Università di Bologna

Negli ultimi anni, la crisi economica ha accentuato la diffusione dell’insicurezza lavorativa e la minaccia della marginalità occupazionale (nelle sue più differenti forme, dalla precarietà, alla sottoccupazione, fino alla disoccupazione e all’inattività). Una parte consistente della ricerca sociale mostra poi che l’avvento di una crisi economica può inasprire conflitti e fratture già presenti sul mercato del lavoro, favorendo anche una dualizzazione degli orientamenti politici tra gli insiders (i lavoratori con un’occupazione stabile e garantita) e gli outsiders (coloro che non hanno un’occupazione, o ne hanno una a termine). Questo si verifica principalmente perché, in tempi di crisi, la marginalità occupazionale ha la potenzialità di diventare una risorsa di consapevolezza collettiva per gli individui accomunati da una specifica condizione di disagio lavorativo, influenzando sistematicamente lo stesso modo in cui essi si rapportano con la politica.

Anzitutto, l’arrivo della crisi favorisce l’attribuzione esterna della responsabilità della propria condizione di svantaggio, trasformando il disagio occupazionale da fallimento personale a problema sistemico. Per coloro che si trovano in una posizione di difficoltà nel mercato del lavoro (disoccupati e lavoratori a termine) diventa più semplice, in tempi di crisi, interpretare la propria condizione lavorativa come un problema collettivo, generato dall’incapacità della politica di intervenire adeguatamente. Questo orientamento ha come diretta conseguenza una reinterpretazione delle proprie difficoltà: queste ultime vengono percepite sempre meno come propria incapacità di adattamento, e sempre più come incapacità dei soggetti politici e istituzionali di risolverle. Si legittima quindi, in generale, un orientamento politico di allontanamento e di sfiducia nei confronti delle istituzioni e del loro operato.

Inoltre, questo processo di attribuzione di responsabilità può legarsi anche a una maggiore consapevolezza di appartenere a categorie svantaggiate. La condivisione di obiettivi e di istanze rappresenta la base di un senso di identità e di appartenenza a uno specifico gruppo sociale. Si tratta di un orientamento che si lega anche alla consapevolezza delle potenzialità che un gruppo sociale – come ad esempio “i precari” – potrebbe avere se riuscisse a coordinarsi e a portare avanti le proprie richieste sul piano politico, come una vera e propria “classe sociale”. In questo caso, la crisi favorisce un atteggiamento politico di protesta tra coloro che occupano posizioni svantaggiate sul mercato del lavoro, sviluppando in loro anche un’elevata percezione di efficacia della propria azione politica.

Nel complesso, queste dinamiche di condivisione esistenziale possono quindi assumere un’elevata connotazione politica, fino a rappresentare la base di un nuovo cleavage politico: la distinzione tra il sicuro e il non sicuro, tra chi è o si sente “fuori” e chi è “dentro”, può diventare con la crisi una nuova frattura politica, in grado di acuire le differenze tra gruppi sociali, in funzione della loro posizione nel mercato del lavoro.

 

Operai, Sesto San Giovanni, 1945

 

Indicazioni empiriche sulla recente crisi economica confermano che l’influenza della marginalità occupazionale sugli atteggiamenti politici è aumentata in funzione del livello di “consapevolezza collettiva” della crisi, con delle differenze sostanziali tra l’essere un outsider a termine e l’essere un outsider disoccupato. Entrambi i gruppi si scontrano con il sistema politico e il suo funzionamento, ma seguono dinamiche differenti. Da una parte, coerentemente alla teoria dei “perdenti della modernizzazione” – come definiti dal politologo Hans Georg Betz – i “perdenti” disoccupati sono più propensi sia ad allontanarsi dalla politica, sia a preferire posizioni ideologiche conservatrici. Dall’altra parte, i lavoratori a termine sembrano essere meno “perdenti” e marginalizzati: quando si hanno specifiche caratteristiche sociali (ad esempio, essere giovani) l’avere un lavoro a termine attiva processi di condivisione e identificazione che favoriscono il coinvolgimento politico e visioni ideologiche di sinistra, facendo acquisire una “coscienza collettiva” che non era presente prima della crisi.

 

Napoli, disoccupati. Foto della prima metà del Novecento tratta dal patrimonio di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

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