Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

La cosa più strana nei monumenti è che non si notano affatto. Nulla al mondo è più invisibile. Non c’è dubbio tuttavia che essi sono fatti per essere visti, anzi, per attirare l’attenzione; ma nello stesso tempo hanno qualcosa che li rende, per così dire, impermeabili, e l’attenzione vi scorre sopra come le gocce d’acqua su un indumento impregnato d’olio 

Robert Musil

I monumenti, concepiti per ridestare l’attenzione collettiva, scivolano spesso in una pallida invisibilità. Eretti al fine di ammonire, finiscono per essere assorbiti nel paesaggio urbano.
In un testo pubblicato per la prima volta nel 1968, Jaques Derrida usa la parola “monumenti” per tradurre un termine chiave della filosofia platonica, e cioè l’espressione “hypo-mnesis”. Con hypo-mnesis Platone allude a quel processo di rammemorazione possibile solo grazie ai segni esteriori della scrittura.monumenti
La scrittura si configura come l’arte cui consegnare saperi, conoscenze e ricordi, così come i monumenti – giganteschi hypomnemata – sarebbero le tracce materiali, i corpi marmorei, le orme di pietra ai quali affidiamo il compito di edificare e perpetuare la nostra memoria collettiva.
Perché allora falliscono? Perché, seppur imponenti e persino prepotenti, i monumenti finiscono per sbiadire nell’invisibilità?
Forse in gioco c’è un certo modo di intendere la memoria, una memoria che ora si è trasformata in ingiunzione al ricordo: “per non dimenticare”. Il dovere della memoria genera la necessità di affidarsi a segni esteriori – monumenti, piazze, musei – quali antidoti alla dimenticanza. Eppure questi imponenti hypomnemata sembrano conservare quella natura anfibia di rimedio e di veleno che già Platone riconosceva loro. Se da una parte costituiscono un rimedio alla dimenticanza, dando consistenza all’inafferrabile transitorietà del ricordo, dall’altra favoriscono un processo di progressiva indifferenza, esonerandoci dal tradurre quell’esercizio di ri-memorazione in concreta pratica di vita.
Vale la pena di ricordare un’altra possibile accezione del termine “hypomnemata”. Ne parla Michel Foucault in un breve e denso scritto del 1981, intitolato L’écriture de soi. Fra le diverse tecniche di “scrittura di sé” elaborate dalla tarda-antichità compaiono gli hypomnemata. In seno alla cultura ellenistica, spiega Foucault, gli hypomnemata diventano il luogo di raccolta di pensieri, citazioni, appunti, frammenti, testimonianze. Qualcosa che oggi immagineremmo al crocevia tra un quaderno degli appunti, un diario personale, un blog interattivo. È proprio questa natura ibrida che rende interessante la pratica degli hypomnemata: il loro scopo, spiega Foucault, era quello di formare una “memoria materiale”. Non un semplice “supporto di memoria” ma un corpo vivo di discorsi che abbiano un riflesso immediato nella postura etica di colui che li riceve: “bisogna (…) che essi facciano parte di noi stessi: in breve che l’anima non li faccia semplicemente suoi, ma sé”. Gli hypomnemata, rispondendo alla tensione a “fare sé” i libri letti, le parole scritte, le esperienze vissute.
È possibile oggi tornare ai monumenti nell’accezione proposta da Foucault? Leggerli come pagine di colossali hypomnemata capaci di tradurre la ri-memorazione in azione creativa?
Dal secondo Novecento in avanti, alcuni artisti hanno imboccato una via negativa consistente nel praticare il monumento come anti-monumento. Tra le diverse soluzioni elaborate dal filone della a-monumentalità contemporanea, un caso interessante è quello dell‘Harburger Mahnmal gegen Faschismus, progettato dai coniugi Geertz nella cittadina tedesca di Harburg. Il monumento di Harburg contro il fascismo è una colonna di 12 metri, ricoperta su ogni lato da una superficie in piombo iscrivibile, di modo che ciascuno, con un apposito stilo, potesse scrivere il proprio nome, la propria testimonianza, il proprio messaggio di opposizione al fascismo.
Un cartello, scritto in sette lingue, accoglieva così i visitatori: «Invitiamo i cittadini di Harburg e i visitatori della città ad aggiungere qui ai nostri i loro nomi. Così facendo, ci impegniamo a restare vigili. Via via che i nomi ricopriranno questa colonna di piombo alta 12 metri, essa verrà gradualmente calata nel terreno. Un giorno, essa sarà totalmente scomparsa, e il sito del monumento di Harburg contro il fascismo sarà vuoto. Alla fine, siamo soltanto noi che possiamo ergerci contro l’ingiustizia».
Poche righe dense di implicazioni. L’idea di un monumento non-finito il cui paradossale compimento coinciderà con la sua scomparsa. La suggestione anti-monumentale di un’opera che invoca la partecipazione del pubblico e stimola una forma di coautorialità cui ciascuno è chiamato a dare il proprio contributo. E infine la tensione irrisolta tra memoria e oblio. La colonna, consapevole del proprio deficit di testimonianza, non si pone come custode imperitura della memoria collettiva: invita a un ricordo attivo che si nutre (e a sua volta nutre) delle esperienze di vita di cui ciascun avventore, nel proprio presente, si fa testimone e cantore.
“Ci impegniamo a restare vigili. (…) Alla fine, siamo soltanto noi che possiamo ergerci contro l’ingiustizia” recita il cartello della colonna di Harburg.


Consigli di letturamonumenti_culto

Il moderno culto dei monumenti, Alois Riegl

“La conservazione di Riegl rappresenta un fattore decisivo del mutamento sociale e della costruzione della nostra identità. Noi siamo per ciò che conserviamo e per come lo conserviamo. La conservazione è, infatti, un lavoro specialistico ma i beni a cui si dedica sono patrimonio comune.”
(Sandro Scarrocchia)

 

 

La farmacia di Platone, Jacques Derridala farmacia di platone

Questo testo è un classico della filosofia contemporanea. Innanzitutto è un esempio magistrale di lettura e interrogazione di un testo filosofico; anche se al termine della lettura si arrivasse a non condividere alcuna delle tesi interpretative proposte dal filosofo francese, non si può non riconoscere il rigore e la fecondità di questo modo di leggere, sollecitare la riflessione altrui e praticare la filosofia…

 

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