Fondazione per la Sussidiarietà

Il nostro paese può essere paragonato a un territorio dalla natura rigogliosa che si sta desertificando. In questo contesto, anche chi vi abita appare sempre più stanco di fare la sua parte, lascia nell’incuria le aree comuni e si aspetta fatalisticamente aiuti dall’esterno.

Fuor di metafora, la natura rigogliosa è la grande ricchezza di iniziative sociali ed economiche nate “dal basso“, che hanno creato in Italia un’unità di popolo ancora prima dell’unità della nazione.

Il “disboscamento” riguarda l’impoverimento di questi punti aggregativi ed è iniziato con l’accentramento del potere nella Prima Repubblica, per proseguire nella Seconda con quello che viene chiamato “disintermediazione“: la ricerca di un rapporto diretto tra governanti e governati. Questo ha ulteriormente contribuito a spegnere il fermento delle realtà intermedie, chiamate così perché situate tra singolo cittadino e istituzioni statali.

Movimenti (in origine erano quello cattolico e quello operaio), associazioni, partiti, sindacati, aggregazioni di qualunque tipo, lungo la storia, hanno aiutato i singoli a incontrarsi, a confrontarsi, a conoscere, ad approfondire, a porsi domande. Soprattutto hanno sostenuto i loro desideri, i loro ideali, la loro capacità di iniziativa contro la tentazione di immeschinirsi.

Oggi più che mai si sente il bisogno di realtà che sostengano ogni “io” a riprendere consapevolezza, motivazione, fiducia. Si possono fare tutte le riforme che si vogliono, ma senza educazione delle persone non può esserci cambiamento nemmeno delle istituzioni.

La strada è impervia, ma è l’unica che si può percorrere. Un cammino comune nella gestione della cosa pubblica infatti non nasce dall’alto, ma è frutto di un impegno convergente di persone che si legano tra loro per la passione di costruire sviluppo economico e sociale (sussidiarietà).

Si avverte molto la rabbia, più che comprensibile, delle persone: disoccupate, sfruttate, gabbate dalle banche, alle prese con ingiustizie di vario tipo. Il Censis ha parlato di rancore. Ma dietro il rancore c’è un disagio e dietro il disagio c’è solitudine, isolamento, desertificazione dei rapporti e dei legami. Il tarlo disgregante ha da tempo cominciato a insinuare l’idea che gli altri, i diversi sono sempre il male assoluto. Non c’è nulla nell’altro che possa essere utile al mio bene. Al punto da arrivare a credere che si potrebbe stare meglio se si eliminasse chi è più storto o più dritto, più povero o più ricco.

È la solitudine non di chi non ha contatti, ma di chi rimane nell’isolamento, non quella di chi ha problemi, ma quella di chi non vede una strada per risolverli.

L’uomo solo è un uomo fondamentalmente impaurito, perché nel momento in cui è malato, disoccupato, ha problemi familiari o sta perdendo il lavoro, non sa a chi rivolgersi. Non sa dove andare, non sa quale strada imboccare per uscire dalla sua situazione.

Perché si è iniziato a fare così fatica a coinvolgersi in progetti per il bene comune?

Qual è il punto da cui ricominciare? Quello che le analisi economiche non possono cogliere, perché non è prevedibile, è la scintilla di fronte a situazioni concrete che genera la voglia e la capacità di andare avanti, di rischiare. Il bene comune non è un’idea astratta, ma una prospettiva generale mutuata da esempi particolari che funzionano. Prescindendo dalla conoscenza dei particolari concreti, il bene comune diventa un’astrazione ideologica, magari anche in grado di proporre grandi progetti, ma che nasceranno già lontani dalla vita delle persone. Non possiamo dimenticarci di quelle che sono state le chiavi del successo nella nostra storia passata. Il bene comune nel nostro paese è stato costruito dalla capacità di leggere la realtà concreta, di valorizzarla e di negoziare un compromesso tra interessi diversi.

Senza disponibilità a entrare nel merito, a mettere le mani in pasta, a rischiare di sbagliare, non c’è creatività, non c’è capacità di individuare soluzioni nuove a problemi complessi, come quelli che deve affrontare la società contemporanea.

Prendiamo ad esempio l’esperienza di Portofranco a Milano e in altre città d’Italia, un doposcuola in cui degli insegnanti aiutano i ragazzi a studiare gratuitamente. Vi partecipano studenti di diverse etnie, ma lì l’immigrazione non è percepita come un problema. La condivisione di un progetto, il lavorare gomito a gomito, guardandosi in faccia, non solo stempera le tensioni, ma mostra senza retorica come la diversità sia una risorsa. Lo si vede in azione e, vedendolo in azione, lo si capisce.

Non serve moltiplicare le leggi. Bisogna permettere a realtà come questa di espandersi, di moltiplicarsi nei fatti. Servono fatti di vita nuova subito. Fatti di rivitalizzazione di realtà aggregative subito.

Sostenere la partecipazione dei cittadini “dal basso” significa sostenere la maturazione personale e civile degli individui. Bisogna essere consapevoli del fatto che senza corpi intermedi saremmo un Paese ancora più spaccato di quello che è. Storicamente, l’Italia deve a queste realtà il fatto di non essere diventato come l’America, ossia un Paese con disuguaglianze enormi (oltretutto senza avere il dinamismo imprenditoriale americano).

Ogni realtà sociale ha oggi una grande responsabilità: quella di educare la persona alla responsabilità, oltre che alla solidarietà. La sussidiarietà è innanzitutto un’esigenza educativa.

Perciò il futuro del nostro Paese si giocherà soprattutto su un punto: che rinascano ambiti in cui le persone possano tornare a essere aiutate a vivere una giusta dimensione sociale.

Pur in un clima di disinteresse generale, ci sono ancora spazi per chi è spinto a interessarsi dei problemi del Paese. Non è tutto perso. Ma perché si arrivi a questo servono luoghi di confronto, di dialogo, di riflessione.

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