Agro-economista
Università di Bologna

La riduzione dello spreco alimentare, sia attraverso il recupero delle eccedenze a fini solidali sia, soprattutto, attraverso l’identificazione e l’implementazione di azioni finalizzate ad eliminare le cause di generazione delle eccedenze (prevenzione), offre un’opportunità per ripensare ai nostri modelli di produzione e consumo.

Ci sono alcuni dati che ci sentiamo ripetere, ormai da qualche anno, ad ogni giornata mondiale dell’alimentazione: 800 milioni di essere umani non hanno cibo a sufficienza mentre un terzo della produzione globale di alimenti si perde o si spreca lungo la filiera che porta il cibo dal campo alla tavola. 1,3 miliardi di tonnellate di cibo destinato al consumo umano non raggiunge mai le tavole per un valore economico pari a circa 1.000 miliardi di dollari/anno. Per produrre il cibo che viene sprecato ogni anno nel mondo usiamo circa 250 miliardi di litri d’acqua, vengono emesse inutilmente in atmosfera l’equivalente di 3,3 miliardi di tonnellate di CO2 e viene utilizzato circa il 30% del suolo agricolo disponibile sul pianeta.

Ha senso dunque aumentare la produzione di cibo per una popolazione mondiale in forte crescita demografica – si stima che la produzione dovrà aumentare del 60-70% per sfamare i 9 e passa miliardi di stomaci previsti nel 2050 – se poi un terzo della produzione stessa non raggiunge mai le tavole?

Siamo in una nuova era geologica, l’Antropocene: dunque è sull’uomo che dobbiamo intervenire per cambiare le “cose”, sulla nostra cultura, sui nostri stili di vita. La conseguenza è che dobbiamo cambiare rotta.

C’è un “nuovo” verso se prendiamo lo spreco come occasione per cambiare direzione, anzi se riferiti all’economia i versi sono due: l’economia circolare e l’economia di cura.

Da una parte l’economia circolare, il “verso” basato sulla riduzione dell’uso delle risorse naturali ed energetiche, sul recupero, sul riuso e sul riciclo dei materiali, dell’acqua e dell’energia, sulla condivisione e la collaborazione. Basta con il tradizionale concetto di economia lineare caratterizzata da logiche di approvvigionamento-produzione-utilizzo-scarto: ovvero il modello prendi, produci, usa e getta. Che genera appunto scarti e sprechi non come fossero fallimenti di mercato ma proprio come parte integrante del mercato stesso. La circolarità dell’economia impone invece che le risorse già limitate di per loro vengano usate in quantità il più possibile limitata (si chiama risparmio) e nel modo più intelligente possibile (si chiama efficienza) per fabbricare oggetti programmati non solo per essere usati a lungo ma anche, quando necessario, per essere riparati e poi riusati, raccolti e riciclati per fornire nuove risorse o materie prime secondarie. In questo modo le cose, le merci, i beni, forse anche le persone avranno almeno una doppia vita. Comunque una vita più lunga e non così artificialmente breve con tutte le forme di obsolescenza (programmata e percepita) che ci siamo inventanti per promuovere l’economia lineare dove tutto deve morire presto per far posto a qualcosa di nuovo.

Oggi viviamo più a lungo che in passato, è vero: ma stiamo veramente meglio?

E qui entra in gioco il secondo “verso”, l’economia di cura. Infatti la “nuova” ricchezza delle nazioni, parafrasando il classico testo di Adam Smith, non è più nel far crescere a tutti i costi la produzione. Piuttosto, come ci suggerisce l’antropologa Riane Eisler, dobbiamo promuovere un’economia di cura dove i beni economici più importanti riguardano le persone e l’ambiente naturale: la cura di sé, degli altri, della natura. Bisogna andare oltre al mercato come meccanismo migliore per produrre e distribuire i beni vitali necessari, includendo anche le attività di sostegno vitale delle famiglie, delle comunità e della natura.

Questo è il percorso da intraprendere: l’economia di cura della natura e delle persone ovvero dobbiamo curarci delle risorse naturali e umane attribuendo a queste un valore.

Paolo Azzurro

Ingegnere ambientale, esperto di strumenti e politiche internazionali sulla sostenibilità dei modelli di produzione e consumo.

Andrea Segrè

Professore ordinario di Politica agraria internazionale e comparata all’Università di Bologna, insegna Economia circolare all’Università di Trento.


SPRECO ALIMENTARE: DAL RECUPERO ALLA PREVENZIONE

INDIRIZZI APPLICATIVI DELLA LEGGE PER LA LIMITAZIONE DEGLI SPRECHI

DI ANDREA SEGRÈ E PAOLO AZZURRO

Ridurre gli sprechi alimentari è, oggi, un imperativo etico, sociale, ambientale ed economico. Non solo per il tempo di crisi che stiamo vivendo, ma anche perché la competizione per lo sfruttamento delle risorse naturali a livello globale si fa sempre più accesa e incrementa i conflitti, la violazione dei diritti umani, l’impoverimento biologico ed economico, le migrazioni. Miniere, foreste, corsi d’acqua, risorse energetiche ed alimentari, biodiversità: le risorse naturali sono alla base del (buon) funzionamento della società mondiale. Le modalità e la voracità con cui tali risorse sono state utilizzate fino ad oggi è chiaramente insostenibile. Continuare su questa strada non è, semplicemente, un’opzione praticabile. Lo spreco può essere dunque, paradossalmente, l’occasione per cambiare strada.

L’approvazione della legge 166/2016 rappresenta una tappa importante nel contrasto allo spreco alimentare in Italia. Dopo un inquadramento internazionale ed europeo, il libro illustra il percorso che ha portato all’approvazione della normativa approfondendone i punti di forza e gli elementi da migliorare nella fase di attuazione.

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