esatte sperienze. Finalmente concluderò la mia opera con una compiuta serie dì vivande, atte ciascuna a svegliare passioni differenti; con che sarà perfetto il mio trattato. Ebbene, che ve ne pare?” soggiunse il filosofo.

“Ottimo”, risposi io, “il vostro libro è d’una idea tutto nuova, a portata d’ognuno, e dovrebbe piacere. Gli uomini amano più chi li diverte, che chi gl’instruisce, poiché sentono il male della noia continuamente, e rare volte il male dell’errore”.

Il filosofo ha approvato il mio parere. “Ebbene”, disse, “conviene essere frivolo per principio, siamolo di buona grazia. La verità più grande di tutte è che convien cercare costantemente la propria felicità”.

Cosi fini la conversazione, onde fra pochi giorni comincerà la bell’opera, e fra un anno al più ve la prometto pubblicata.

 


Consigli di lettura

La Fondazione Giangiacomo Feltrinelli ha pubblicato due ebook di Pietro Verri nella sua collana Laboratorio Expo Thesaurus testi tratti dal patrimonio archivistico e bibliotecario della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli perché per dotarsi di un linguaggio aggiornato alle sfide che oggi lo sviluppo ci impone e ci propone.

Pietro Verri, Bevande coloniali il caffè e il cacao
Pietro Verri, Discorso sulla felicità

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