Responsabile editoriale di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Oggi, 25 anni fa, alle 11 del mattino sotto il fuoco dell’artiglieria croata, crollava il Ponte Vecchio di Mostar. Era non soltanto un monumento storico di inestimabile valore ma anche il simbolo di quell’antica città che ha avuto il nome proprio dai suoi ponti sul fiume. Costruito dai turchi nel 1556 il ponte aveva resistito a tutti i conflitti e insurrezioni, dai tempi dei turchi alle guerre balcaniche, alla prima e alla seconda guerra mondiale.

 

Non resiste a quella guerra. Perché quella guerra non è l’ultimo residuo di un conflitto non risolto nel 1945, ma una delle forme in cui si manifesta il nuovo senso della nazione nell’età della presunta fine dei nazionalismi.

Venticinque anni dopo la memoria di quella ferita rimane sottotraccia.

In un’epoca che sembra celebrare la fine dei muri – e dunque votata alla celebrazione della raggiunta libertà – il crollo di quel ponte il 9 novembre 1993 non viene immediatamente percepito come la chiusura di quella parentesi aperta il 9 novembre 1989 con il crollo del Muro di Berlino, esattamente quattro anni prima.

E’ una sordità che è ancora molto consistente.

In questi anni, anche in Italia il 9 novembre ha voluto dire sempre celebrazione della libertà ritrovata. Nella memoria pubblica il 9 novembre ha significato un momento di gioia, tanto che il parlamento italiano con la legge n. 61 del 15 aprile 2005, lo istituisce come «Giorno della libertà» da celebrare con «cerimonie commemorative ufficiali e momenti di approfondimento nelle scuole che illustrino il valore della democrazia e della libertà evidenziando obiettivamente gli effetti nefasti dei totalitarismi passati e presenti» come dice il testo della legge.


Pietra in memoria del ponte di Mostar, simbolo della città e della convivenza pacifica, abbattuto dai croati nel 1993.


Il ponte di Mostar non rientrava nella filosofia di questo inno alla libertà, nemmeno per riferirsi «agli effetti nefasti dei totalitarismi», come recita l’articolo 2 della legge n. 61.

Il 9 novembre nel corso del XX secolo tuttavia non ha sempre voluto dire libertà.

In almeno altre due occasioni ha significato sangue, morte, comunque oppressione e schiavitù. La prima è la Kristallnacht, la notte dei cristalli, ovvero il giorno del pogrom antiebraico nella Germania nazista il 9 novembre 1938. La seconda è, appunto, il crollo del Ponte vecchio di Mostar.

Della prima occasione, almeno qui in Italia, ci siamo sostanzialmente dimenticati e se oggi ne parliamo è perché non si può non parlarne nell’80° anniversario dell’avvio della legislazione antisemita in Italia. Scrivo «legislazione antisemita» e non «legislazione razziale» perché il principio razziale in Italia non inizia con il manifesto della razza del luglio 1938 e poi con il decreto del 15 novembre 1938, bensì con la legislazione che distingue italiani da sudditi dell’Impero all’indomani della guerra Italo-etiopica, ovvero a partire dall’estate 1936 (anniversario cui nessuno ha prestato molta attenzione, segno evidente che con il razzismo in Italia i conti per davvero, non si vogliono fare). Il 9 novembre 1993 continuiamo ancora ad affrontarlo come un episodio di una guerra di cui di ci rifiutiamo complessivamente di fare i conti.

Il crollo di quel ponte, in una guerra che celebra il ritorno della nazione non è un incidente di percorso. Quella guerra è il primo tipo di conflitto che poi abbiamo conosciuto o ritrovato in molti scenari di guerra successivi: una guerra il cui obiettivo primario non sono i militari dell’altro schieramento, ma i civili e il cui fine, una volta conclusa e fissati i confini, è perseguire una politica di omogeneizzazione della propria popolazione, oppure espellere i «diversi» se non sterminarli (che cos’è la scena di Srebrenica nel luglio del 1995, se non questo?).

Il crollo del ponte di Mostar non è solo il segno di un’epoca che ha riedificato i muri come opportunamente ha ricordato anni fa lo storico Claude Quétel, nel suo Muri (Bollati Boringhieri) indica anche che, insieme, il segno distintivo della nuova epoca è il fatto che non si accetta più di condividere con altri un territorio. La sua ricostruzione e la sua riapertura, il 22 luglio 2004, non ha ridato spazio a una società aperta.

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