Intervista a Chiara Strozzi a cura di Chiara Missikoff


La migrazione non è una novità storica, come spesso ci viene presentata, ma un fenomeno cresciuto esponenzialmente negli ultimi 15 anni. Il numero di persone che ogni anno si sposta da una parte all’altra del mondo è passato da 173 milioni nel 2000 a 244 nel 2015[1]. Le nostre società sono sempre più multiculturali ed è evidente la necessità di considerare politiche che guardino al lungo periodo. In questa intervista,Chiara Strozzi, Ricercatrice di Economia Politica presso l’Università di Modena e Reggio Emilia, mostra i ruoli di lavoro e istruzione nell’architettura di una società più aperta e inclusiva. Il diritto alla cittadinanza,in particolare, non si esaurisce nel suo aspetto legale, ma dovrebbe essere completato da altre risorse e a fronte alle migrazioni si dovrebbe trasformare in un diritto sempre più legato alla residenza nel paese dove si sceglie di vivere.

Nel suo paper “The changing nature of citizenship legislation”[2],dipinge un quadro delle recenti evoluzioni giuridiche del concetto di cittadinanza, affermando la necessità di ridefinirne i suoi diversi aspetti a livello globale. In che modo è possibile fare questo ulteriore passo in avanti per rendere il diritto di cittadinanza più inclusivo? Di quali nuovi fattori deve tenere conto?

Il diritto di cittadinanza si può rendere più inclusivo agendo su diversi canali. L’accesso alla cittadinanza dipende infatti da diverse norme tra cui quelle che regolano l’acquisizione della cittadinanza alla nascita, le procedure per la naturalizzazione, il numero di anni di residenza nel paese di destinazione necessari per la presentazione della domanda, la possibilità di detenere o meno la doppia cittadinanza…Un modo per renderlo più inclusivo può  essere ad esempio quello di agire sul requisito del minimo numero di anni di residenza necessari per richiedere la cittadinanza, abbassandolo quando risulta eccessivamente elevato. Diversi paesi in Europa negli ultimi due decenni hanno agito in questo senso, anche se l’Italia è uno dei paesi che prevede ancora un numero di anni eccessivo rispetto alla media. Un nuovo fattore da tenere in conto, anche in riferimento al caso italiano, è il numero elevato di bambini e di ragazzi nati da stranieri, o che sono arrivati nel paese di destinazione prima della maggiore età, che frequentano le scuole nel paese di destinazione. In questo caso si dovrebbe poter considerare il completamento di un certo numero di anni all’interno del sistema educativo del paese di destinazione come un requisito per ottenere la cittadinanza (iusculturae). Entrambe le riforme, ovvero l’abbassamento del numero minimo di anni di residenza e il requisito del completamento di un certo ciclo scolastico, sono in linea con la riforma del diritto di cittadinanza attualmente in discussione in Italia. Ciò che importante, comunque, è che, una volta determinate condizioni risultino verificate, la cittadinanza dovrebbe essere un diritto per tutti, e non una concessione dello Stato in risposta alla richiesta da parte di un migrante.

Il tema del lavoro è strettamente connesso a quello delle migrazioni. Non solo infatti costituisce una delle ragioni principali che spinge le persone a spostarsi, ma è uno degli aspetti a mutare più profondamente grazie all’innesto di nuove forze lavoro e il trasferimento di competenze e tecnologie. In che modo quindi il lavoro può essere considerato uno dei fattori che abilita il diritto di cittadinanza? Il lavoro può essere motore di integrazione?

Il lavoro è certamente legato al concetto di cittadinanza, specie se inteso come ciò che può rendere l’uomo indipendente, libero e capace di compiere delle scelte, e quindi anche capace di poter esercitare appieno una cittadinanza attiva. Il lavoro fa parte di quelle risorse relazionali che Sen definisce capabilities, che oltre ad essere disponibili devono essere fruibili. Il lavoro è quindi certamente motore di integrazione, ma non deve essere l’unico fattore in gioco. Altri elementi come l’accesso alla cittadinanza, il diritto di voto, l’accesso al sistema di welfare, al sistema di istruzione anche ai più alti livelli, alle borse di studio e alle posizioni di lavoro nel settore pubblico sono da tenere in considerazione quando si parla di questo tema. Allo stato attuale delle cose, il lavoro deve essere supportato dalla cittadinanza per consentire un processo di integrazione avanzato: gli stranieri naturalizzati hanno più possibilità di integrarsi nel mercato del lavoro del paese di destinazione, hanno accesso a migliori occupazioni, a migliori salari, ecc.-Persistono inoltre in molti paesi ancora notevoli differenziali retributivi tra stranieri e nativi.

Lo scambio favorito dalle migrazioni è un fenomeno che ha molti aspetti ancora da esplorare, tra cui i suoi impatti economico-sociali. Oltre al già citato mondo del lavoro, il trasferimento delle competenze e l’innovazione sono temi molto importanti e che spesso non vengono considerati nel dibattito pubblico. Quali competenze si affacciano sul mondo del lavoro grazie alle migrazioni? Quali sono gli ostacoli alla mancanza di integrazione in questo ambito?

Le migrazioni portano diversità nel mondo del lavoro, e diversi studi in questo campo dimostrano che gli ambienti lavorativi caratterizzati da multiculturalità hanno effetti positivi sulla produttività e sullo sviluppo economico. Uno dei maggiori ostacoli all’ integrazione degli stranierinel mondo del lavoro è il riconoscimento dei titoli di studio acquisiti all’estero, che spesso va di pari passo con i problemi -legatial fenomeno dell’overeducation degli stranieri: per gli immigrati, spesso infatti c’è unmismatch tra il livello di istruzione acquisito e il tipo di lavoro che si svolge.La mancata integrazione è anche legata al problema dell’accesso alla cittadinanza: gli stranieri naturalizzati hanno accesso a posizioni migliori e maggiori salari, come già accennato prima. Un altro ostacolo è rappresentato dal fatto che spesso i figli di stranieri sono indirizzati verso gli istituti tecnico-professionali, e hanno quindi accesso alle posizioni peggiori sul mercato del lavoro e perpetuano la loro condizione di disuguaglianza.

Quali altri aspetti i governi dovrebbero considerare nel ripensare il diritto alla cittadinanza? Che ruolo può avere per esempio l’educazione nel favorire politiche di integrazione più efficienti?

Le società sono sempre più multiculturali e gli individui sono spesso mobili tra paesi.Di conseguenza, il concetto di cittadinanza non dovrebbe esserepiù identificato come “appartenenza” a un singolo stato nazione. Gli scienziati sociali,insieme con i politici, dovrebbero considerare le implicazioni delle migrazioni su larga scala, e ridefinire il diritto alla cittadinanza come un diritto maggiormente legato alla residenza nel paese di destinazione, non escludendo il fatto che si possano detenere anche alcuni diritti civili e politici nel paese di provenienza. Il ruolo dell’istruzione è importantissimo in questo processo: è necessario promuovere le competenze interculturali e le competenze trasversali a tutti i livelli di insegnamento, da quelli più bassi fino a quelli universitari. Tra le competenze da promuovere ci sono l’approccio alla soluzione dei problemi in una società globale, lo sviluppo del pensiero critico, l’abilità di lavorare in gruppi diversi e di vedere le cose da un punto di vista differente, ed in generale il rispetto per le differenze nell’ottica di valorizzare ciò che è altro e diverso da noi.

 

 


 

[1] United Nations, International Migration Report 2015. Link: http://www.un.org/en/development/desa/population/migration/publications/migrationreport/docs/MigrationReport2015_Highlights.pdf

[2] Strozzi C, The Changing Nature of Citizenship Legislation, IZA, Dicembre 2016. Link: https://wol.iza.org/articles/changing-nature-of-citizenship-legislation

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