di Lorenzo Zamponi
Scuola Normale Superiore

L’azione collettiva non nasce dal nulla e non si esprime in forme spontanee o casuali, indipendenti dal contesto storico e sociale in cui si determinano. Tutt’altro: i comportamenti individuali e collettivi nello spazio pubblico si basano normalmente su un insieme di forme consolidate e radicate. Si tratta di quello che Charles Tilly chiamò “il repertorio dell’azione collettiva”, una cassetta degli attrezzi contenente tattiche e forme di espressione di dissensi e rivendicazioni, a cui i soggetti sociali possono attingere in caso di bisogno. Secondo Tilly, il repertorio moderno emerse dalla Rivoluzione Francese, e si basa principalmente sull’espressione di istanze in eventi pubblici che si rivolgono ad autorità pubbliche o private. Queste istanze possono essere poste in maniera diversa e con strategie diverse, in senso riformista o rivoluzionario, ma tendenzialmente, da oltre due secoli, si rivolgono alle sedi e ai simboli del potere statale a livello nazionale attraverso cortei, manifestazioni, scioperi, petizioni che avanzano rivendicazioni ai detentori di quel potere.

Questo repertorio emerse in un contesto ben preciso, quello del trionfo di due strutture sociali e due forme del potere, lo stato nazionale e il capitalismo industriale, che hanno caratterizzato la modernità in buona parte del nostro pianeta. Può il repertorio dell’azione collettiva sopravvivere al contesto storico che l’ha generato? Nell’epoca della globalizzazione neoliberista che svuota di sovranità lo stato nazionale e della finanziarizzazione dell’economia che spodesta il capitalismo industriale, che senso assumono le forme dell’azione collettiva come le abbiamo conosciute? E che significato ha la partecipazione fisica a momenti collettivi di partecipazione politica, in un’epoca in cui la trasmissione digitale delle informazioni tende a togliere materialità a tutti i rapporti sociali, perfino al lavoro?

Eppure, la compresenza fisica in spazi pubblici resta la forma dominante dell’azione collettiva. Abbiamo alle nostre spalle una gigantesca ondata di mobilitazione globale, concentrata in particolare intorno all’anno 2011, che ha lasciato traccia di sé in immagini ben precise: quelle delle migliaia di persone che occupavano le piazze pubbliche, da piazza Tahrir a Zuccotti Park passando per Puerta del Sol. Di certo le tendenze alla globalizzazione, alla finanziarizzazione e alla dematerializzazione sono tutt’altro che compiute, tutt’altro che univoche e tutt’altro che irreversibili. Ma non è solo questo. La partecipazione diretta a eventi collettivi, nella mobilitazione sociale, non ha solo la funzione strumentale di esprimere le istanze di un movimento, ma anche e soprattutto quella di contribuire a sostenere e riprodurre il movimento stesso, fornendo alle persone l’occasione di costruire e consolidare identità collettive, di stabilire reti di comunicazione e scambio, di creare comunità.

La diffusione dei mezzi di comunicazione digitali, e in particolare l’utilizzo di social media come Facebook o Twitter o di software di messaggistica individuale come Whatsapp e Telegram attraverso i nostri smartphone, ha profondamente cambiato i meccanismi di organizzazione degli eventi di partecipazione politica. Se da una parte il cosiddetto slacktivism, cioè l’attivismo online fatto con il minimo sforzo, a danno della faticosa militanza online, è un fenomeno visibile, dall’altro la digitalizzazione ha agito ristrutturando i processi di costruzione, materiale e simbolica, degli assembramenti fisici, e facilitandone la riproduzione all’esterno, più che sostituendoli.

Del resto, il carattere di evento che rende rilevante una manifestazione politica sta nella sua eccezionalità, e nell’epoca della dematerializzazione cosa c’è di più eccezionale del contatto diretto e della compresenza fisica? Il valore della protesta si basa sulla rottura della quotidianità, sull’uscita dalla routine ricavando tempi e spazi di costruzione di una realtà diversa. In uno sciopero non si interrompe solo la produzione per danneggiare la controparte, si interrompe anche il lavoro per liberare temporaneamente il lavoratore e dargli la possibilità di parlare con i suoi compagni, di discutere, di organizzarsi, di vivere in un tempo e uno spazio diversi da quelli della produzione. Le grandi assemblee di piazza di questi anni, come nel recente esempio francese della Nuit Debout, sono anche e soprattutto questo: la creazione e la condivisione di uno spazio e di un tempo diversi da quelli della quotidianità, in cui a essere prevalente non è la dimensione produttiva dell’individuo ma quella relazionale. Non a caso sia gli spazi pubblici, con i dispositivi securitari, sia i tempi di libertà dal lavoro, con le aperture festive e il lavoro digitale, sono sotto attacco: perché è negli spazi e nei tempi in cui le persone sono libere di condividere, invece che di competere, che si costruisce il cambiamento.

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