Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano

Il volume 10 idee per convivere con il lavoro che cambia – disponibile presso la libreria di viale Pasubio 5 a Milano – propone i contributi raccolti dall’area di ricerca Futuro del Lavoro di Fondazione Giangiacomo Feltrinelli in due anni di Jobless Society Platform: una pubblicazione a più voci che si propone di contribuire alla comprensione della trasformazione tecnologica in corso e ad una gestione il più possibile equa e sostenibile della quarta rivoluzione industriale.

Un volume che ospita gli interventi di Mauro MagattiRichard SennettJoseph StiglitzSusanna CamussoStefano ScarpettaAntonio CasilliFrancesco BrunoSaul MeghnagiRosangela Lodigiani.

Di seguito un estratto dal libro tratto dal contributo di Rosangela Lodigiani:


Il nesso tra le politiche sociali e le politiche del lavoro, l’enfasi sull’occupabilità e sul principio della condizionalità nell’accesso ai programmi di attivazione, non ultimo, la rilevanza crescente del welfare occupazionale, rimettono in primo piano il lavoro e, più precisamente, l’occupazione retribuita, quale fulcro della cittadinanza, luogo centrale del welfare nel quale si sviluppa la protezione contro l’insicurezza e l’impoverimento, si accede a provvidenze e servizi integrativi, si dà prova della propria appartenenza attiva alla comunità.

Per paradosso, ciò avviene nel momento in cui l’occupazione diventa un bene scarso e incerto, un fattore di vulnerabilità. Cosicché il “riallineamento” tra lavoro, cittadinanza e welfare resta incompiuto e introduce nuovi fattori di disuguaglianza tra quanti hanno un impiego stabile e protetto, quanti invece appartengono alla schiera dei lavoratori flessibili e/o precari, quanti lavorano in nero, e quanti ancora sono disoccupati o inattivi.

La grave crisi economica e occupazionale degli ultimi anni, i pesanti strascichi prodotti sull’occupazione e la sua qualità, hanno mostrato con chiarezza le “aporie” insite in questo approccio (Colasanto, 2010), sollevando domande che chiedono risposta.

Quale lavoro può essere assunto a fulcro della cittadinanza?

Quale lavoro può essere fondamento dell’appartenenza?

Come possono essere valorizzate a tal fine le diverse forme di attivazione? Quale cittadinanza, quale appartenenza si può fondare sul lavoro se il lavoro manca o è un cattivo lavoro?

Quanto più il lavoro è considerato fondamento della cittadinanza, tanto più la sua assenza o cattiva qualità possono comportare effetti di marginalizzazione ed esclusione che nessuna protezione sociale può pienamente compensare (Cella, 2000), se non in un contesto dinamico, in grado di offrire prospettive di un’occupazione adeguata in tempi brevi. L’aporia è evidente nell’esperienza di chi ha difficoltà di accesso e permanenza nel mercato del lavoro, e quando il lavoro manca, non corrisponde alle competenze possedute, non è adeguatamente retribuito, è precario, non è sostenibile nel quadro delle responsabilità familiari.

Il lavoro o, meglio, l’impiego retribuito per il mercato, non è una categoria omogenea e non possiede sempre quelle valenze identitarie, di capitale sociale,

di status e riconoscimento sociale, oltre che di remunerazione, che dovrebbero essere a garanzia dell’inclusione e del benessere. Lo dimostrano i tanti immigrati impiegati nel sistema produttivo che restano però ai margini del sistema sociale, o i lavoratori che passano da un’occupazione sussidiata a un’altra senza trovare una reale possibilità di emancipazione, o ancora i tanti lavoratori con contratti atipici bloccati in circuiti di perenne precarizzazione, sottoccupati o sottopagati tra “mini-job” e collaborazioni di vario tipo, non ultimi i “lavoratori poveri”, ossimoro del tempo presente. La “forma occupazione” non è dunque di per sé garanzia di quel lavoro dignitoso – travail decent – cui l’Organization International du travail da tempo ispira la sua agenda, richiamando la costituzione di un “regime di lavoro realmente umano”.

Mentre, se vale il nesso tra lavoro e well-being, sostenuto dal paradigma dell’attivazione, occorre che i posti di lavoro siano effettivi e di qualità. Il well-being passa attraverso il well-work, ma è sempre più sotto scacco in uno scenario di crisi occupazionale, su cui si vanno a innestare tra luci e ombre gli effetti della quarta rivoluzione industriale.

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