Percorso di approfondimento

Bibliografia

La Fondazione Giangiacomo Feltrinelli ha chiesto a Marina Gellona, scrittrice e docente alla Scuola Holden di Torino, di scrivere una storia ambientata in Cile negli anni illustrati dal percorso espositivo. Questa narrazione trae spunto dalla vita di alcune donne che la scrittrice ha conosciuto a Santiago nel 2001.

NELLE NOSTRE MANI
di Marina Gellona
Per un attimo credo di sognare. Certo, un brutto sogno. Poi sento il contatto del dorso della mano con il lenzuolo bianco e so che non sto dormendo. Sono le mie orecchie a sentire. È reale il boato che sbatte contro i sensi, fino al centro della pancia. Allungo un braccio nel letto e non ti trovo. Apro un occhio sulla sveglia: certo che non ti trovo, sono le nove e tu esci ogni giorno alle sei. Nel sonno il tuo bacio era un petalo e forse si è posato sugli occhi, forse sulle labbra… avevi l’elmetto bianco da cantiere in testa? O in mano? Indossavi la giacca rossa o la tuta blu? Vorrei abbandonarmi a questo impasto di pensieri e sogni quando un nuovo boato fa tremare i vetri e mi strappa dal letto. Ora le mie mani cercano la radio. Su tutte le stazioni un’ossessiva marcia militare, mai sentita. Poi le mie dita trovano Radio Magallanes e la voce, lontana, di Allende: “La storia non può essere fermata dalla repressione o dalla violenza…” e dopo, di nuovo, le bombe. Dentro e fuori dalla radio.
Allora è successo. Sta succedendo. Cosa. Non so esattamente. E tu non ci sei e, ecco, non so dove trovarti. Sei al cantiere? O andavi al sindacato? Avrò un numero di telefono? Sfoglio le pagine dell’agendina rossa, le dita tremano, come prima i vetri. Poi, squilla il telefono.
Blanca, amore!
Manuel, dove sei cosa succede?
Tesoro hanno bombardato la Moneda e ci sono militari dappertutto, io sono al sindacato, ora capiamo un momentino come organizzarci, piccola…
Ma quando torni Manuel?
Torno, tesoro, prima che posso, ora devo lasciare il telefono, tu resta a casa, non aprire a nessuno e sii coraggiosa, ti amo…
Hai messo giù. Ma come coraggiosa? Per cosa? Perché? Quando torni? Tremo. Le mie mani fredde sulle ginocchia nude. Anche la prima volta in cui ti ho visto, tremavo. Eravamo a tremila metri, sulla neve. Indossavo jeans, una giacca di pelle e tu mi hai detto: “Ehi, signorina, lo sai che in montagna nessuno è mai morto di caldo, sono sempre morti tutti di freddo!”. Portavi occhiali a specchio e anche se un po’ mi infastidiva non vederti gli occhi, ho amato subito il tuo sorriso. Poi ho notato che sorridevi a tutti e sul momento ci so no rimasta un po’ male.Dopo, ho capito che mi piacevi ancora di più, amavi le persone, cercavi di capirle davvero.
Quando Patricio ti ha proposto di venire a lavorare con noi, a Santiago, per questa rivoluzione pacifica e bellissima, tu hai tolto gli occhiali a specchio e nel tuo sguardo c’era un sogno simile al nostro: sapevi costruire le case, le strade, i canali per l’acqua. Al cantiere le persone hanno fatto subito squadra intorno a te, in pochi mesi avete creato un quartiere di 50 casette a La Reina e adesso stavi cominciando a Los Pajaritos, con altre persone. Ma perché parlo al passato? Mi scivola via dal corpo tutta la speranza, come un’emorragia?
Ora non mi sento morire di freddo, ma di angoscia. Il coraggio che tu mi chiedi è una cosa che riguarda i rivoluzionari come te, o Patricio, o il Che, o Allende. Non me. Io so solo far giocare i bambini, fare teatro con loro, cucire abiti colorati da indossare sul palco… con queste forbici di metallo lucente, con gli aghi, l’arcobaleno di fili …ma cosa posso fare con loro? Mi vengono in mente solo cose terribili, gesti per dare un taglio all’angoscia.
Ora capiamo un momentino come organizzarci, hai detto. Ma come un momentino? Mi parli come a una bambina.
Quando ero sola come adesso, da bambina, andavo alla finestra e guardavo fuori, per ore. Da qui vedo la casa dei nuovi vicini, saranno con noi o contro di noi? Vedo la casa di quella vipera che ieri ci ha gridato: bastardi comunisti, quelli come voi li schiacceremo come pidocchi. E poi vedo i militari, con un brutto silenzio negli occhi. Quando si vedono, gli occhi.
Alzo il telefono. Non funziona più.
Torno in camera, apro l’armadio. Con le unghie conficcate nel palmo della mano, guardo i nostri vestiti vicini vicini, appesi muti nel buio.
Vedere questi abiti colorati, i miei e i tuoi, imprigionati nell’oscurità mi fa salire una rabbia nelle mani… afferro tutti i vestiti e li butto a terra mentre le lacrime mi pungono gli occhi, li trascino fuori uno dopo l’altro, disperata, furiosa. Poi, mi inginocchio. Sono alta come una bambina, davanti alla montagna di abiti colorati, senza noi dentro.
Poi, bussano alla porta. Manuel sei tu, amore? Non aprire a nessuno… Ormai ho aperto. Non sei tu. È la nuova vicina. Non è una vipera, lo vedo dagli occhi. Hanno dentro la mia stessa solitudine, la paura. La stessa notte intorno. “Mio marito è uscito questa mattina e…”, sulle sue guance tutte le lacrime della vita in una volta sola. Abbasso gli occhi sulle mie mani, poi mi avvicino alla donna, le accarezzo i capelli, la abbraccio, dolce, come facevi tu con me, prima di sparire. Non so nemmeno il suo nome, ma la tengo stretta. Sono Violeta, mormora. Violeta, Blanca. Due nomi, due colori.
A terra il mio vestito bianco a fiori rossi e la tua giacca azzurra hanno i colori della nostra felicità e della società innamorata di cui abbiamo fatto parte. Deve essere ancora da qualche parte dentro di me, questa felicità. Ma dove? Dov’è nascosta?
Sento le lacrime di Violeta sulla mia pelle sotto il collo; l’altro giorno una bambina appoggiava la testa proprio lì. Non voglio andare sul palco, singhiozzava, ho paura di parlare davanti a tutti. Tesoro, le ho detto, dammi le mani. Ora immagina che la voce possa appoggiarsi su di loro, alzarsi in volo da queste mani, come un uccellino che se ne va dal nido. Mi ha guardata: i suoi occhi nei miei come a stringere un patto, le mie dita intrecciate alle sue. Quando è salita sul palco, la sua voce ha riempito il teatro.
Noi due, in questa notte, abbiamo le nostre mani. Può nascere qualcosa dal loro nido, adesso, qui?
Prendo le forbici lucenti. All’inizio Violeta non vuole farlo, e anch’io sento qualcosa dentro di me che dice no. Poi le forbici vanno da sole verso i vestiti, scivolano sulla gonna a fiori e sull’abito bianco e sulla tua camicia marrone e sui pantaloni verdi, sul rosa di questa blusa e sull’azzurro di queste belle calze di nylon. Prendiamo i fili e gli aghi. Tagliamo e cuciamo tutta la notte, determinate, con ritmo, strappiamo il filo con i denti, ci pungiamo, affidiamo le nostre storie una all’altra, sbagliamo, rifacciamo, buchiamo il buio con i nostri aghi.
Adesso fa giorno, non è bella la luce fuori, non c’è il sole e le strade sono percorse da uomini in divisa, i fucili alti sulle teste delle persone. Chiuse in casa, guardiamo l’arazzo di stoffa cucito con i ritagli dei nostri abiti. È la scena di una festa: ci sono le persone che lavorano con te, i bambini del mio teatro, ci sei tu, ci sono io, Patricio, e poi Violeta, che è ostetrica e ha due gemelli in braccio e suo marito che è maestro, con i ragazzi intorno. È bellissimo, dovresti vederlo.
Ecco, non so se sia questo il coraggio, o se ciascuno alla fine trovi il proprio.
Per Violeta e per me è un filo colorato che ci unisce e che unisce il passato al presente e noi a voi attraverso questa assenza. Da oggi vi cercheremo ovunque, Manuel, finché non vi troveremo.
Intanto, stringiamo forte questo filo nelle nostre mani, amore.
Centinaia di donne cilene ricamarono per anni arpilleras, arazzi creati con ritagli di stoffa, e trovarono nel lavorare insieme solidarietà e forza per creare una forma vivida di denuncia contro la dittatura. Le donne cucirono nel tessuto di una società ammutolita la voce della vita, la memoria e il sogno di una società più libera e la ricerca dei propri amati scomparsi torturati o uccisi.

CORRADO CORGHI E MARCO FINI
Nuovo Cile. Una lotta per il socialismo.
Feltrinelli, Milano 1973, pp. 166-167.
“Sono nato a Colchagua dove mia madre faceva la lavandaia in casa Echenique, i latifondisti più potenti della zona. Ho cominciato a badare ai cavalli che avevo 12 anni. Ci si alzava la mattina alle 6 e si lavorava fino al tramonto. C’erano i sorveglianti che ti cacciavano come un animale e se non stavi attento ti venivano addosso coi loro cavalli. Guardavo i cavalli inglesi del padrone, quelli speciali per giocare al polo. Poi mi hanno messo a lavorare la terra. Aravo tutto il giorno metro per metro. A caricare e scaricare tutto il giorno, sacchi da 80 chili, m’è venuto il mal di cuore. Ero troppo giovane. Sono venuto a Santiago a curarmi da una sorella che lavorava qui. Dopo un po’ di tempo mi hanno preso alla fabbrica “Fabrilana”. Testimonianza di Julio Vargas, operaio, 1973.

SALVADOR ALLENDE
La via cilena. Conversazione con Régis Debray
Feltrinelli, Milano 1973, p. 109.
“La vita dei lavoratori del rame è difficile, un’alta percentuale è vittima di malattie professionali, come la silicosi. Ma questa cruda realtà è compensata dagli alti salari che le imprese straniere, sfruttatrici del rame cileno, sono in grado di offrire loro. […] Per anni le imprese nordamericane hanno detto ai lavoratori che quando esse se ne andranno dal Cile la loro situazione peggiorerà. […] Dobbiamo lottare per dare una coscienza a quei lavoratori, non basta che i lavoratori abbiano un’organizzazione sindacale, è necessario che essa sia impregnata dell’ideologia rivoluzionaria […] Noi lottiamo perché il popolo si organizzi. Salvador Allende intervistato da Régis Debray.

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JORGE TIMOSSI
L’ultima battaglia del Presidente Allende
Feltrinelli, Milano 1974, p. 7. p.9
“Questo è il libro di una battaglia. Le prime testimonianze dell’inizio della resistenza armata contro il fascismo in Cile. Lo scenario del libro è una sola trincea: “la Moneda”, il palazzo presidenziale che ospitò fino all’11 settembre 1973 vari decenni di vita repubblicana. Fu questa la trincea in cui combatté il presidente Salvador Allende, e cadde con le armi in pugno, dando inizio a una nuova e cruenta pagina della storia rivoluzionaria del suo paese.”

RÉGIS DEBRAY
La via cilena. Intervista con Salvador Allende
Feltrinelli, Milano 1971.
“Ad esempio, il problema numero uno dell’infanzia nel nostro paese è la denutrizione. Ci siamo prefissi di consegnare gratuitamente a ogni bambino cileno mezzo litro di latte al giorno e lo stiamo facendo. Abbiamo eliminato vari tipi di pane e abbiamo imposto il tipo unico per evitare la speculazione sui prezzi. Il pane è un elemento basilare per il popolo. E il Cile, da paese flagellato da un’accentuata inflazione qual è […] deve provvedere a riequilibrare annualmente le paghe di coloro che vivono di un salario o di uno stipendio. […] E quando il rame sarà nostro, quando il ferro sarà nostro, quando il nitrato sarà veramente nostro, quando avremo fatto una rapida e radicale riforma agraria […] allora, se questi progetti non avranno portato al socialismo, non so che cosa possa portare al socialismo.” Salvador Allende intervistato da Régis Debray.

ISABEL ALLENDE
La figlia della fortuna
Quando Valparaiso apparve ai suoi occhi, per l’esausto viaggiatore fu una vera sorpresa. Nel porto sostava più di un centinaio di imbarcazioni che battevano bandiere di mezzo mondo. Le montagne dai picchi innevati sembravano così vicine che davano l’impressione di emergere direttamente da un mare blu cobalto chesprigionava un’irresistibile fragranza di sirene. Jacob Todd non venne mai a sapere che sotto quella parvenza di pace assoluta c’era una città intera di velieri spagnoli inabissati e scheletri di patrioti con una pietra legata alle caviglie, ancorati laggiù per opera dei soldati del Capitano Generale. L’imbarcazione si ancorò nella baia, tra migliaia di gabbiani affamati che agitavano l’aria con le loro terribili ali e il loro gracchiare.

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La casa degli spiriti
E in quel momento, come avrebbe ricordato anni dopo Nivea, in mezzo alla trepidazione e al silenzio, si udì ben nitida la voce della piccola Clara. – Pst! Padre Restrepo! Se il racconto dell’inferno fosse tutta una bugia, saremmo proprio fregati… Il dito indice del gesuita, che era rimasto a mezz’aria per indicare nuovi supplizi, rimase sospeso come un parafulmine sopra la sua testa. La gente smise di respirare e quelli che stavano con la testa a ciondoloni si ripresero. I coniugi del Valle furono i primi a reagire sentendo che li invadeva il panico e vedendo che i loro figli cominciavano ad agitarsi nervosi. Severo comprese che doveva far qualcosa prima che esplodesse la risata collettiva o si scatenasse qualche cataclisma celeste. Prese sua moglie per un braccio e Clara per il collo e uscì trascinandole a grandi falcate, seguito dagli altri figli che si precipitarono in gruppo verso la porta. Riuscirono a uscire prima che il sacerdote avesse potuto invocare un fulmine che li trasformasse in statue di sale, ma dalla soglia udirono la sua terribile voce di arcangelo offeso. – Indemoniata! Superba indemoniata!

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Ritratto in seppia
Temeva di poter perdere tutto diventando la sua amante; ma ormai si trovava già sulla soglia e la smania di toccarlo aveva avuto la meglio sulle sottiglieze della ragione. Entrò nella camera e, alla luce di una candela collocata sul tavolo, lo vide seduto, con le gambe incrociate sul letto, vestito con la tunica e i pantaloni di cotone bianco, lì ad aspettarla. Eliza non riuscì nemmeno a chiedersi quante notti lui poteva aver trascorso così, attento al rumore dei passi in corridoio, perché era stordita dalla sua stessa audacia e tremava per la timidezza e per ciò che la attendeva.

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MARCELA SERRANO
Il tempo di blanca
Non ero svenuta, percepivo tutto, ma non potevo spiegarlo. Durante il tragitto verso Santiago, più o meno per un’ora e mezza, i miei cinque sensi funzionarono. Loro pensarono che fossi quasi all’altro mondo. In parte era vero, ma non come immaginavano. Mi rintanavo in sogni lontani, in quella strada della mia infanzia, in un braccio teso di mia madre che speravo mi avrebbe liberato da quel letargo.

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Noi che ci vogliamo così bene
Un gruppo di amici, di diverse facoltà, si erano riuniti intorno alla figura di Eduardo, un prete meraviglioso, e avevano abbandonato le loro case – molto comode del resto – per vivere insieme in una comune. Noi quattro ci andavamo spesso. Eduardo era nostro padre spirituale e confessore, ed eravamo diventate molto amiche degli studenti. Soledad ‘flirtava’ con uno di loro, io con un altro. Visto come stavano le cose, la mia liberazione da ogni tipo di formalismo era ormai cominciata e, per questo, decisi di non ‘flirtare’ mai più. Cancellai quel verbo dal mio lessico e dalla mia vita.Smisi di stabilire relazioni di quel tipo. Amavo più di una persona alla volta, e tutti ne erano informati. Cominciò la mia lotta, ormai lunga, contro la monogamia.

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