di Mauro Bertola
Ricercatore Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

Nell’immagine, un’illustrazione di Galantara per la rivista L’Asino conservata nella biblioteca di Fonda


Alla luce del dibattito tardo estivo emerso sulle pagine di Repubblica, laddove Asor Rosa e Bartezzaghi hanno contribuito ad accendere un’interessante disputa sulla scuola che ci attende tra le riforme e le sperimentazioni quadriennali dei licei, emerge un dato riflessivo che chiama in causa la Storia e la Letteratura, spingendo l’accento su una proposta didattica che aumenti, invece che diminuire, le conoscenze degli studenti alla fine dei loro percorsi scolastici.

Partiamo da un presupposto fondamentale: che sia “buona” o che sia in riforma, che sia da svecchiare o da mantenere nei suoi capisaldi, all’avvicinarsi del primo suono della campanella di settembre, la scuola chiama sempre in causa il pensiero e la riflessione di varie intelligenze. Talune spronano ad un cambiamento, delle altre preferiscono mantenere lo status quo, alcune azzardano l’imitazione di processi avanzati di società e welfare differenti dal nostro Paese, qualcheduna di queste intelligenze, poche, prova a riflettere sulle necessità reali della scuola, distinguendole dalle cose superflue. Ma tutte riconoscono, nel bene e nel male dei loro interventi, un importante ruolo sociale che la Scuola è tenuta a salvaguardare: l’educazione alla cittadinanza.

Asor Rosa allerta i lettori scrivendo un articolo intitolato «La scuola nelle mani dei barbari», mentre Stefano Bartezzaghi prende lo spunto per accendere ancor più il dibattito e spiegando «Perché ai ragazzi non serve un anno di scuola in meno ma cent’anni di libri in più». Entrambi hanno a cuore un tema fondamentale che non si può trascurare: come si può essere cittadini consapevoli e competenti, come si possono esercitare le proprie prerogative di cittadinanza, se si ignora quello che è accaduto negli ultimi cinquant’anni?

Appurato ormai che le discipline di Educazione Civica e Geografia sono via via scivolate nel cassetto dei ricordi della scuola che fu (probabilmente uno studente che acquisisce gli strumenti per diventare cittadino consapevole potrebbe essere un potenziale critico e turbatore dell’azione di certe politiche sociali, economiche e culturali), tocca alla Letteratura e alla Storia, accompagnate dal Diritto e dall’Economia, fornire gli attrezzi di un mestiere che si sta rivelando difficilissimo: educare, appunto, il cittadino.

Per venire incontro alle proposte dei due scrittori, ossia allungare la conoscenza della Letteratura e della Storia a tutto il Novecento, servirebbe una riqualificazione del sistema scolastico che investa però tutta la sua struttura: 1. di percorso, dalla scuola primaria alle due secondarie, affinché si evitino ripetizioni di parti disciplinari secondo diversi livelli di approfondimento nei vari gradi di scuole; 2. di contenuti, sviluppando percorsi didattici non solo lineari e cronologici (com’è consuetudine dei vecchi programmi), ma sviluppati su tematiche e argomenti raggruppabili nel loro significato e nella loro forma. Per esempio: tematizzare le dittature dell’antichità con quelle del Novecento, cercando di capire come mai sono ancora oggi presenti in alcuni paesi del mondo. Oggi, invece, si imparano ancora gli Egizi al primo anno, i nazifascismi al quinto e solo in rari casi alcuni docenti stimolano riflessioni sull’attualità delle dittature sudamericane.

Per formare un cittadino consapevole delle proprie attitudini e capacità, utili poi alla crescita della società nella sua complessità, è fondamentale quindi una revisione dei contenuti essenziali per l’educazione alla cittadinanza che deve tener anche conto dei più recenti avvicendamenti culturali, sociali, economici e politici.

Servirebbe un gesto coraggioso per uscire dalla logica della “tradizionale didattica”: l’insegnante di Storia che rivendica le certezze disciplinari solo oltre i cinquant’anni e quello di Lettere che presuppone una più approfondita disputa della critica accademica sugli scrittori più recenti, insieme, proprio grazie agli strumenti che hanno insegnato e consegnato agli studenti in precedenza, potrebbero offrire spunti riflessivi che non abbiano per forza di cose una risposta enciclopedica, ma che possano destare la curiosità e l’approfondimento, la ricerca  e l’osservazione dei fenomeni più recenti. Quindi, non solo per imparare a memoria come è nata la nostra Repubblica, ma come si è evoluta, attraverso quali fasi di compromessi e terrore è passata, fino a riconoscere le condizioni del più recente bipolarismo.

Negli ultimi cinquant’anni risiedono infatti importanti sviluppi sociali e politici, oltre che culturali, che, di pari passo con un’evoluzione tecnologica ed economica sempre più accelerata, pretendono se non una perfetta e didascalica conoscenza, almeno la capacità di essere contestualizzati in un processo di apprendimento stimolante la curiosità e la percezione dell’evolversi della stessa società.

Il rischio altrimenti, come sottolineano i due scrittori, è quello di un vago assopimento delle conoscenze ferme alla metà del secolo scorso.

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