Università Cattolica del Sacro Cuore

Per uscire da una crisi, scrive Mauro Magatti, Professore di Sociologia presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, serve un cambio di paradigma. Dobbiamo pensare a nuove regole e politiche che sappiano rilanciare la crescita economica e lo sviluppo sociale per far fronte in maniera sistemica alle eredità dello scambio finanziario-consumerista su cui si è basato per decenni il sistema capitalistico: il disordine sociale, ovvero le crescenti disuguaglianze; il disordine demografico, inteso in termini di invecchiamento della popolazione e della pressione migratoria dal Sud del mondo; il disordine politico; il disordine economico-finanziario tale per cui i circuiti finanziari e l’economia reale non funzionano come dovrebbero; da ultimo il disordine ambientale che impone la necessità di definire un nuovo modello di crescita nel rispetto dei limiti del Pianeta e a tutela del benessere delle generazioni attuali e future.

La sfida cui oggi siamo chiamati è quella di interrogarci sul significato dei concetti di crescita e sviluppo sociale nelle economie avanzate con l’obiettivo di definire un orizzonte condiviso di benessere e prosperità in cui riconoscere noi stessi e gli altri e capace di garantire un punto di equilibrio tra gli interessi economici, politici e sociali.
Di seguito un estratto dal libro Cambio di paradigma. Uscire dalla crisi pensando il futuro.

Segni e tracce. Che cosa è la prossima crescita economica?

È necessario ricercare nuovi equilibri senza scambiare tenui e fisiologici segnali di miglioramento per una ripresa vera e propria che non si vede all’orizzonte. Allora sa­rebbe necessario capire se, al punto in cui siamo, sia possibile immaginare nuovi assetti che possano riatti­vare dei processi di crescita. In modo più diretto, si­gnifica chiedersi: “Che cosa è la prossima crescita economica?”.
Non si può rispondere a questa domanda se non si comprende che la crescita è sempre associata all’idea di libertà e di valore. Anche se apparentemente molto distanti, le due cose sono in realtà intimamente lega­te. Non ci sarà nessun altro ciclo di crescita senza una riflessione nuova sull’idea di libertà e di valore.

Le nostre società sono fuori squadra. Si stanno tra­scinando dal 2008 prive di una rotta delineata. Il che non può che esporre a grandissimi rischi. Ho già detto che le operazioni di quantitative easing sono opportu­ne (e necessarie) se pensate come interventi che per­mettono di guadagnare tempo. Ma diventano fuor­vianti, e alla lunga pericolose, se sono scambiate come la soluzione del problema. Dunque dobbiamo affret­tarci per capire cosa intendiamo fare, dove intendia­mo andare, per fare che. Sono queste le domande a cui rispondere per proiettarci in un futuro che ci porti fuori dalla crisi e all’interno di un nuovo modello di sviluppo. Altrimenti si rischia di restare impantanati in questa sorta di crisi permanente e di scambiare del­le zattere di salvataggio per la terraferma.

Prima di arrivare a tracciare i due scenari di uscita dalla crisi più probabili, è dunque utile proporre una sintetica raccolta dei principali segni e tracce di ciò che sembra muoversi nel contesto socio-economico contemporaneo. Vorrei presentare questa raccolta in modo disordinato. Il mio obiettivo, qui, è semplice­mente quello di almanaccare alcuni fenomeni che è necessario considerare per provare a scorgere il futu­ro che ci aspetta:
Digitalizzazione e rete. Come sappiamo, siamo alla vigilia di una grande trasformazione. Il cosiddetto In­ternet delle cose, e la rivoluzione produttiva che si ac­compagna alla fabbrica 4.0 e alle forme emergenti di smart work, cambieranno la nostra vita introducendo il grande capitolo dei big data. Con conseguenze rile­vanti anche sulla democrazia e le forme della parteci­pazione politica.
Mercatizzazione della vita. Il welfare è destinato a cambiare radicalmente. Nel quadro di mutamenti in atto in ambito medico ed economico, la vita tenderà a essere inglobata nel processo capitalistico. In società invecchiate e benestanti, il bene più prezioso che il ca­pitalismo avrà da vendere sarà proprio la salute, con un’enfasi particolare sui meccanismi della riprodu­zione e dell’efficientizzazione.

Un nuovo modo di fare impresa. Tra le imprese, specie quelle più avanzate, si fa largo una certa atten­zione ai temi della sostenibilità e della legittimazione sociale. Sono ormai tante le organizzazioni che pen­sano sia arrivato il tempo di andare oltre la corporate social responsibility, con l’adozione di nuovi modelli di business nella linea che M. Porter chiama “valore condiviso” e J. Attali “economia positiva”. La sharing economy, la nuova ecologia politica, l’economia circo­lare, il convivialismo, i commons sono pratiche desti­nate a diffondersi e a cambiare il modo di produrre, distribuire e consumare i beni e i servizi nelle nostre società.

Lo sguardo nuovo dei millennials. Diverse ricerche a livello internazionale concordano sul fatto che tra i millennials e gli under-29 — nativi digitali e “social” ­si radicano nuove configurazioni di valori. Cose che per le generazioni precedenti sembravano marginali o inesistenti, poiché erano questioni che di fatto non esistevano, per i giovani si delineano come nuove priorità: attenzione all’ambiente e alla qualità delle relazioni, apertura verso lo straniero, domanda di senso orientata a quello che si fa. Il capitalismo è ac­cettato ma guardato con sospetto, si chiede un ruolo dello stato senza statalismo. La tolleranza è un valore diffuso. Si può, forse, arrivare a ipotizzare l’emergere di una nuova svolta relazionale capace di prendere le distanze dal Sessantotto e dalle sue successive inter­pretazioni.

Ed è da quest’ultimo punto che possiamo partire per riflettere su come, a livello simbolico, l’immagina­rio della realizzazione di sé individualizzata nella pro­duzione e nel consumo, che sostiene culturalmente l’aumento delle libertà quantitative individuali,’ co­minci oggi a essere rimesso in discussione dalle nuo­ve domande sociali. Ed è da queste nuove domande sociali che si deve cercare di ripartire.

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