Fondazione Giangiacomo Feltrinelli

La gente vengono qua che sono sventurati. Lasciano il suo paese, se fanno fortuna, se no tornano indietro. Io sono di Poggio Reale, comune di Napoli. Stavo laggiù, era un anno che ero sposato, non c’era lavoro, la miseria, adesso può darsi che cambio vita, speriamo.

[…]

Quando sono venuto su c’era mio suocero che era là. Sono venuto su e ho dormito sei mesi in una branda con mia moglie e mio figlio. Poi ho dovuto dare 40.000 lire di cauzione per la casa se no non me la davano. Ormai ero inguaiato. La roba l’avevo venduta per fare le quarantamila lire, soldi per il viaggio non ce n’erano più, e ci toccava star qua. Ho avuto la fortuna di trovare subito lavoro.

Io a parlare modesto, ci avevo 500 lire in tasca quando sono arrivato. È vero, sì! Stavo disoccupato, appunto per questo mio suocero mi ha mandato a chiamare. Mio suocero aveva un fratello che lavora qua a Milano e aveva bisogno di una persona e l’ha tirato su. Poi lui ha tirato su il figlio e poi tutta la famiglia. Poi ha chiamato anche me, e quando sono partito, a casa ho lasciato neanche un soldo. Si arrangiavano da mia madre, da mia sorella, e hanno tirato avanti un mese. Poi sono andato nell’Autogas a lavorare e li ho tirati qua. Per il viaggio, quando mi sono sposato mio suocero mi aveva regalato un anello d’oro che pesava 12 grammi, e l’ho venduto. Poi ho venduto anche il comò, perché dovevo prendermi anche un vestito che era tutt’inverno che non lavoravo e ero mezzo nudo. Io avevo deciso: fortuna o non fortuna non potevo più tornare indietro. Ma più miseria di mio paese potevo trovare qua? Il comò l’ho venduto a uno vicino alla mia casa che sapeva che dovevo partire e mi ha aiutato. L’anello l’ho preso 8000 lire, è stato l’anno scorso, era appena poco che ero sposato, era nuovo; e il comò ho preso 7000 lire. Poi quando è partita mia moglie, per il viaggio, per pagare le 40000 lire di affitto e qualche vestito per lei, ho dovuto vendere tutto. Ci avevo l’armadio, il tetto, tavolo, sedie, segretère [sic!], ci avevo un mobile per il PB gas, ho dovuto vendere pure quello lì: tutto, insomma tutto. Ho ricavato i soldi per il viaggio e l’affitto e siamo rimasti senza niente.

Mia moglie quando è venuta su voleva tornare indietro. Andiamo a Milano, eh, lì era la Corea, non Milano. Siamo a otto chilometri da Milano e ci manca tutto laggiù. Lì non c’è una strada, non c’è luce che per mettere tre o quattro metri di filo ci vogliono un sacco di soldi, e viviamo come coreani. Ha incominciato che la gente non sapeva dove andare, compravano il terreno e un po’ alla volta se la costruivano la casa. Prima c’erano quattro o cinque famiglie, adesso ce ne sono due o trecento: più meridionali e veneti.

[…]

Noi siamo della bassa Italia, ci chiamano terroni, che siamo sporchi, che non vogliamo lavorare. Me n’è capitato due o tre fatti. Uno mi dice “Sei terrone, non avete voglia di lavorare. Venite qui a levare il pane ai milanesi”, ho detto: “Te che dici che non hai voglia di lavorare, mettiamoci a lavorare io e te lavori pesanti, e vedrai chi si stanca per prima”. Perché sono abituati tutti al lavoro negli stabilimenti, hanno il loro lavoro pulito, sono specializzati, che sono andati a scuola, e non fanno niente. Invece noi non abbiamo mestiere che da noi non ci sono stabilimenti e il mestiere non se lo impara mai. Sono senza mestiere e ho chiesto al comune la licenza, ma anche lì ci vuol la residenza, poi per avere una licenza bisogna sapere dove mettere le mani che ce ne sono un mucchio. Anche a raccogliere gli stracci ci vuole la licenza. Perché, uno non lo fregano mai perché va in mezzo alla campagna negli scarichi delle mondizie, che lì è il posto di raccogliere qualche cosa, ma ci vuole la licenza anche lì. Ma l’inverno che posso fare? D’estate qualche palloncino si vende, ma d’inverno fa freddo, eh, cosa posso fare?[1]


Il testo riportato poco sopra è un estratto dell’intervista raccolta da Franco Alasia ad un giovane meridionale, Alessandro, dal cui racconto è possibile cogliere alcune delle questioni chiave relative alla storia della migrazione dal sud al nord Italia negli anni Cinquanta del Novecento, periodo in cui agli sforzi di ricostruzione postbellica si legavano strettamente le misere condizioni di esistenza entro cui era costretta a vivere un’ampia fascia di popolazione.

Il grande afflusso di meridionali necessita anzitutto di essere analizzato alla luce delle molteplici traiettorie d’insediamento, mettendo sotto la lente d’ingrandimento quei territori su cui la concentrazione meridionale era risultata più o meno consistente; nel cercare di leggere questa mappa della migrazione, non è possibile non notare come l’afflusso meridionale avesse principalmente investito due città in particolare, Torino e Milano, il cui status di “polo industriale” rappresentava, per quel segmento di popolazione, una possibile risposta al bisogno impellente di fuoriuscire da una condizione di estrema miseria.

Le nutrite speranze di elevazione sociale e materiale dei nuovi arrivati dovevano tuttavia fare i conti con problemi di diversa natura, fra cui è necessario menzionare le difficoltà legate all’abitare e le discriminazioni subite dalla popolazione autoctona. Sul primo versante, risulta significativo il fatto che – nel racconto del meridionale da poco stabilitosi a Milano – la precarietà riscontrata nelle condizioni abitative non solo avesse abbattuto la speranza di vivere in un ambiente migliore, ma avesse anche fatto rimpiangere le condizioni d’esistenza del contesto di provenienza. Dall’altro lato, i meridionali erano stati oggetto di una discriminazione multi-level, tangente anche l’ambito occupazionale; della popolazione migrante si aveva – da parte della popolazione autoctona – la percezione di un corpo estraneo installatosi massivamente su di un territorio non suo, sul quale la ricerca di un lavoro diventava tanto più difficile quanto più si doveva combattere anzitutto contro un senso diffuso di diffidenza, di paura, che induceva ad elaborare l’immagine del migrante in termini di minaccia.

L’esemplarità della stagione delle lotte operaie, che investono il mondo dell’industria a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, è misurabile anche dall’angolo visuale del rapporto nord-sud saldatosi prorio nel mondo delle fabbriche; l’afflusso di meridionali nei grandi poli industriali non è un processo che si arresta al decennio degli anni Cinquante ma prosegue costante per i decenni successivi, arrivando ad ingrossare numericamente le fila del movimento operaio, il quale non solo diventa sensibile al tema dello sviluppo industriale ed occupazionale del meridione, ma rappresenta anche un effervescente laboratorio all’interno del quale gli operai, meridionali e settentrionali, trovano nella lotta contro i padroni un comune elemento di appartenenza.

Nel suo Alchimie d’America Werner Sollors, riflettendo sui melting-pot, ha riflettuto intorno all’incapacità da parte degli storici che si occupano di migrazione di «sporcarsi le mani con l’alchimia»[2], ponendo l’accento sulla carica periodizzante del “viaggio” e sulle modalità attraverso cui l’identità del migrante sia il risultato di una commistione degli elementi derivanti dal proprio contesto di provenienza e da quello di destinazione. Nell’adottare quest’approccio metodologico alla storia della migrazione del sud negli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso, è possibile intravedere come le difficoltà, anche lavorative, sorte in quel periodo fossero in qualche modo correlate alla sovrapposizione di modelli di socialità distanti fra loro, la cui armonizzazione implicava – ed implica – un processo di continua rinegoziazione non solo dell’”io” ma anche – e forse soprattutto – dell’”altro”.

[1] F. Alasia, D. Montaldi (a cura di), Milano, Corea. Inchiesta sugli immigrati, Feltrinelli, Milano, 1960, pp. 205-208.

[2] W. Sollors, Alchimie d’America. Identità etnica e cultura nazionale, Editori Riuniti, Roma, 1990, p. 114.

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