di Letizia Chiappini
Ricercatrice dell’Università di Milano-Bicocca
Università degli Studi di Milano-Bicocca

 

Se, in passato, il coordinamento del lavoro avveniva in maniera “verticale”, oggi risulta più utile riscoprire modalità “orizzontali” di organizzazione del lavoro: in assenza di un vero e proprio capo o di un principio gerarchico riconoscibile, nasce la necessità di riscoprire concetti come fiducia e reputazione, quali basi per il corretto funzionamento dell’ecosistema produttivo. Poiché diventa obsoleto ripartire i carichi di lavoro in relazione a un ruolo formale all’interno di un’azienda, quello che si verifica è una distribuzione dei compiti, fra singoli maker (e micro imprese), relativa alle competenze ed all’affidabilità, per come vengono riconosciute da un sistema di pari. Nel corso degli ultimi 30 anni la sociologia ha costantemente studiato l’impatto delle reti fiduciarie sui sistemi imprenditoriali, illustrando come le connessioni personali possano produrre un vibrante ecosistema commerciale e come la reputazione personale, o mediata dagli algoritmi dei social network, possa contribuire a costruire una carriera. Oppure, si è studiato, come la struttura, densa e variegata, dello spazio urbano possa funzionare da incentivo per la costituzione di legami fiduciari. Nel futuro tutti questi fattori saranno critici per garantire il successo della neonata rete di maker-imprenditori.

Laboratorio di Milano WeMake (Scopri di più ->)

 (…) Non è un caso che la scena maker sia un fenomeno eminentemente urbano: sia in termini di distribuzione, che in termini di attivazione di politiche ad hoc. Non esiste, sostanzialmente, centro urbano di un certo peso che non abbia la “sua” scena maker. Tutto questo dipende, in buona parte, dalla particolare natura dello spazio urbano: densità (di abitanti e di know-how) e coabitazione di differenti expertise e stili di vita, forniscono la materia base per il proliferare di un sistema fiduciario; a sua volta necessario per effettuare micro imprenditorialità su scala diffusa. Infatti, la compresenza su uno stesso tessuto urbano aumenta la possibilità di costruire relazioni vantaggiose da un punto di vista professionale, aumenta lo scambio di informazioni e il trasferimento di conoscenze tacite, favorisce la concentrazione di risorse strategiche. Esiste una corposa letteratura sociologica e geografica che indaga la relazione fra industria creativa, reti fiduciarie e prossimità fisica. Saskia Sassen (1991) sottolinea come l’efficacia della “punta di diamante” dell’economia dei servizi dipenda precisamente dall’esistenza di legami informali fra una molteplicità di lavoratori. A maggior ragione questo accade in un’epoca di incertezza e flessibilità. È proprio la necessità di rispondere a stimoli mutevoli in un tempo tendenzialmente breve che aumenta il valore strategico delle reti fiduciarie. Harvey Molotch (2002), trattando nello specifico l’industria del design, mostra come la prossimità fisica sia necessaria per il funzionamento del settore creativo: i prodotti non sono solo il risultato di un’interazione all’interno di un’azienda bensì il precipitato di una più ampia circolazione di fiducia e know-how. Fuori dalla gerarchia aziendale, la presenza in uno stesso spazio rappresenta il veicolo chiave per la circolazione di idee e reputazione. È immediatamente intuibile quanto questo sia importante se si considera quanti progetti vengono discussi davanti a un caffè e quante opportunità di crescita professionale si presentano frequentando un determinato giro di aperitivi.

La sfida che il contesto attuale pone ai maker-imprenditori riguarda l’organizzazione della produzione pur senza poter fare riferimento agli strumenti disponibili all’azienda tradizionale. Data la criticità delle reti fiduciarie o reputazionali, la misura del successo di ogni singola iniziativa dipenderà dal modo in cui i singoli maker, le microimprese o le reti di attori sapranno creare un ambiente in cui prosperare, utilizzando lo spazio urbano o le reti digitali.

La Fondazione ti consiglia
pagina 38248\