Scrittore

 

 

 

 “Guardatevi dagli uomini, perché vi consegneranno ai loro tribunali e vi flagelleranno nelle loro sinagoghe; e sarete condotti davanti ai governatori e ai re, per dare testimonianza a loro e ai pagani […] e sarete odiati da tutti a causa del mio nome; ma chi persevererà sarà infine salvato”
(Mt 10, 17.18.22).

 

Ero parte del Genova social forum nel luglio 2001 e per giorni attraversai la città fuori e dentro la zona rossa. Quindici anni dopo sono più che mai convinto delle ragioni di allora, ma anche della dura sconfitta.

Anche Fabrizio Ferrazzi è a Genova in quei giorni e il 21 luglio 2001 partecipa alla manifestazione contro il G8. Lo arrestano in strada nonostante non commetta reati e lo portano alla caserma di Bolzaneto e poi nel carcere di Alessandria; trenta ore senza convalida dell’arresto. E il mondo di Ferrazzi finisce capovolto.

Le immagini di quella giornata gli restano impresse in modo indelebile nella mente nonostante il trascorrere degli anni. Perché Fabrizio non vuole che questa storia sia consumata dal tempo. E perché Bolzaneto e Genova sono ferite profonde tanto quanto quelle inferte nel tempo alla gente di questo paese dagli apparati dello Stato con le bombe nelle banche e sui treni, coi pestaggi nelle piazze e nelle caserme.

E se negli anni Fabrizio ha imparato a tollerare la tachicardia o l’ansia improvvisa in forma di panico, eredità di quelle trenta ore di sequestro, ancora non tollera la mancata giustizia, la perduta occasione di rinascere.

E racconta di due popoli il Ferrazzi. L’ufficiale e il clandestino. E di due storie. La manifesta e la sotterranea. La storia minoritaria e ideale e la storia maggioritaria e parassitaria. E parla di martirio e di resurrezione del popolo. Parla della cornice eucaristica di ragazzi condannati, in manette, le teste rasate, il marchio della tortura sui volti. Il Movimento e il suo sacrificio sono sovrapposti al sacrificio del Cristo. E il Movimento è presentato sulla falsariga di Passione e Resurrezione e i persecutori sono paragonati a Erode in una moderna strage degli innocenti.

Il messianismo cattolico di Fabrizio Ferrazzi è una visione del mondo concentrata sull’attesa di un rinnovamento radicale della società, un potente antidoto contro la disperazione fondato su un pensiero prospettico, sulla visione del futuro da costruire.

E racconta di disillusione e frustrazione. La disillusione per non essere riuscito a far comprendere la gravità di quanto accaduto, la mancata collettivizzazione del dramma, il timore che il sacrificio non sia servito a intaccare l’avanzata di un potere antidemocratico. E racconta del risveglio che a cominciare da quei mesi del 2001 ne fa un attivista quasi a tempo pieno. Racconta di Genova vissuta non come un fatto personale ma come un evento che rivela profonde verità a conferma che le violenze e la sospensione dei diritti costituzionali del 2001 non furono un caso ma parte della degenerazione del sistema. Non crede al ruolo della vittima Ferrazzi, crede al ruolo del testimone, ruolo che da cattolico militante ha esercitato nei suoi numerosi viaggi di studio e di lavoro in Polonia fin dai primi anni ottanta quando Solidarność faceva breccia nel regime con l’aiuto del Comitato di difesa degli operai e con la scelta della non-violenza.

 

Manifesto tratto dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

 

È nei momenti di maggiore dolore, nei lunghi mesi di ricovero ospedaliero necessari a curare le ferite riportate a Genova, che Ferrazzi affida il proprio racconto ai testi di Adam Mickiewicz (1798-1855). E in particolare a Dziady o La festa dei morti, poema drammatico pubblicato nel 1832, capo d’opera del teatro romantico polacco ed europeo, nato dal trauma per la persecuzione zarista del 1823-24 e per la disfatta dell’insurrezione antirussa del 1830-31. Nel racconto di Fabrizio Ferrazzi la caserma di Bolzaneto diventa la prigione che fa da sfondo al poema di Mickiewicz, il mattatoio dove i russi torturano i prigionieri polacchi.

Genova rappresenta un momento di passaggio. Esiste un tempo “prima Genova”, punto di arrivo di quel movimento etichettato come ‘no-global’ che si è rivelato il più convinto nel chiedere una globalizzazione dei diritti e nel denunciare i rischi che il modello neoliberista determinava.  Ed esiste un tempo “dopo Genova” nel quale quegli stessi rischi si sono puntualmente concretizzati nella crisi che viviamo.

Il crollo del 2008, la rabbia della classe media e il fallimento della sinistra riformista che non ha saputo raccogliere gli appelli del movimento, e ha lasciato che i temi su cui era nato – la critica al capitalismo e alle diseguaglianze crescenti – diventassero nutrimento dei populismi, danno ragione ai manifestanti di Genova.

Perché interpretate a quindici anni di distanza, le ragioni di preoccupazione per il futuro formulate dal movimento non erano diverse da quelle attuali: neoliberismo sfrenato, dominio della finanza sull’economia, impoverimento delle classi medie, insostenibilità delle politiche fondate sul debito, polarizzazione della distribuzione delle ricchezze, riscaldamento globale, aumento del potere del privato sul pubblico, delle multinazionali sugli stati, diffusione endemica di xenofobia e razzismo per non dire delle ‘guerre giuste’ che tali non furono e che hanno creato lo spazio fisico per il terrorismo islamista. Il nuovo bipolarismo nei paesi avanzati non è più tra destra e sinistra, ma tra aperto e chiuso. Il patriottico si contrappone al globale. Sono questi i risultati dell’incauto trattamento riservato al movimento di critica alla globalizzazione nato a fine anni novanta a Seattle e deflagrato a Genova.

È difficile negare che nei giorni di Genova a essere dalla parte della ragione eravamo noi manifestanti. E che fummo picchiati, torturati, uccisi.

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