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Di seguito, il quarto articolo del percorso Chi decide della politica?


In considerazione dell’importanza dei momenti congressuali nei partiti di massa, che nel Novecento hanno rappresentato delle occasioni di confronto e di cambiamento rispetto alle politiche e  programmi dei singoli partiti, un snodo rilevante è rappresentato dall’VIII Congresso nazionale del PCI, svoltosi a Roma dall’8 al 14 dicembre 1956.

Non si tratta di una scelta casuale: nella vicenda storica della sinistra italiana novecentesca il 1956, anno “terribile” o “indimenticabile” a seconda della prospettiva di rilettura[1], raffigura un effettivo momento di cesura. Il XX Congresso del PCUS con la denuncia di Kruscev dei crimini di Stalin, l’insurrezione degli operai di Poznan e, soprattutto, la repressione dei moti ungheresi da parte dell’Armata Rossa sancirono la fine dell’unità d’azione tra PSI e PCI, che i due partiti avevano sottoscritto nel 1934, impegnati nella lotta antifascista, e riconfermato nel 1946, quando la Guerra fredda stava per fare la sua comparsa anche negli scenari politici italiani.

Se per il PSI il 1956 coincise con l’inizio di una fase politica segnata dalla ricerca dell’autonomia dal movimento comunista[2], per il PCI i fatti di quell’anno lasciarono sul campo soprattutto due dilemmi: come reagire al dissenso, esploso soprattutto nel ceto intellettuale vicino al partito, generato dalla posizione filo-sovietica mantenuta dal ceto dirigente nazionale, Togliatti in primis? Come assorbire le critiche provenienti dalla CGIL, guidata dal comunista Giuseppe Di Vittorio, sempre a causa della fedeltà a Mosca specialmente dopo gli avvenimenti ungheresi?[3]

Dopo il consueto lavoro precongressuale preparatorio – ossia congressi di sezione, congressi cittadini e, come ultimo step, congressi regionali dove venivano votati i delegati nazionali – l’VIII Congresso aprì i suoi lavori in un quadro segnato, sul piano interno, dalle difficoltà democristiane nel voltare pagina dopo la stagione centrista e, su quello internazionale, dalla comparsa dei primi segnali distensivi tra i due blocchi. Per il PCI, rappresentò un momento doppiamente significativo: da un lato, per rispondere alle critiche provenienti dal suo stesso schieramento; dall’altro, anche in considerazione della distensione che si sviluppò tra i due blocchi nella seconda metà degli anni Cinquanta, per progettare una linea politica coerente, così da presentarsi comunque compatto nelle elezioni per la III legislatura (previste, da calendario, nel 1958).

In linea generale, dall’VIII Congresso uscì confermata la condanna della rivolta ungherese: nella mozione politica conclusiva «l’intervento sovietico» venne definito «una dolorosa necessità», «che non si poteva né doveva evitare senza venir meno ai principi dell’internazionalismo proletario»; al tempo stesso l’URSS vedeva riaffermato il suo ruolo di paese capofila, e dunque di irrinunciabile riferimento sovranazionale, perché era l’unico in cui si era «compiuta la rivoluzione socialista»[4].

Malgrado questa professione di fede a favore dell’URSS e la conferma del principio leninista del centralismo democratico, l’VIII Congresso produsse un aggiornamento quanto mai rilevante nell’agenda comunista. Cercando di cogliere la portata dei fatti di quell’anno sul movimento comunista internazionale, il PCI mise da parte il concetto, fin allora estremamente rigido, di Stato e di partito “guida”. Nella lunga relazione d’apertura, Togliatti gettò, infatti, le fondamenta della via italiana alla realizzazione di una società socialista: «l’avanzata verso il socialismo» doveva essere realizzata «dalla classe operaia guidata in modo diverso a seconda delle condizioni e delle particolarità economiche, politiche, nazionali e culturali di ciascun paese». In luogo di un blocco monolitico di Stati socialisti, doveva avvenire «il riconoscimento di principio delle diverse vie di sviluppo verso il socialismo»[5].

Uscito come messaggio centrale dalle giornate congressuali, quanto affermato dal segretario nazionale venne ulteriormente approfondito anche da un importante saggio di Velio Spano, all’epoca Senatore del PCI e responsabile dei rapporti internazionali del partito. Pubblicato su “Rinascita” del gennaio 1957, il saggio di Spano chiariva il modo di attuazione della “via italiana al socialismo”: in luogo della «presa del potere per via insurrezionale», si sarebbe dovuta sviluppare «svilupparsi in forme democratiche non violente e anche […] valendosi della via parlamentare»[6].


Rinascita gennaio 1957


In quale maniera si sarebbero potute tradurre nella proposta politica interna le linee guida tracciate da Togliatti e ribadite da Spano? Sono le tesi finali approvate sempre nel corso dell’VIII Congresso a spiegarlo con chiarezza. Nell’ottica di legare in misura maggiore il PCI alle questioni domestiche che riguardavano ampi strati della popolazione italiana, la “via italiana al socialismo” sarebbe dovuta passare dal varo di quelle «riforme strutturali previste dalla Costituzione». Queste non raffiguravano la realizzazione della società socialista, bensì l’estensione e il consolidamento della democrazia come pre-condizione ad essa: le riforme strutturali del sistema economico e sociale, previste dalla Costituzione, che fino a quel momento era stato «incapace di assicurare un lavoro a tutti i cittadini», infatti, avrebbero garantito l’accesso ai diritti, la realizzazione delle rivendicazioni  economiche e il godimento delle libertà costituzionali; in questo modo si sarebbero indeboliti seriamente i rapporti di produzione capitalistici, cioè attraverso «lo smantellamento delle più arretrate strutture» dell’economia italiana e «la riduzione e l’eliminazione delle più soffocanti e parassitarie strutture monopolistiche»[7].

Non fu certamente facile per il PCI riassestarsi dopo i fatti del 1956. Muovendo i propri ragionamenti dal mutato quadro internazionale, un modus operandi che i partiti attuali, pur nel pieno della globalizzazione, paiono aver messo da parte, il Partito comunista poté così ripresentarsi sulla scena politica italiana sulla base di una nuova linea d’azione: pur non rinnegando il legame organico l’URSS e con il blocco socialista, la “via italiana al socialismo” raffigurò l’apice di un’ampia riflessione che ebbe nell’VIII Congresso un momento certamente decisivo.


 

[1]             Cfr. M. L. Righi (a cura di), Quel terribile 1956: i verbali della direzione comunista tra il 20. congresso del Pcus e l’8. congresso del Pci, Editori Riuniti, Roma, 1996; G. Tamburrano (a cura di), Quell’indimenticabile 1956: cinquant’anni fa la sinistra in Italia, Piero Lacaita, Manduria, 2006.

[2]             Cfr. G. Scroccu, Il partito al bivio. Il PSI dall’opposizione al governo, Carocci, Roma, 2013, pp. 90-139.

[3]             Cfr. A. Vittoria, Storia del PCI 1921-1991, Carocci, Roma, 2006, pp. 83-86.

[4]             Cfr. “Mozione politica”, in Da Gramsci a Berlinguer. La via italiana al socialismo attraverso i congressi del Partito comunista italiano, vol. III, 1959-1964, Edizioni del Calendario, Venezia, 1985, p. 118.

[5]             P. Togliatti, “Per una via italiana al socialismo. Per un governo democratico delle classi lavoratrici”, ivi, p. 35.

[6]             V. Spano, “Origini e lineamenti della nostra politica”, Rinascita, a. XIV, n. 1-2, gennaio-febbraio 1957, p. 50.

[7]             “Tesi. Per una via italiana al socialismo. Per un governo democratico delle classi lavoratrici”,in Da Gramsci a Berlinguer. La via italiana al socialismo attraverso i congressi del Partito comunista italiano, vol. III, 1959-1964, Edizioni del Calendario, Venezia, 1985, p. 160.

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