In questa lettera di Gaetano Salvemini a Mario Pannunzio, direttore de “Il Mondo”, pubblicata il 6 ottobre 1953, viene presentato il tema dell’insegnamento della storia nelle scuole, in particolare della storia contemporanea.
Salvemini sostiene, in modo puntuto, che qualsiasi scelta si faccia in merito all’istruzione e ai programmi di insegnamento occorre avere sempre rispetto per insegnanti e studenti, mettendo in guardia dalla proposta di includere nell’insegnamento della storia eventi che nel 1953 sollevavano passioni divisive nella società dell’epoca: in particolare la storia del regime fascista e della Resistenza.

 


 

Testata de Il Mondo 6 ottobre 1953

 

che prima del prossimo bando gli italiani abbiano acquistato tanta dignità e tanta co­scienza morale da considerare come un relitto preistorico raccomandanti e raccomandati. Sarà quello un fausto giorno per la storia del nostro Paese.

 

Ed ora, caro Pannunzio, un commento.

Aboliamo i concorsi, e per le ragioni che la lettera Breccia spiega, le “raccomandazioni” assicureranno la nomina immediata precisamente a quelli che meritano di essere bocciati nei concorsi, mentre i migliori, che non si degradassero, rimarrebbero alla porta.

Beninteso che i concorsi non debbono essere sabotati dalla amministra­zione. Non è stato ancora giudicato un concorso a cinquemila cattedre, per cui furono presentate 100.000 domande, ed ecco che il ministero della P. I. bandisce un concorso per 10.000 cattedre! Possibile che in quell’antro non ci sia nessuno capace di calcolare quante cattedre si rendono vacanti ogni anno, e disposto a capire che i concorsi debbono essere banditi ogni anno per il numero di cattedre che si renderanno vacanti durante l’anno stesso, e debbono essere banditi nel gennaio e non nel maggio, e debbono essere giudicati dalle Commissioni esaminatrici in estate, in modo che i nuovi no­minati si trovino tutti in sede col principio dell’anno scolastico?

 
 

La storia nelle scuole

 
Caro Pannunzio,

se ci decidessimo una buona volta a mettere in soffitta la parola astratta ((scuola,” per usare la parola concreta “insegnanti,” ci avvedremmo subito che sarebbe bene lasciare stare “la scuola” cioè “gli insegnanti” a fare me­glio (o peggio) che possono il loro mestiere. E non sentiremmo continua­mente ripetere che “la scuola” dovrebbe far conoscere aì giovani che cosa fu la dittatura fascista, che cosa fu la seconda guerra mondiale, che cosa fu la resistenza, che cosa è la Democrazia Cristiana, etc., etc.

Ognuno pensa che “la scuola,” cioè “gli insegnanti” daranno di quei fatti la versione “vera.” E questa versione “vera” è quella che è “vera” secondo la opinione di chi vuole che “la scuola” faccia conoscere la ver­sione vera. Pochi pensano che “l’insegnante” (e non “la scuola”) non è un automa, il quale ripeta a pappagallo la versione dichiarata ufficialmente vera” — chi sa mai da chi.

 

 

 

 

Ogni insegnante è un uomo che ha il suo modo di pensare se realrnen_ te pensa; e se non pensa affatto, è meglio che non insegni nulla, e lasci i suoi alunni giocare a domino mentre lui li trattiene in classe senza avere nulla da dire. È infantile la illusione che una circolare ministeriale, o un programma, magari particolareggiatissimo, possa insegnare a un insegnante quello che deve insegnare o non insegnare e come deve insegnarlo o non insegnarlo. Anche ammesso che il ministro la pensi come voi, e desideri di insegnare quel che voi vorreste fare insegnare, credete che l’insegnante, il quale vuole fare a modo suo, insegnerà quel che voi pretendete che in­segni? Anche se gli mettete nelle mani un libro di testo obbligatorio scrit­to da voi in persona, quell’insegnante inserirà al momento buono un sor­riso sardonico, un’alzata di spalle, un significativo silenzio. E questo farà saltare a gambe all’aria il vostro intero libro di testo.

Quando leggo che “la scuola” deve insegnare questo, e non deve in­segnare quest’altro, io provo, come insegnante, una umiliazione profonda. Mi sento considerato non come un libero propagatore di verità — benin­teso di quella che credo sinceramente essere la verità. Nossignori. Sono un menestrello, che vuol cambiar canzone secondo che cambia il capriccio della castellana. Ieri c’era un ministro anticlericale, e io cantavo la breccia di Porta Pia; oggi c’è un ministro clericale, e io canto la conciliazione del 1929. Quando c’erano Giovanni Gentile e Cesare Maria de Vecchi di Val­cismon, glorificavo la Marcia su Roma; oggi debbo (provvisoriamente) glorificare il 25 luglio 1943, estasiarmi per l’arrivo di Togliatti a Napoli, lodarlo per aver votato il concordato, rallegrarmi che De Gasperi l’abbia estromesso dal governo, dopo avergli fatto inghiottire il concordato — tutto questo, secondo che volgeranno le fortune e le sfortune dei politicanti. L’insegnamento è uno strofinaccio da cucina. Ma che cosa è lecito aspettare per la educazione della gioventú da insegnanti ridotti a strofinacci da cucina?

Leggo sul Giornate dell’Emilia dell’8 settembre l’informazione seguente, e la dedico a quelle persone di buona volontà ma di cattivo comprendonio, le quali domandano che “la scuola” insegni la storia del fascismo, della seconda guerra mondiale, della resistenza, degli otto ministeri De Gasperi, dei ventiquattro ministeri Pella etc. etc.

Secondo indiscrezioni raccolte negli ambienti del ministero sembra che i nuovi testi scolastici (libri di lettura, testi di storia ecc.) conterranno anche i fatti storici piú salienti del periodo fascista, soprattutto quelli scevri di contenuto strettamente politico. Sarebbero ricordati, le bonifiche Pontine, le transvolate di Ferrarin, di De Pinedo, di Balbo, l’im­presa di Nobile al Polo Nord, la conquista dell’impero etiopico e tutte quelle altre ini­ziative che sono causa di durevole memoria sia fra gli italiani che nel mondo.

Dunque, niente contenuti politici, ma le sole glorie del regime, com­presa la impresa etiopica. E la seconda guerra mondiale? Chi vuole intro­durre nella “scuola,” cioè fare insegnare dagli “insegnanti” la storia re­cente, è servito di barba e di parrucca.
Non si deve insegnare, dunque, la storia recente?

  • Non si deve insegnare. Bisogna lasciare i ragazzi e i giovanetti im­muni da qualsiasi propaganda in qualsiasi senso fino a quando non potranno pensare con le loro teste.
  • Resteranno, allora, ignoranti?
  • Sissignori, resteranno ignoranti, e che i numi benedicano la loro ignoranza.
  • E allora come si prepareranno alla vita pubblica?
  • Vi si prepareranno dopo aver lasciato la scuola, nella pratica della vita. Ogni giorno noi impariamo qualcosa durante tutta la vita, dopo aver lasciato la scuola. Non possiamo imparare nella scuola ogni cosa, e poi non imparare piú niente. Chi ritiene necessario far conoscere la storia recente, scriva per raccontarla libri e articoli di rivista leggibili, che circolino fuori della scuola, e non pretenda di scaricare le proprie responsabilità sugli in­segnanti o — peggio ancora — sul ministro dell’Istruzione. Il quale do­vrebbe obbligare gli insegnanti a insegnare.., che cosa? La storia che piace al ministro? La storia che piace a ciascun insegnante? La storia che pia­ce a tutti?

 

Fotografia tratta dall’articolo
 
La storia recente è troppo turbata dalle passioni perché sia il caso di avvelenarne la gioventú. Anche la storia dei tempi lontani da noi fu tur­bata dalla passione dei contemporanei; e anche noi, raccontandola, non possiamo non importarvi qualcuna delle passioni presenti che noi condivi­diamo con gli uomini del passato. Ma le passioni passate arrivano a noi attutite dal tempo: sono meno vivaci, meno perturbatrici, meno impegna­tive delle passioni presenti. L’insegnante, che descrive agli alunni qualcuna delle grandi crisi, che turbarono gli uomini del passato, può farlo con mi­nore animosità, con giudizio pili equanime, con linguaggio piú pacato, che è impossibile quando si trattano argomenti che accendono gli spiriti oggi, fuori della scuola. Trattando con quella almeno relativa serenità, che è resa possibile dalla distanza, gli avvenimenti di un secolo fa, l’insegnante educa gli alunni ad una qualche equanimità nel trattare le materie incandescenti a noi contemporanee. È questo il solo vantaggio che può offrire agli alunni un buon insegnamento storico. Introducete nell’insegnamento i fatti a noi contemporanei o di poco anteriori ai nostri giorni, e trasformerete l’inse­gnamento in una bolgia infernale, se insegnanti ed alunni debbono essere lasciati liberi di pensarla ciascuno a modo proprio, o in una palude di con­formismo ipocrita e vigliacco, se il ministro ordina agli insegnanti quel che debbono insegnare, e gli insegnanti insegnano anche quanto non cre­dono, e gli alunni capiscono che gli insegnanti non ci credono, e disprez­zano tanto quelli che ci credono, quanto quelli che non ci credono.

Quando ci persuaderemo che la gioventú va rispettata?

GAETANO  SALVEMINI

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